di Nunzia Augeri
Un interessante approfondimento sugli ultimi giorni del regime nazista e sui concitati avvenimenti della fine della Seconda Guerra Mondiale, dai tentativi di sottrarsi alle responsabilità da parte dei gerarchi e di altre figure collaterali, all’ipotesi avanzata da Churchill di proseguire il conflitto attaccando l’Unione Sovietica.
La capitolazione dell’esercito tedesco, firmata a Berlino dal generale Wilhelm Keitel nella notte fra l’8 e il 9 di maggio del 1945, segna la fine della seconda guerra mondiale. Il giorno prima un analogo documento era stato firmato a Reims, in Francia, dal generale Alfred Jodl, ma l’Unione Sovietica aveva richiesto che si apponesse una nuova firma in presenza del comandante dell’Armata Rossa, Georgij Zukov; il che appunto avverrà a Berlino. Sul piano iconografico, la resa è simbolizzata dalla fotografia del soldato sovietico che issa la bandiera con falce e martello in cima al Reichstag il 30 di aprile, cioè il giorno stesso della conquista di Berlino che coincide con il suicidio di Hitler nel bunker sotto la Cancelleria. Meno nota, ma abbastanza diffusa, la fotografia del generale Wilhelm Keitel, che a Berlino si presenta ai comandanti alleati salutando con il bastone da maresciallo.
La resa incondizionata delle forze armate tedesche chiude le operazioni militari, ma non è ancora la fine giuridica dello Stato tedesco del nazionalsocialismo. Poco prima di morire ormai praticamente prigioniero nel bunker sotterraneo, Hitler nella notte fra il 28 e il 29 aprile dettava alla sua segretaria personale Traudl Junge due testamenti: quello privato e quello politico. In questo egli, in qualità di capo dello Stato tedesco (Reichsführer), annuncia le sue ultime decisioni politiche: revoca anzitutto la nomina di Hermann Göring a suo successore e gli toglie tutti i diritti che gli erano stati accordati con il decreto del 29 giugno 1941. In verità Göring era stato designato successore di Hitler già nel lontano 1934: il 13 dicembre di quell’anno una legge accordava al Fuhrer il diritto di scegliere il proprio successore, e pochi giorni dopo, il 19 dicembre, Hitler designava Göring come suo successore in caso di morte. Un nuovo decreto del 23 aprile 1938, reiterava la scelta. Tali decreti restarono segreti, e solo il 1 settembre 1939, con la dichiarazione di Hitler al Reichstag sulla guerra contro la Polonia, la procedura venne resa pubblica, e confermata ancora il 29 giugno 1941: in caso di impossibilità a svolgere i suoi compiti per qualsiasi ragione, “il Maresciallo del Reich Hermann Göring sarà mio supplente o mio successore in tutte le funzioni dello Stato, del partito e della Wehrmacht”.*
In quei giorni concitati della fine di aprile 1945, con gli eserciti alleati ormai dilaganti sul suolo tedesco fino a Berlino, Göring si trova a Berchtesgaden, in Baviera, nel luogo della residenza estiva di Hitler; informato della decisione di Hitler di restare a Berlino, il 23 aprile gli inviò un telegramma chiedendogli l’assenso “ad assumere la direzione generale del Reich in virtù della legge 29 giugno 1941… Se non riceverò alcuna risposta entro le ore 22, suppongo che siate stato privato della vostra libertà di azione e agirò secondo il mio giudizio”. Questo fece infuriare Hitler, il quale accusò Göring di tradimento, revocò il decreto del 1941 e gli impose di dimettersi immediatamente da tutti gli incarichi, se voleva restare vivo. In ogni modo le SS bavaresi ebbero l’ordine di arrestare e liquidare il Maresciallo. A sera la residenza di Göring venne accerchiata, ma prima che le SS potessero compiere l’intervento decisivo un grande bombardamento dell’aviazione statunitense mandò tutto in rovina. Göring riuscì a salvarsi sia dal bombardamento che da un’ulteriore condanna a morte decretata da Hitler il 30 aprile, poche ore prima di suicidarsi.
Heinrich Himmler, comandante delle SS e capo della polizia e dei servizi di sicurezza, condivideva con Göring una fama a livello nazionale e la stima di Hitler. Ma anche lui compì un passo falso: ormai convinto che Hitler a Berlino fosse tagliato fuori da tutto, prese contatto con il rappresentante svedese conte Bernadotte per mezzo del consolato svedese di Lubecca, proponendo una resa parziale di fronte agli alleati angloamericani. Anche di questo Hitler venne informato: lo considerò un tradimento pari a quello di Göring, scatenando ancora l’ira del Fuhrer.
