Tutto quello che resta di te – Racconti cinematografici del dramma palestinese

Tutto quello che resta di te – Racconti cinematografici del dramma palestinese

di Laura Baldelli

Il film s’ispira a una storia vera e la scelta di raccontare le vicende di una famiglia, attraverso tre generazioni, ne fa un film corale, epico, perché c’è tutta la storia della Palestina e del suo popolo, tra esili e resistenza all’oppressione. 

Un altro film sul dramma palestinese nelle sale italiane: Tutto quello che resta di te, della regista Cherien Dabis, che è anche attrice, produttrice e sceneggiatrice palestinese, nata negli Usa; il film è stato girato in lingua araba, la produzione ha coinvolto: Germania, Palestina, Giordania, Cipro e sarà candidato agli Oscar 2026 come film straniero per la Giordania.

Cherien Dabis, cresciuta tra il Medio Oriente e il Midwest, nei suoi film porta elementi autobiografici, affrontando temi dell’immigrazione, della discriminazione, dell’assimilazione culturale. In questi anni ha sempre partecipato con i suoi lavori al più grande festival del cinema indipendente negli Usa, Sundance Film Festival, dove in anteprima ha presentato anche questo suo ultimo film.

Il film s’ispira a una storia vera e la scelta di raccontare le vicende di una famiglia, attraverso tre generazioni, ne fa un film corale, epico, perché c’è la storia della Palestina e del suo popolo, tra persecuzioni, esili e resistenza all’oppressione. 

Non un film che sfrutta l’onda umanitaria e l’indignazione del genocidio in corso, ma un’opera necessaria perché racconta quella storia occultata e dimenticata in cui, alla fine degli anni ’40 la comunità internazionale “lasciò fare” alle organizzazioni paramilitari sioniste che espulsero più di 700.000 palestinesi dalle loro case, massacrando, depredando, umiliando civili inermi dei loro averi, del loro territorio, della loro patria. 

Ancor più necessario, dopo l’orrore delle parole, pronunciate nel febbraio di quest’anno dal vicepresidente della Knesset, Nissim Vaturi, da una radio ultraortodossa: “Chi è innocente a Gaza? I civili sono usciti e hanno massacrato la gente a sangue freddo. Sono feccia, subumani, nessuno al mondo li vuole. I bambini e le donne vanno separati e gli adulti eliminati”. Questo film, invece, ci immerge nel doloroso percorso di resistenza di una delle tante famiglie palestinesi e di come la parola “resistenza” abbia significato anche sviluppare sentimenti di fratellanza e anche conservare un senso profondo di umanità. 

Altro che subumani! 

Altro che le infami menzogne del mainstream che presenta Israele come un Paese aggredito, rovesciando la Storia! Inoltre, il governo israeliano ha persino vietato la presenza della stampa a Gaza e i media israeliani non informano i cittadini dello sterminio in corso, né della strage inarrestabile, senza precedenti, di giornalisti e fotografi, ben 275.

La regista, invece, ha scelto, per raccontare, proprio il ritmo della storia: un ripetersi cadenzato, senza tregua, dell’oppressione intergenerazionale e della prepotenza che dura da ottant’anni, nell’indifferenza generale, per svelare le ragioni del dolore, senza indugiare mai verso la rabbia o la pietà, anzi, preferendo sempre vedere con gli occhi della poesia.

Infatti, la poesia, per i palestinesi, è stata sempre la metafora per raccontare e la regista coglie quest’aspetto, che oso dire identitario.

E così il film si snoda nella cronaca epica della lotta per la sopravvivenza che passa attraverso tre generazioni, che vede tutti costretti a spostarsi da Jaffa fino ad Haifa, ma a rimanere uniti e a preservare la propria dignità di fronte alle forze d’invasione israeliane, raccontando con saggezza ed emozione, accompagnandoci a comprendere e condividere il significato di “identità palestinese”.

Cherien Dabis, nel dramma intergenerazionale, incide la Memoria iniziando dai primi massacri del 1948, quando fu messa in atto la Nakba, la pulizia etnica degli arabi palestinesi da parte dell’esercito israeliano, attraverso la violenza dell’espropriazione delle terre, delle proprietà per accelerare il forzato sfollamento, e dove un aranceto diventa il simbolo della perdita di radici e di cultura dei palestinesi e l’inizio di una lunga prova di resistenza che si è, ormai, diluita nel sangue versato dalle atrocità commesse nel corso dei decenni fino a oggi; poi il fatidico 1978, fino alla prima intifada dell’88 in Cisgiordania.

Ma è principalmente il racconto di una madre, a cui la regista affida la memoria familiare e corale, e che sceglie d’interpretare in prima persona; infatti, il titolo rappresenta l’elaborazione del dolore di una madre e del destino di suo figlio.

Questi versi che ricorrono nel film, sono in memoria di tutti i morti palestinesi:

“Io sono il mare, nei miei abissi si trovano tesori. Hanno chiesto ai subacquei delle mie perle? Ma attenti, io perisco e lo stesso accade alle mie bellezze. E i vostri rimedi, sebbene limitati, sono la mia cura!”.

Per capire l’identità e l’intimità del popolo palestinese è davvero necessario entrare nella poesia dei suoi poeti.

