di Gianfranco Cordì
Quattro Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci sono stati in mostra, presso l’istituto Italiano di Cultura di New York, fino al 19 novembre. Al di là delle ovvie contingenze – l’elezione a sindaco della città del socialista-democratico Zohran Mamdani e il reiterato attacco agli atenei statunitensi di Donald Trump – la lettura “in originale” del pensatore di Ales, nel luogo principe del neoliberismo, della globalizzazione e del turbocapitalismo (oltre che della caduta verticale verso destra di gran parte delle nazioni del pianeta) pone una serie di riflessioni. Non tanto, verrebbe da dire, risulta importante un pensiero comunista nel cuore del sovranismo populista, quanto la duplice caratterizzazione (prettamente gramsciana): analisi del presente e proposta politica per il futuro. Gli Stati Uniti sono multiformi e complessi e, certamente, non sono solo Donald Trump.
Il modello di vita a stelle e strisce, però, è stato esportato anche con la forza in maniera generalizzata in tutto il pianeta, ha condotto a un ipertrofia dei consumi, altra forma di controllo e di sottomissione, mentre le diseguaglianze non sono affatto finite.
E dunque, Antonio Gramsci? Gramsci a New York? I suoi concetti di egemonia, nazional-popolare, le culture subalterne, il ruolo dell’intellettuale, l’americanismo e il fordismo; l’importanza centrale della cultura (per Gramsci la sovrastruttura marxiana – e quindi, la cultura – aveva tanta importanza quanto la struttura economica). “Esporre” Gramsci in America vuol dire “esporre” il comunismo a chi non l’ha mai vissuto in prima persona. Ma non solo. “Esporre” il pensiero gramsciano, oggi, in definitiva vuol dire riattivare quella corrente (che, da continua, è divenuta molto alternata) che conduce a una messa in discussione dell’esistente. In nome della cultura, certo! In nome di quella cultura che oggi è sempre più in ribasso, e non entra quasi per niente all’interno del discorso pubblico. Anche il concetto di egemonia (oggi così tanto apprezzato anche dai partiti della reazione), in fondo, punta tutta la propria attenzione sui temi culturali. Infatti, egemonia, per Gramsci non è dominio, è direzione (intellettuale e morale, tra l’altro.). Inoltre un partito quando ha finalmente raggiunto l’egemonia non per questo ha cessato di essere dirigente, cioè culturalmente capace di costituire un punto di riferimento privilegiato. Lo stesso vale per tutti gli altri, notori, concetti gramsciani. L’importanza della propria formazione, educazione e crescita intellettiva sono al centro di tutti i Quaderni. Certamente, proporre, oggi (nel regno delle influencer e dei tiktoker), l’accento sui temi della cultura può apparire un’operazione fuori moda, se non per qualcuno addirittura di retroguardia. Eppure New York ci ha creduto. Ha messo in mostra l’opera principale di un politico e pensatore che ha scritto: “La cultura è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità, e conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri». Questo è l’insegnamento più diretto che viene dal Gramsci newyorkese: oggi, occorre capire in pieno “la propria funzione nella vita”. Cioè, il proprio “senso” e il “senso” di tutto quanto il resto. Il “senso” in generale. In un mondo prettamente sonnambolico (come giustamente dichiara il filosofo sud-coreano naturalizzato tedesco Byung-chul Han) nel quale si vive solo per i soldi e si annaspa e galleggia in un presente che tende a sfuggire a ogni comprensione, Gramsci fa proprio il dettato dello stesso Karl Marx: “Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che essi trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalla tradizione”. “Voglio trovare un senso a tutto quanto”, cantava Vasco Rossi. La propria funzione nella vita è importante. I soldi sono dei mezzi, il “senso” è un fine della vita. Oggi si dice spesso che quella che ha prevalso è la mitica “ragione strumentale” di Max Horkheimer, quella per la quale i mezzi sono diventati, essi stessi, dei fini. New York, ma soprattutto la Silcon Valley con la sua “intelligenza artificiale”, rischiano di trasformarci in mezzi non solo l’uno per l’altro ma anche per le macchine, e questo, si dice, potrebbe avvenire, prima o poi. E se tutto questo mio discorso potrebbe, forse, apparire troppo filosofico (e in fondo lo è) c’è da chiedersi, per converso, perché la cultura e il significato delle cose, oggi, sono tanto in discredito? Evidentemente un qualche valore il mondo dei soldi e delle macchine, deve dare a queste due cose, sia pure per eliminarle del tutto. Per cui, seguendo questo Gramsci “americano”, non abbiamo che da riappropriarci della nostra “propria funzione nella vita”; questo ce lo ricorda la mostra di New York.
Tutto ciò può rappresentare per qualcuno un invito al raggiungimento di un presunto “capitalismo dal volto umano”? La “propria funzione nella vita” non produce profitti, ma una nuova consapevolezza. Questo è il punto. Perché, come scrive lo stesso Antonio Gramsci, oggi stiamo vivendo in un momento storico nel quale “il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”.
Immagine: Quattro quaderni dal carcere numero 1, 13, 20, 24 di Antonio Gramsci – foto di pubblico dominio via Wikimedia Commons







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