Trovare un potenziale successore diventa ora la sua maggiore preoccupazione: la sua attenzione si sofferma sull’ammiraglio Karl Dönitz, comandante della flotta sottomarina degli U-boot e poi capo della Kriegsmarine, la marina militare. Dal 10 di aprile è stato nominato comandante militare della Germania del nord, prova della fiducia che gli accorda Hitler. L’ammiraglio sembra in ogni caso deciso a seguire la volontà del Fuhrer di combattere fino all’ultimo respiro, senza alcuna tregua neppure nella persecuzione degli ebrei. Il 23 aprile Hitler incontra – ed è l’ultima volta – il fedele Albert Speer, l’architetto con cui aveva sognato la nuova grande Germania poi diventato ministro degli armamenti. Anche Speer ha una buona impressione di Dönitz, e lo dichiara a Hitler, anche se si guarda bene di tentare di influenzarlo a favore dell’ammiraglio, il che avrebbe avuto immediatamente – secondo l’esperienza di Speer – l’effetto contrario.
Quando, la notte del 29 aprile, Hitler detta il suo testamento politico, è il nome di Dönitz che emerge in primo piano, nominato Führer del Reich e comandante supremo della Wehrmacht. Hitler indica anche i nomi dei ministri destinati a comporre il nuovo governo: a Dönitz è attribuita anche la responsabilità della Marina e della guerra; al suo fianco, Joseph Goebbels, il notissimo ministro della propaganda, che in quel momento ha anche la carica di generale della Wehrmacht e dai primi di aprile è incaricato della difesa di Berlino; Hitler gli attribuisce il ruolo di Cancelliere del Reich, ruolo di cui Goebbels sarà titolare per poco più di 24 ore, fra il suicidio del Führer e quello suo con tutta la sua famiglia, il primo di maggio. Hitler, nel suo testamento, “chiede a tutti i tedeschi, a tutti i nazisti… e a tutti i soldati della Wehrmacht di essere leali e di obbedire al nuovo governo e al suo Führer fino alla morte” e termina esortando il nuovo governo “a mantenere le leggi razziali fino in fondo e a resistere senza tregua a coloro che avvelenano tutte le nazioni: l’ebraismo internazionale”. Il mandato politico è chiaro: continuare la guerra e mantenere uno Stato razzista.
Il 30 aprile Hitler si suicida a metà pomeriggio. L’ammiraglio Dönitz, nello svolgimento delle sue funzioni, si trova a Plön, piccola città dello Schleswig-Holstein, la regione all’estremo nord ovest della Germania. Alle ore 18,35, mentre è a colloquio con Albert Speer, un telegramma gli comunica che Hitler lo ha designato suo successore e che pertanto compete a lui prendere tutte le decisioni che la situazione esige. Non si parla peraltro della morte del Führer, per cui Dönitz risponde con un telegramma indirizzato a Hitler stesso in cui reitera la sua fedeltà e dichiara che opererà per il bene del popolo tedesco. Solo il pomeriggio del giorno dopo, il primo maggio Dönitz verrà informato della morte di Hitler per mezzo di un telegramma di Goebbels, che indica anche tutti i nomi del nuovo governo. Tocca ora all’ammiraglio l’ingrato compito di annunciare la morte del Führer al popolo tedesco: il suo comunicato descrive Hitler come un combattente caduto nella lotta contro “il terribile pericolo del bolscevismo”.
Per Dönitz è ora il momento della scelta: deve continuare la guerra fino all’autodistruzione della Germania, o arrendersi? Dal 2 di maggio il fedele seguace di Hitler ignora le ultime volontà del suo capo e non si sente più legato al suo testamento: d’ora in poi la sua decisione è di arrendersi alle forze angloamericane e di proseguire la lotta anticomunista contro l’Unione Sovietica, come alleato delle potenze occidentali. Per perseguire questa strategia, Dönitz il 2 di maggio decide di trasferirsi a Flensburg.