E per incidere la Memoria è anche importante ricordare, ri-vedere alcuni film e proporli alle nuove generazioni, affinché costruiscano quell’immaginario collettivo diverso da quello del mainstream e voglio suggerire anche titoli del cinema israeliano, ricordando Valzer con Bashir film d’animazione del 2008, un capolavoro pluripremiato nel genere, un punto di vista di tutto rispetto del regista israeliano Ari Forman, un viaggio nella memoria dentro la guerra nel Libano, quando, nel giugno 1982, gli israeliani iniziarono l’assedio di Beirut e accerchiarono i 15.000 combattenti dell’Olp, gli alleati libanesi e siriani, all’interno della città e che segnarono quell’orrore dell’eccidio di Sabra e Shatila in cui, tra il 16 e il 18 settembre 1982, furono trucidati 3.500 civili sciiti libanesi e profughi palestinesi nel quartiere di Sabra e nel campo profughi di Shatila: un dramma che va impresso nella memoria, anche nella ricerca di colpe e conseguenze.

Sempre sulla guerra che ha distrutto il Libano, un altro film pluripremiato e circolato nelle sale cinematografiche di tutto il mondo, Lebanon, del regista israeliano Samuel Maoz, del 2009, che, come la precedente opera, porta elementi autobiografici, tanto che il punto di vista delle riprese di tutto il film è quello da dentro un carro armato, che lo stesso regista da militare in Libano aveva vissuto: è un film coraggioso rispetto a quello che racconta. 

Ancora un film di un regista israeliano, Eran Riklis con il suo Il giardino dei limoni, del 2008, tratto da una vicenda vera, il cui protagonista fu il ministro Shaul Mofaz, che ottenne di tagliare il limoneto di Salma Zidane, un’agricoltrice palestinese in Cisgiordania, nonostante ella avesse ricorso alla Corte suprema.

Ma, azzardo, senza alcuna discriminazione, anche il film Munich del 2005, diretto da Steven Spielberg, da cui partire per raccontare le Olimpiadi di Monaco, Settembre Nero e tutto quello che ne è conseguito.

Il cinema palestinese ha prodotto un film nel 2005 altrettanto coraggioso e controverso sul perenne conflitto israelo-palestinese, Paradise Now, del regista palestinese Hany Abu-Assad, che fu candidato all’Oscar come miglior film straniero e l’argomento è scottante, in quanto riguarda gli attacchi suicidi.

Un film davvero interessante, anzi, rivoluzionario sul piano cinematografico, lontano dalla fiction, è Recollection del regista palestinese Kamal Aljafari che, nel 2015, realizzò questo documentario geniale e ardito, in quanto ha generato un processo di riappropriazione dell’immaginario della città di Jaffa, utilizzando le pellicole israeliane e americane, che la ripresero tra gli anni Cinquanta e Novanta, cercando la storia di un luogo che non esiste più, ma dal quale egli stesso proviene; un lavoro di scomposizione dell’immaginario israeliano e americano per far sì che Jaffa, almeno sul piano filmico, torni ad appartenere a quelli che dovrebbero esserne i legittimi proprietari, i palestinesi. 

Infatti, il regista Aljafari con un lavoro di ricerca ha raccolto, negli anni, film di finzione e non solo, ambientati nella città di Jaffa – ultimo avamposto palestinese nel 1948 di fronte all’avanzata dell’esercito del neonato Stato d’Israele – e di produzione sia israeliana che statunitense, in cui, attraverso l’uso di effetti digitali, ha letteralmente eliminato dalla scena attori e figure varie, lasciando solo il paesaggio della città, i muri, i palazzi, le rare macchine parcheggiate e, di tanto in tanto, qualche apparizione negli angoli delle inquadrature, di oscure presenze di palestinesi, entrate all’epoca, forse per sbaglio, all’interno del quadro cinematografico e ideologico del Paese dominante.

Lo sfondo, dunque, torna a essere il centro e appare una città fantasma, esistita un tempo, ma anche completamente reinventata, riprodotta come frutto dell’immaginazione e della tecnica. Aljafari, infatti, zoomma all’interno delle inquadrature, cambia il centro prospettico, cercando un dettaglio, variando i punti di vista, dando così una nuova vita a quei documenti visivi, frutto della propaganda israeliana. 

Davvero un esperimento potente.

Il cinema palestinese meriterebbe una ricerca e uno studio perché è stato anche “estensione dell’azione armata” con una filmografia che cercava tematicamente di promuovere nozioni collettive di resistenza e identità palestinese, specificamente incentrata sulla resistenza militante, caratterizzato da uno stile documentaristico, incentrato principalmente sulla raccolta e sulle testimonianze delle atrocità commesse contro le popolazioni palestinesi in esilio. Venivano proiettati nei campi profughi per mantenere viva la resistenza e la discussione. Purtroppo, in seguito all’invasione israeliana del Libano tutto l’archivio cinematografico custodito dall’Organizzazione per la liberazione della Palestina, Olp, che era stato costruito alla fine degli anni ’60, andò perduto.

Il buon cinema serve anche a problematizzare per capire meglio per agire non solo sull’onda emotiva dello sdegno, ma anche con riflessioni profonde sul senso e sull’uso delle parole democrazia, diritto internazionale, diritti umani, imperialismo.

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