La voce di Hind Rajab

La voce di Hind Rajab

di Laura Baldelli

Il film La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania, premiato a Venezia con il Leone d’Argento, racconta l’agghiacciante e nota vicenda della bambina palestinese di 5 anni Hind, e lo fa con sobrietà e rispetto del dolore ma anche con una potenza dirompente.

Oggi tutti parlano di Gaza, anche per vincere le elezioni regionali, anche artisti dello spettacolo che sono rimasti in silenzio o hanno declinato il loro appoggio e contributo a GazArt, la prima iniziativa di protesta e sensibilizzazione sul genocidio in corso, organizzata dal regista Alessandro Negrini.

Dopo che la Palestina è stata rasa al suolo, dopo che il genocidio è avvenuto senza alcuna vera ed efficace condanna al governo d’Israele e senza alcuna sanzione, molti, per opportunismo, si ricordano di avere una coscienza, qualcuno rievoca la lunga storia dei massacri perpetrati, degli esili e la vita impossibile nei territori occupati, ma neanche le terribili immagini della strage degli innocenti di questi due anni hanno toccato le coscienze dei potenti. 

I rituali delle manifestazioni di popolo non sono bastate, a volte ho trovato la musica di richiamo irritante, quasi irrispettosa di fronte a tanto dolore e impotenza: urtano la mia indignazione, la mia rabbia, il mio dolore. 

Per una forma di pudore che rispettasse il lutto ho esitato anche ad andare a vedere il film, che Venezia ha premiato con il Leone d’argento, perché temevo di trovarmi di fronte alla retorica di furbe operazioni mercificate.

Ma ha prevalso la curiosità, la passione per il cinema e per la lotta di classe. 

Il film, prima ancora del giudizio sui contenuti, è un’opera di valore cinematografico che restituisce il dramma con sobrietà e rispetto, imponendo il silenzio della riflessione, la compostezza del dolore e, quando esci dalla sala, fai i conti anche con le responsabilità che non hai e i sensi di colpa per avere le armi spuntate per combattere l’ingiustizia, la menzogna e la ferocia del capitalismo canaglia.

E dico anche che si poteva osare con un Leone d’oro. 

La regista tunisina Kaouther Ben Hania ha sentito il dovere e la necessità di non essere complice, nonostante non sia un’attivista, e di utilizzate il mezzo artistico con il quale si esprime: il cinema. 

Gli attori Brad Pitt, Joaquin Phoenix, Rooney Mara sono tra i produttori esecutivi per facilitare la distribuzione dell’opera.

Il film è stato girato in Tunisia, dove sono stati ricreati gli ambienti della sede di Ramallah della Mezzaluna rossa, dove è stata accolta, il 29 gennaio 2024, la disperata richiesta di soccorso di Hind Rajab, una bambina palestinese di 5 anni intrappolata dentro l’auto dei suoi zii e cugini, unica superstite dell’attacco dei carri armati israeliani che combattono con crudeltà i civili palestinesi come un esercito nemico. 

Una storia vera, un simbolo di chissà quante innumerevoli tragedie, ma forse l’unica di cui si hanno le registrazioni di 70 minuti con 15 richieste di aiuto della bambina in auto con i corpi senza vita dei suoi cari, circondata dai carri armati. L’auto è stata crivellata da 355 colpi d’arma da fuoco. Prima di lei, la cugina più grande, Liyan, ha chiesto aiuto, ma anche lei è diventata il bersaglio dell’esercito israeliano ed è morta sotto gli occhi di Hind.

Neanche il paragone con Davide e Golia può reggere di fronte a tanta disparità e disumanità. 

Una tragedia raccontata con rispetto, orrore, dolore e onestà, e che, pur toccando tutte le emozioni del pubblico, non cerca di trarne profitto; è un dramma trattato senza tentare di visualizzare, animare o ricostruire con una fiction ciò che sta accadendo, ma che straziante emozione sentire la voce flebile di una bambina sola e in pericolo di vita, impaurita, chiedere aiuto. La regista non ha avuto bisogno di ricorrere ad alcuna retorica pacifista per denunciarne gli orrori, la disumanizzazione che spersonalizza il nemico e anestetizza le coscienze tanto da non distinguere se la persona che ti sta davanti sia realmente un pericolo, nonostante sia un bambino.

Impossibile accettare un mondo in cui un bambino chiede aiuto per 3 ore e nessuno accorre perché ci sono dei protocolli di sicurezza da rispettare, organizzati e decisi da chi è lontanissimo, mentre l’ambulanza è a 8 minuti di strada. Tutto il film ruota attorno a questo senso d’impotenza e, anche se conosciamo il doloroso epilogo, la tensione non ci abbandona mai, pietrificati da tanto orrore… ma vorremmo spaccare questo mondo così perversamente sbagliato. 

Un fallimento e un dolore che appartiene a tutti noi: un mondo che guardiamo morire impotenti. 

La regista ha scelto che gli attori recitassero le loro battute ascoltando la registrazione di Hind all’auricolare, senza averla mai ascoltata prima, così da filmare le loro spontanee reazioni. Il file audio irrompe dentro le immagini così da renderle dipendenti.

Una strategia narrativa che ha costruito la potenza del film, assieme alla narrazione creata dal ritmo del montaggio, con intensi primi piani che sembrano tirarci dentro le scene. 

Davvero un buon cinema, realizzato con pochi mezzi, senza effetti speciali, senza scene d’orrore, un cinema etico che ricerca nuove vie narrative. 

Solo alla fine del film vediamo l’ambulanza, distrutta dalle raffiche, con i resti dei due soccorritori, mentre finalmente andava verso la bambina, la foto della piccola Hind e il video di sua madre con il fratellino: nei loro occhi un dolore muto e rassegnato.

Sappiamo come è stato possibile.

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