Flensburg è una piccola città sul Mar Baltico, nella regione dello Schleswig-Holstein, situata all’estremità di un fiordo, a soli 7 chilometri dal confine con la Danimarca; contava allora circa 70.000 abitanti. Il porto, piccolo e ben protetto, non era molto importante, e la città, considerata pressocché irrilevante, era stata risparmiata dai violenti bombardamenti alleati: solo il 5% degli edifici aveva riportato qualche danno. Nei sobborghi, a circa quattro chilometri dal centro città, aveva sede la zona speciale di Mürwik, una zona militare dove si trovavano un piccolo aeroporto, una base navale e la scuola militare per la formazione di ufficiali di marina; costruita fra il 1907 e il 1910, contava vari edifici: le baracche per ospitare gli allievi, un ospedale militare, una piscina, una scuola di equitazione, campi sportivi e officine.
In questo breve spazio di complessivi 14 chilometri quadrati viene istituita la sede del Terzo Reich, che pochi anni prima, nel 1941, si estendeva dai Pirenei ai Carpazi, dal Mare Artico al Mediterraneo. Il 2 di maggio vi si insedia l’ammiraglio Dönitz con il suo governo, prima su una lussuosa nave che era stata da crociera, la “Patria”, requisita nel 1940 per servire come nave caserma; dall’11 maggio Dönitz si trasferisce a terra, nella zona militare di Mürwik.
La citta di Flensburg diventa così la capitale del Reich: non è completamente isolata dal mondo, sebbene i suoi mezzi di comunicazione siano molto limitati; i giornali non escono più dal 30 aprile, solo due quotidiani di provincia, a Flensburg e ad Aachen, riescono a uscire e a dare notizia della resa incondizionata del Paese. Dönitz però ha a disposizione ancora una stazione radio, installata presso l’ufficio postale di Flensburg. La radio è collegata con Oslo e Copenhagen, permettendo di passare ordini e notizie alle truppe tedesche ancora presenti in Norvegia e Danimarca. Il 3 di maggio, il primo discorso che viene diffuso è di Albert Speer, il ministro degli armamenti: di fronte alla distruzione del Paese, alle violenze e alla disperazione, egli esorta i cittadini tedeschi a continuare tenacemente il loro lavoro, mantenere la disciplina e preparare la ricostruzione. Tre giorni dopo, il 6 maggio, viene trasmesso un discorso del Reichsführer Dönitz il quale, rivolgendosi alle truppe della Wehrmacht, annuncia la resa parziale delle truppe tedesche del nord-ovest. Il giorno dopo è il turno del capo del governo, il Cancelliere conte Johann Ludwig Schwerin von Krosigk, che si rivolge alla popolazione tedesca e all’opinione internazionale. I tre leader del nuovo governo nazista insistono sulla minaccia comunista (ignorando ormai l’ebraismo internazionale) e sottolineano le qualità tedesche di disciplina, tenacia, coraggio e attaccamento al lavoro che devono diventare le basi morali per la ricostruzione. Nessun accenno viene fatto alle responsabilità individuali e collettive dei tedeschi nei confronti della guerra e della sconfitta. La radio continua a trasmettere poche ore al giorno informazioni, comunicati, musica. Pochi cittadini tedeschi peraltro la possono ascoltare, giacché nella generale distruzione del Paese è difficile avere a disposizione l’energia elettrica necessaria.
La radio verrà chiusa il 10 maggio alle ore 20 con un ultimo comunicato che annuncia: “dalla scorsa mezzanotte le armi tacciono su tutto il fronte. Su ordine del Grande Ammiraglio la Wehrmacht ha cessato il combattimento che era diventato disperato. E’ la fine di una lotta eroica durata quasi sei anni. Ci ha portato grandi vittorie ma anche pesanti sconfitte. La Wehrmacht tedesca si è infine inchinata con onore di fronte a forze superiori”. Le forze di occupazione britanniche, già presenti nella città, chiuderanno quella porta su cui con un gessetto bianco verrà scritto: “Reserved for information control”.
Quando l’ammiraglio Dönitz assume la carica di Reichsführer, la situazione militare è disperata, ma le truppe tedesche occupano ancora la Norvegia, la Danimarca, l’Olanda, il protettorato di Boemia- Moravia, qualche roccaforte isolata in Francia, e sono ancora in combattimento sul fronte orientale, in Prussia orientale e nei territori baltici. La resa incondizionata, stabilita dagli Alleati alla Conferenza di Casablanca nel gennaio 1943, fa temere che la Germania venga cancellata dalle carte geografiche o venga smembrata. La classe dirigente nazista è poi ossessionata dal ricordo della resa del 1919, con la leggenda della “pugnalata alle spalle” come mito storico che nega la responsabilità del Paese nella sconfitta rigettandola su ebrei e comunisti. Una seconda resa incondizionata è una scelta assolutamente inaccettabile. La prima carta da giocare sembra la fortezza boemo-morava, dove sono presenti ancora 900.000 soldati tedeschi al comando di Hans Frank, un alto gerarca nazista che era stato governatore della Polonia. La zona ha una grande importanza industriale e strategica, la situazione militare è ancora buona, e Dönitz pensa di avere in mano una carta da usare nei negoziati con gli Alleati, per “salvare i tedeschi dalla schiavitù e dal bolscevismo”, come afferma l’ammiraglio in un messaggio lanciato alle truppe tedesche il 5 maggio. Quel che i dirigenti avevano sottovalutato era lo stato di tensione rivoluzionaria: il 6 maggio Praga insorge e i tedeschi vengono costretti a ritirarsi.
Dönitz e il suo governo si trovano di fronte a scelte molto difficili: vale la pena resistere in Norvegia e Danimarca? Bisogna iniziare dei negoziati, e con quali obiettivi? Una resa parziale sul fronte occidentale, oppure è inevitabile la resa incondizionata su entrambi i fronti? In una riunione del 2 maggio al mattino, la scelta è di continuare a combattere, sempre con forza sul fronte orientale, cercando invece di evitare grossi scontri su quello occidentale. Ma il pomeriggio, la notizia che gli inglesi stanno conquistando Lubecca e gli statunitensi hanno superato l’Elba e stanno risalendo verso il Baltico cambia improvvisamente la situazione. Non ha più alcun senso continuare a battersi sul fronte occidentale, bisogna intavolare dei negoziati. Il primo passo è entrare in contatto con il maresciallo Bernard L. Montgomery, che a El Alamein aveva sconfitto il tedesco Erwin Rommel. La sera del 2 maggio una delegazione tedesca condotta dall’ammiraglio Hans-Georg von Friedeburg, scelto per le sue doti di intelligenza e abilità diplomatica, parte per Luneburg, dove si trova il quartier generale di Montgomery.
Il giorno dopo, 3 maggio a mezzogiorno, l’ammiraglio von Friedeburg incontra il generale Montgomery; la proposta che mette sul tavolo è nettamente minima: la resa, ma solo davanti ai britannici, delle tre armate tedesche che si trovano fra Berlino e Rostock, e la richiesta di risparmiare la popolazione civile della zona. Il maresciallo inglese rifiuta immediatamente tale proposta e pone le sue condizioni: la resa incondizionata di tutte le forze tedesche in Olanda, Danimarca, in Frisia e nello Schleswig-Holstein; i soldati del fronte orientale sarebbero considerati prigionieri di guerra, ma non verrebbero consegnati all’Unione Sovietica.
Secondo von Friedeburg, è quasi una vittoria: la proposta di resa parziale non comporta l’abbandono della guerra sul fronte orientale e la possibilità di un rovesciamento delle alleanze in un secondo momento. La discussione del governo Dönitz porta all’accettazione della proposta di Montgomery, dato che ormai l’Olanda e la Danimarca non sembrano in alcun modo difendibili. Von Friedeburg è autorizzato a tornare al quartier generale inglese per firmare la resa con le condizioni dettate da Montgomery. La resa deve entrare in vigore il 5 maggio alle 8 del mattino. La buona riuscita dell’operazione spinge Dönitz ad autorizzare le trattative per una resa parziale delle truppe del generale Löhr, stanziate in Ungheria, di fronte al maresciallo Harold Alexander, sempre allo scopo di arrendersi ai britannici e di evitare i sovietici.
Resta peraltro l’ostacolo più difficile: la trattativa con il generale americano Dwight D. Eisenhower, il Comandante supremo delle forze alleate in Europa. Si tratta di gestire la resa parziale delle truppe su tutto il fronte occidentale, spezzando quindi l’unità della grande alleanza con l’Unione Sovietica. Dönitz intraprende dal 5 maggio una strategia di pacificazione inviando segni di buona volontà: ordina di interrompere la guerra degli U-boot, di evitare scontri in Norvegia, di liberare re Leopoldo del Belgio che si trovava imprigionato in Austria, e arriva perfino a proibire ogni attività ai Werwölfe, cioè le formazioni di “lupi mannari” che sotto il comando diretto delle SS e perciò di Heinrich Himmler, svolgevano attività di sabotaggio e guerriglia contro gli Alleati.
