La lotta di classe: un’idea di società

La lotta di classe: un’idea di società

di Gianfranco Cordì

“Considerato nel suo complesso, il sistema capitalistico si presenta come un insieme di rapporti più o meno servili imposti da un popolo a un altro popolo a livello internazionale, da una classe all’altra nell’ambito di un singolo Paese e dall’uomo alla donna nell’ambito di una medesima classe”.

Domenico Losurdo scrive questo nel suo La lotta di classe. Una storia politica e filosofica (Laterza, 2018) con un occhio rivolto alla macrostoria (“Il vero è l’intero”, diceva Hegel), con un altro occhio rivolto alla lotta di classe, intesa nei suoi termini classici, e con un terzo occhio rivolto al mondo patriarcale e ai rapporti di sudditanza e di sottomissione delle donne in tale contesto.

Quando si parla di lotta di classe, i due termini che intercorrono in tale espressione sono fondamentali. Il conflitto e l’antagonismo caratterizzano, infatti, l’intera storia umana. Mentre le “classi sociali” costituiscono dei marcatori che identificano la posizione di determinati soggetti sociali all’interno del sistema economico nel quale essi entrano in certi rapporti sociali. Proprio questi rapporti – quando sono di servilismo, schiavitù, sottomissione e subordinazione – generano il conflitto.

Dunque, la lotta di classe è “un genere” particolare della lotta in quanto tale. Un genere le cui “specie” sono i diversi soggetti sociali (individui, nazioni e donne) presi in esame, appunto, da Losurdo. È utile, a questo punto, dire che un conto è la teoria, altro è la prassi. Se è vero che la lotta di classe è “concreta azione politica”, allora si ha, dunque, uno slittamento dalla sfera economica a quella propriamente istituzionale.

È chiaro che questo, per esempio, è stato il problema del Che fare? di Lenin. Ma lo è stato pure per Mao Zedong, anche se posto in altri termini. Scrive Losurdo, infatti, che “la lotta contro l’imperialismo del Sol Levante è il modo concreto in cui, una situazione ben determinata, principalmente si manifesta e divampa la lotta tra lavoro e capitale”. Dunque? “Una grande crisi storica […] è caratterizzata da un intreccio di molteplici contraddizioni e di forme diverse di lotta di classe”. Cioè, “a caratterizzare una situazione storica determinata è sempre una molteplicità variegata di conflitti, e a sua volta ogni conflitto vede la presenza di una molteplicità di rapporti sociali, i quali esprimono interessi e idee diversi e contrastanti. Per orientarsi in questa sorta di labirinto è necessario non solo indagare la configurazione interna di ciascuno di questi conflitti ma anche in che modo essi si articolano e si strutturano in una totalità concreta”. La contingenza ha condotto, nella storia, a configurazioni essenzialmente variegate e, a volte, anche contraddittorie della stessa lotta di classe.

In certi casi si è sfiorato il paradosso, altre volte ancora, per continuare la lotta, si è dovuto far ricorso ai nemici condotti nelle file degli amici; in alcuni altri casi si è dovuto smettere di demonizzare il capitalismo o la tecnologia o lo stile di vita occidentale… Che cosa resta, alla fine? E che cosa ne è oggi della lotta di classe?

Qualche punto inemendabile Losurdo lo traccia. Intanto “la lotta di classe non si presenta quasi mai allo stato puro, quasi mai si limita a coinvolgere i soggetti direttamente antagonisti, soprattutto, è proprio grazie a questa mancanza di ‘purezza’ che essa può sfociare in una rivoluzione sociale vittoriosa”.

Poi: visto che la lotta di classe innerva l’intera storia e visto che essa è condotta da soggetti sociali che istituiscono determinati rapporti fra di loro, quello che è necessario affinché il conflitto sia possibile è che ci sia coscienza (di classe), riconoscimento e organizzazione (in un sindacato o in un partito).

Losurdo caratterizza, attraverso Marx ed Engels, tale processo con queste parole: i proletari “cominciano a scuotersi di dosso la colpevolizzazione e la conseguente mancanza di autostima che l’ideologia dominante fa pesare su di essi, allorché, superando l’isolamento, si impegnano nella lotta comune e nella costruzione di organizzazioni chiamate a promuovere la lotta comune”. Per cui, finalmente, “entrando in contatto fra di loro, i membri di una classe […] oppressa […] imparano a conoscersi e si scuotono di dosso la denigrazione e l’autodenigrazione imposte dalla classe dominante”.

A questo punto, emerge “un nuovo bisogno, il bisogno della società”. Il filo, aggrovigliato dalle tante contingenze e contraddizioni della vita, si è così dipanato. Anche oggi, in mancanza di un sindacato o di un partito che organizzi i sottomessi e i disgregati della globalizzazione, è necessaria più che mai, per essi, una “idea di società”.

In assenza di coscienza, di riconoscimento e di organizzazione quello che occorre, affinché la lotta continui, è un progetto per una società migliore e, possibilmente, più giusta. Da atomi individualisti, ognuno alle prese con i propri problemi, occorre intravedere un nuovo modo di stare insieme.

La lotta di classe, in definitiva, può essere quell’“alternativa” che tutti noi, da anni, stiamo cercando.

Immagine: Palazzo Madama Museo Civico d’Arte Antica, CC BY-SA 2.5 <https://creativecommons.org

Condividi

Altri risultati...

Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors
Tag dell'articolo
Futura Società - Homepage
Futura Società - Homepage

Cerca nei nostri archivi

Altri risultati...

Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors