Proponiamo un articolo pubblicato su «Esquerda» che riporta i risultati del World Inequality Report 2026, dove viene denunciato che lo 0,001% più ricco ha visto aumentare la propria quota di ricchezza globale negli ultimi decenni.
Pubblicato mercoledì 10 dicembre 2025, il rapporto (World Inequality Report 2026) – che raccoglie i contributi di 200 ricercatori di tutto il mondo del laboratorio sulla disuguaglianza mondiale – esce ogni quattro anni dal 2018.
L’edizione 2026 “esplora nuove dimensioni della disuguaglianza che definiscono il XXI secolo: clima e ricchezza, disparità di genere, accesso diseguale al capitale umano, asimmetrie del sistema finanziario globale e fratture territoriali che stanno ridisegnando la politica democratica. Insieme, questi temi rivelano che la disuguaglianza oggi non si limita al reddito o alla ricchezza; essa attraversa ogni ambito della vita economica e sociale”, si legge nell’introduzione.
Il dato più evidente è che la disuguaglianza resta a livelli estremi: il 10% più ricco della popolazione mondiale detiene più reddito e ricchezza del restante 90%. Suddividendo la popolazione mondiale in due parti uguali per reddito e patrimonio nel 2025, la metà più povera possiede solo l’8% del reddito globale e il 2% della ricchezza, mentre il 10% più ricco concentra il 53% del reddito e il 75% della ricchezza mondiale.
Il ritratto si fa ancora più drammatico se si guarda allo 0,001% più ricco – circa 56.000 miliardari e multimilionari – che oggi detengono il 6% della ricchezza mondiale, ovvero più del triplo di quanto posseduta dalla metà più povera dell’umanità. Una concentrazione in accelerazione da decenni. “Il risultato è un mondo in cui una piccola minoranza esercita un potere finanziario senza precedenti, mentre miliardi di persone restano escluse persino dalla stabilità economica più elementare”, osserva il rapporto.
Cambiamento climatico e disuguaglianza di genere
Per quanto riguarda il nesso tra disuguaglianza e crisi climatica, il rapporto evidenzia che le emissioni di carbonio legate alla proprietà privata della metà più povera della popolazione rappresentano appena il 3% del totale, mentre quelle dell’1% più ricco raggiungono il 41% – quasi il doppio delle emissioni attribuibili al 90% della popolazione con redditi più bassi.
“Chi inquina meno – principalmente le popolazioni dei Paesi a basso reddito – è anche chi subisce maggiormente gli shock climatici. Chi inquina di più, invece, è più protetto, con risorse per adattarsi o eludere le conseguenze del cambiamento climatico. Questa responsabilità diseguale è anche una distribuzione diseguale del rischio. La disuguaglianza climatica è insieme una crisi ambientale e sociale”, concludono i ricercatori.
La disuguaglianza di genere, per quanto riguarda il reddito da lavoro, è cambiata di poco dagli anni ’90: le donne percepiscono ancora solo un quarto del totale. In America Latina, Russia, Asia centrale, Europa, Nord America e Oceania la quota femminile si aggira tra il 36% e il 40%; la situazione è più grave in Medio Oriente e Nord Africa (16%), Asia meridionale e sudorientale (20%), Africa subsahariana (28%) e Asia orientale (34%).
Considerando anche il lavoro domestico non retribuito, le donne lavorano in media 53 ore settimanali contro 43 degli uomini. Tuttavia, il loro reddito – escluso il lavoro non pagato – è pari al 61% di quello maschile; se si include il lavoro non retribuito, la percentuale scende al 32%. “Queste responsabilità sproporzionate limitano le opportunità di carriera, riducono la partecipazione politica e rallentano l’accumulo di ricchezza. La disuguaglianza di genere non è solo una questione di giustizia, ma anche di inefficienza strutturale: le economie che sottovalutano il lavoro di metà della popolazione danneggiano la propria capacità di crescita e resilienza”, avverte il rapporto.
Tassazione progressiva e redistribuzione hanno ridotto il divario di reddito
Per ridurre le disuguaglianze, la politica fiscale resta lo strumento più efficace: attraverso tassazione progressiva e trasferimenti redistributivi, in Europa, Nord America e Oceania il divario di reddito si è ridotto di oltre il 30%. Tuttavia, anche dove tali sistemi esistono, falliscono lì dove servono di più: nella cima della piramide. I cosiddetti “ultraricchi” finiscono, infatti, per pagare, in proporzione, meno tasse di una famiglia di lavoratori, grazie a pianificazione fiscale aggressiva e altre forme di elusione.
Il sistema finanziario globale, inoltre, è strutturato per perpetuare le disuguaglianze: i Paesi ricchi ottengono credito a tassi molto più bassi e investono ad alto rendimento nei Paesi più poveri, “posizionandosi come rentier finanziari a spese dei Paesi in via di sviluppo”. In altre parole, “mentre le potenze coloniali un tempo estraevano risorse per trasformare deficit in surplus, le economie avanzate di oggi ottengono lo stesso risultato attraverso il sistema finanziario. I Paesi in via di sviluppo sono costretti a trasferire risorse all’estero, limitando la capacità di investire in istruzione, sanità e infrastrutture”.
Questa disuguaglianza si riflette nell’accesso al capitale umano: in Africa subsahariana la spesa per studente è di circa 200 euro in parità di potere d’acquisto, contro 7.400 in Europa e 9.000 in Nord America e Oceania. Un rapporto di 1 a 40, il triplo della differenza tra i Pil regionali.
Investire in istruzione e sanità è la priorità per ridurre le disuguaglianze
Per gli autori del rapporto, investire in istruzione e sanità resta la leva più efficace per contrastare le disparità fin dall’inizio della vita. Programmi redistributivi – come sussidi mirati, pensioni o indennità di disoccupazione – hanno ridotto il divario di reddito e rafforzato la coesione sociale, soprattutto nei Paesi con welfare più debole. Promuovere l’uguaglianza di genere, con parità retributiva e riconoscimento del lavoro non pagato, insieme a politiche antidiscriminatorie, è un’altra raccomandazione chiave.
Sul piano fiscale, oltre a sistemi progressivi, il rapporto ripropone una tassa minima sulla ricchezza di miliardari e multimilionari. Applicando aliquote del 2%, 3% e 5% sul patrimonio netto superiore a 100 milioni di dollari – che colpirebbero poco più di 92.000 persone nel mondo – si otterrebbero entrate rispettivamente di 503, 754 e 1.256 miliardi di dollari.
“La disuguaglianza è una scelta politica. È il risultato delle nostre politiche, istituzioni e strutture di governance. I costi della crescente disuguaglianza sono evidenti: divisioni sempre più profonde, democrazie fragili e una crisi climatica che colpisce soprattutto chi ne è meno responsabile. Ma le possibilità di riforma sono altrettanto chiare. Là dove la redistribuzione è forte, la tassazione è equa e l’investimento sociale è prioritario, la disuguaglianza si riduce”, conclude il rapporto. Gli strumenti esistono; ciò che manca è la volontà politica dei governanti.
Traduzione di Vincenzo Paglione
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Immagine: Foto di Arno Senoner su Unsplash







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