Anche in questo caso è il generale von Friedeburg che inizia le trattative presso il quartier generale statunitense a Reims, in Francia, Ma, come comunica testualmente il conte Schwerin von Krosigk, “i negoziati con Eisenhower non si sono svolti tanto bene come quelli con Montgomery”. Di fatto, il Comandante in capo aveva subito trasmesso tutte le informazioni all’Alto comando sovietico e aveva chiesto “l’invio di un alto ufficiale dell’Armata rossa che rappresentasse l’Urss in tutti i negoziati con Dönitz”. Le condizioni poste da Eisenhower risultano inaccettabili: resa immediata e incondizionata su tutti i fronti. Le armate del fronte orientale resterebbero alla mercé dei Sovietici, e i dirigenti tedeschi stimano che quei soldati non accetterebbero mai di deporre le armi. La situazione militare – d’altra parte – è disperata, i tedeschi si trovano ormai in un vicolo cieco senza alcuna possibilità di esercitare qualche pressione sugli Alleati.
Il 6 di maggio Friedeburg riparte per Reims, ma questa volta è accompagnato dal generale Jodl, il più intransigente avversario della resa incondizionata: il mandato è di firmare una resa incondizionata solo sul fronte occidentale; solo in caso estremo, firmare la resa su tutti i fronti, ma dopo autorizzazione esplicita di Dönitz. Eisenhower è ferreo nel suo rifiuto: minaccia di consegnare ai Sovietici tutti i tedeschi che si trovano entro le loro linee, e di bombardare tutte le città tedesche delle zone settentrionali non legate al patto con Montgomery. Il giorno dopo, Jodl è costretto a chiedere per telegrafo l’autorizzazione di Dönitz per la resa senza condizioni su tutti i fronti. La resa viene firmata dal generale Jodl il 7 maggio 1945 alle ore 2.41 del mattino, ed entrerà in vigore il 9 maggio. Su richiesta dei Sovietici, ci sarà la seconda firma il giorno dopo.
Le operazioni militari sono terminate con una pesante sconfitta, il governo del Reich è confinato in un territorio di 14 chilometri quadrati, ma l’ammiraglio Dönitz ha la seria intenzione di non rinunciare alle sue prerogative e di continuare ad amministrare il Paese. Ma per quanto tempo e con quali obiettivi? Dönitz non si fa illusioni, ma vuole presentarsi come governo “apolitico” in grado di guadagnarsi la fiducia dei vincitori, e per questo ne caccia Himmler, Rosenberg e altri, troppo compromessi con il regime nazista. Gli obiettivi sono fondamentalmente questi: salvare la sovranità e l’unità del Reich, mantenere l’ordine pubblico ed evitare la catastrofe in materia di alimentazione, energia e trasporti, per preparare la transizione verso la pace e la ricostruzione.
Il 6 di maggio nasce un nuovo governo: Dönitz è ora il Reichspresident, non più Führer, primo ministro è Schwering von Krosigk; alcuni ministri non hanno un passato di compromissione con il regime nazista, come il ministro dei trasporti e delle poste, Julius Dorpmüller, che non era mai stato neppure iscritto al partito nazista: si tratta di politici di stampo nazional-conservatore che nel 1933 avevano accettato l’alleanza con Hitler. Ma la maggior parte sono nazisti direttamente implicati nelle attività genocide del regime: non solo Speer che ha partecipato attivamente alla guerra e alla riduzione in schiavitù di deportati e militari prigionieri, ma anche Wilhelm Stuckart, ministro dell’interno, che ha partecipato alla Conferenza di Wannsee, dove è stata decisa la “soluzione finale” degli ebrei, o il Segretario di Stato Otto Ohlendorf, capo di un Einsatzgruppe operante in Unione Sovietica e responsabile della strage di decine di migliaia di ebrei e di civili russi, o il ministro dell’alimentazione, dell’agricoltura e delle foreste Herbert Backe che per anni ha messo in atto la politica della fame nei territori occupati dell’est.
Immediatamente dopo la firma della resa, a Flensburg viene inviata una Commissione alleata di controllo al comando del generale americano Lowell Rooks, con uno stato maggiore angloamericano. Il governo Dönitz è ormai in libertà vigilata, ma considerando che ha ancora un potere esecutivo – sia pure con mezzi estremamente ridotti – si pone il compito di “liquidare la guerra, gestire l’amministrazione civile del Reich e prendere tutti i provvedimenti in materia di sicurezza alimentare, di industria, trasporti e finanze pubbliche”. Quanto all’agricoltura, fin dal 1941 il Paese si era basato sullo sfruttamento delle risorse agricole dell’Unione Sovietica, condannando alla fame milioni di cittadini sovietici al fine di garantire al Reich i cereali di cui aveva bisogno. La produzione agricola tedesca era calata inesorabilmente e ora bisognava affrontare il problema dell’autosufficienza alimentare: il governo Dönitz, ansioso di dimostrare le sue capacità amministrative, si propone di operare una gestione centralizzata della produzione agricola e dell’industria alimentare e di mantenere le leggi relative alle tessere annonarie e al divieto di mercato nero. Il governo chiede inoltre di mobilitare tutti le risorse militari che possono servire all’agricoltura – cavalli, strumenti agricoli, camion – e di liberare i prigionieri di guerra tedeschi la cui forza lavoro è necessaria per rilanciare l’agricoltura.
Quanto alla produzione industriale, Speer prepara un documento che tiene conto delle distruzione e della paralisi del paese. Anche in questo campo si auspica una gestione centralizzata dell’economia per compensare le differenze fra regioni produttive e regioni di consumo. Anche in materia di finanze, Ohlendorf propone un’autorità centrale: mantenere l’unità del Reich si dimostra la preoccupazione principale del governo Dönitz.
In un memorandum datato 22 maggio 1945, il ministro dell’interno Stuckart affronta invece il futuro della Germania, avanzando “un progetto di ordine politico, sociale, economico e culturale fondato sull’anticomunismo e la difesa dei valori occidentali” e indicando nella tradizione tedesca della Volksgemeinshaft, la comunità del popolo, il mezzo per superare le differenze di classe e di razza.
Intanto, in quei primi giorni di maggio, nell’esiguo territorio in cui si è ridotto il Reich, si riversa una folla composita: gerarchi e criminali di guerra nazisti, come Heinrich Himmler, capo delle famigerate SS; Rudolf Hoess, ex comandante del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau; Alfred Rosenberg, ideologo del nazismo e amministratore dei territori dell’Est; Erich Koch, Gauleiter della Prussia orientale e commissario del Reich per l’Ucraina. Ognuno prenderà poi la propria strada, qualcuno verso il suicidio. Ci sono anche semplici soldati o personaggi di minore importanza, i quali cercano di rivestirsi di una divisa della Marina militare, dato che questa non era stata coinvolta nella “soluzione finale” degli ebrei, nelle deportazioni e i massacri.
Ma a Flensburg non arrivano solo i gerarchi e gerarchetti nazisti: il porto diventa la destinazione dei convogli che trasportano i detenuti evacuati dai campi di concentramento, soprattutto da quello relativamente vicino di Stutthof, in Alsazia. I cadaveri che bisogna frettolosamente seppellire in spiaggia, gli uomini ridotti a fantasmi derelitti che cadono morti per le strade, fanno capire a Dönitz che le notizie che gli erano arrivate sui maltrattamenti nei campi di sterminio non erano frutto della propaganda nemica. L’8 maggio poi, il generale Jodl torna da Berlino con una copia del giornale americano “Stars and Stripes” che riporta foto atroci del campo di concentramento di Buchenwald. Commenta Dönitz nel suo diario: “Nulla assolutamente può giustificare quel che si vedeva in quelle fotografie. Friedeburg e io ne fummo sconvolti. Non avremmo mai pensato che quelle cose fossero possibili! Ma esse rispondevano perfettamente alla realtà – e non solo di Buchenwald – come potemmo constatare noi stessi all’arrivo a Flensburg di un battello che trasportava i detenuti di un campo di concentramento… Come in Germania si erano verificati tali orrori senza che noi ne avessimo conoscenza?” Qui l’Ammiraglio ha cura di costruirsi un’immagine di militare apolitico, che passava il proprio tempo in mare, o sotto il mare, linea che al processo di Norimberga costituirà la sua difesa e gli permetterà di evitare la morte e cavarsela con solo dieci anni di prigionia.
In ogni modo lo scandalo contribuisce a minare la legittimità del governo, e Schwerin von Krosigk cerca di salvare almeno la Wehrmacht e il popolo tedesco da ogni responsabilità diretta o indiretta. In una nota del 15 maggio scrive: “Nei campi di concentramento… si sono verificate delle cose che vanno contro i principi generalmente validi del diritto e della morale e della sensibilità di un uomo onesto… Poche persone in Germania ne sono state a conoscenza. Eccettuate quelle poche persone, l’esercito tedesco e il popolo tedesco non ne erano al corrente e non avevano nulla in comune con esse. Questo è un fatto da dichiarare pubblicamente”.
Fino a quel momento il governo è stato tollerato, soprattutto perché Churchill non ha abbandonato l’idea di un rovesciamento delle alleanze, in nome di un anticomunismo viscerale che vuole arginare l’espansione militare, ideologica e politica dell’Unione Sovietica. Il Premier britannico incarica i servizi segreti di preparare un rapporto sulle capacità militari sovietiche; ne risulta che tali capacità sono fortemente aumentate con le risorse industriali e le materie prime dei territori invasi dall’Unione Sovietica, e che l’Armata rossa può disporre di più di sette milioni di uomini. Dalla parte di Churchill si schierano lo Stato maggiore dell’esercito con il generale Montgomery in testa e il ministro Harold Macmillan, allora residente al quartier generale dell’Africa del nord. Churchill peraltro non è del tutto accecato dall’anticomunismo, ha saputo scendere a patti con Stalin quando era necessario, e malgrado che i servizi segreti assicurino che i soldati britannici odiano i russi più dei tedeschi, preferisce prendere tempo e per questo gli risulta utile il governo di Flensburg.
Ma l’ipotesi di continuare la guerra contro l’Unione Sovietica si scontra con il deciso rifiuto dei dirigenti americani, sia il generale Eisenhower che il presidente Truman, che dal 12 di aprile è succeduto a Roosevelt. Inoltre, agli occhi delle opinioni pubbliche nazionali e internazionali, non è giustificabile l’alleanza con un paese appena sconfitto di cui ogni giorno si rivelano sempre più gravi ed estesi i crimini e gli orrori. Il 16 maggio avviene un ultimo incontro fra gli Alleati angloamericani, in cui Churchill cerca di convincere Eisenhower ad affidare ai tedeschi il governo del Paese, appunto per non dover condividere il compito con l’Unione Sovietica.
Il rigetto da parte americana è totale. Il generale Rooks già dal 12 maggio si era installato a bordo del “Patria”, insieme con il generale inglese Foord; il 18 maggio arriva la delegazione sovietica condotta del generale Truskov, che si installa su un’altra nave, la “Caribia”. In base agli ordini di Eisenhower, bisogna liquidare il governo di Dönitz, di cui gli Alleati mettono perfino in dubbio la legittimità, e instaurare un governo militare su tutta la Germania. Il giorno 23 maggio, alle ore 10 del mattino, scatta l’operazione “Blackout”, che da una parte prevede l’arresto di Dönitz, Jodl e Speer, e dall’altra l’intervento della 159° brigata sulla zona speciale di Mürwik per arrestare le 5.500 persone presenti, di cui 420 sono funzionari del governo. L’operazione viene ampiamente spettacolarizzata per far conoscere al mondo la conclusione definitiva del Terzo Reich: doveva durare nei millenni, è finito dopo dodici anni. Il governo della Germania viene affidato alle potenze vincitrici, Gran Bretagna, Stati Uniti, Unione Sovietica e Francia.
Se il 23 maggio 1945 segna la fine del Terzo Reich, la regolamentazione giuridica definitiva dello Stato tedesco resta in sospeso e viene rimandata a una futura Conferenza di pace con relativo trattato: sul piano del diritto internazionale, la “questione tedesca” resta aperta e lo Stato tedesco continua ad esistere de jure. Solo dopo 45 anni, alla fine della guerra fredda fra gli Stati Uniti e l’Urss, il “Trattato sullo stato finale della Germania” firmato a Mosca il 12 settembre 1990 chiuderà definitivamente la questione, aprendo la strada per il nuovo Stato della Germania unificata, che sorgerà il 9 ottobre dello stesso anno.
*Questa citazione e tutte le seguenti sono tratte dal volume “Les dernières heures du IIIe Reich” di Emmanuel Droit, Edizioni PUF, Parigi, 2026.
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