Oltre i dazi: l’anarchia del potere

Oltre i dazi: l’anarchia del potere

di Laura Baldelli

All’emergere di altri tipi di economia e al nascere di un mondo multipolare, l’impero americano in declino adopera quanto rimastogli del potere economico per mantenere il suo dominio sul mondo occidentale senza remore nello scardinare la “democrazia”.

Sui dazi e sull’incontro tra le mazze da golf a Turnberry, tra D. Trump e U. von der Leyen, il nostro giornale ha adeguatamente scritto il 28 di luglio, grazie ai puntuali articoli dei compagni Ascanio Bernardeschi e Fosco Giannini, che evidenziano una qualità dell’informazione a fronte delle assurde, mendaci informazioni lanciate dall’Ansa, in cui il presidente Usa viene chiamato tycoon, ovvero magnate, persona di grande potere economico che afferma “l’accordo più grande e l’Ue: zero dazi sui prodotti strategici”. 

Senza soffermarci sui contenuti specifici, a cui rimando agli articoli sopra citati, metto invece in risalto l’ambiguità lessicale sulla quale è bene tornare sopra, perché le menzogne diffuse in seguito dalla stampa non hanno avuto limiti, ormai dentro un vortice inarrestabile, e tutto ci rivela una violazione e un’offesa alla democrazia nelle sue regole decisionali e nella trasparenza delle informazioni. 

Bisogna infatti sottolineare quanto la democrazia nei Paesi europei e negli organi dell’Ue sia ormai bypassata e quanto l’informazione sia complice, collusa e connivente di una narrazione martellante, fuorviante e pericolosamente bugiarda; la prima operazione lessicale fuorviante è generata dalla parola “accordo”, in quanto dall’incontro non poteva scaturire alcun accordo, non solo perché l’Ue ha subìto le imposizioni Usa, ma perché mancavano i passaggi democratici che si è data l’Ue nella sua architettura istituzionale. 

Infatti, l’Ue ha sì ricevuto dai Paesi membri la delega alla negoziazione delle regole nell’ambito delle relazioni commerciali, ma è stata stabilita anche una procedura decisionale con l’obiettivo di garantire gli eterogenei interessi nazionali dei 27 Stati. Al tavolo negoziale l’Ue è stata rappresentata, oltre che da von der Leyen, dal commissario per il commercio internazionale e la sicurezza economica, lo slovacco Maroš Šefčovič, anche con la supervisione del Tpc, Trade Policy Committee, l’organo composto da un rappresentante per ogni Stato membro e, secondo le regole, da quel confronto si poteva definire solo una dichiarazione congiunta firmata da Usa e Ue per poi essere composta in un accordo da sottoporre al Consiglio europeo che ha i poteri istituzionali per emendare, respingere, approvare; ma, per avere valore giuridico, successivamente serve anche l’approvazione dal Parlamento europeo. 

Gli Usa, nella loro arroganza e spregio delle regole, avevano anche imposto che l’iter dovesse completarsi in tre giorni, tempi impossibili per l’Ue, e sempre sprezzanti della democrazia, infischiandosene, oltre che delle regole europee, anche del negoziato in corso, il 31 luglio, con la prepotenza che li ha sempre contraddistinti, hanno unilateralmente diffuso la notizia dei dazi al 15% sulle importazioni europee e che i settori dell’acciaio e dell’alluminio sarebbero rimasti al 50%. 

Poi, il 21 agosto, ha fatto seguito finalmente la fatidica dichiarazione congiunta, che non è ancora un accordo, ma che la stampa italiana aveva già data per scontata a luglio, favoleggiando un’intesa. La dichiarazione congiunta è un lungo elenco di condizioni degli Usa imposte all’Ue, una capitolazione che include, oltre ai dazi, vincoli quantitativi e qualitativi ai traffici commerciali. Un dictat che ha fatto indignare persino Ferruccio De Bortoli sul «Corriere della Sera». Ma la Commissione europea non ha l’autorità per concludere un accordo, e il Parlamento europeo, già escluso in diverse occasioni, in un moto di ribellione, però, proprio a fine agosto ha presentato un ricorso alla Corte di giustizia contro il Consiglio europeo che lo aveva a maggio escluso dalla decisione del cambio di rotta dalle politiche green per la transizione ecologica al Safe, cioè Security Action for Europe, lo strumento finanziario per il ReArm Europe/Readiness 2030. Un vero e proprio abuso di potere finalizzato al riarmo individuale dei Paesi europei. La stampa italiana sembra, però, legittimare questa concezione, totalmente errata, che la Commissione europea abbia il mandato e l’autorità per prendere simili decisioni. 

Siamo di fronte a un abuso di potere nei confronti delle nostre democrazie al fine di subordinare l’Ue alle decisioni unilaterali già prese dagli Stati Uniti, come loro solito, perché il mondo occidentale glielo ha lasciato sempre fare. Così si svuotano di senso le istituzioni europee nella confusione generale, avvalorata dai media, oltre che direzionarci sempre di più verso il fallimento economico. 

In Italia, sempre masochisticamente, abbiamo interrotto le relazioni commerciali con la Federazione Russa e con la Repubblica Popolare Cinese che erano molto convenienti, per servire padroni perdenti con conseguenze economiche inaudite per l’imprenditoria italiana e, conseguentemente, per i lavoratori e i cittadini tutti.

Sorgono, infatti, domande sul perché del suicidio europeo: sia pensando da capitalisti turboliberisti, sia da “patrioti europeisti”. 

Noi comunisti marxisti-leninisti abbiamo le idee chiare e ogni giorno sul nostro giornale lo documentiamo. 

Inoltre, sembra anche addirittura ridicolo stupirsi delle politiche protezionistiche di Trump perché, rispolverando un po’ di storia e qualche autore, e testi non certo bolscevichi, possiamo capire molti aspetti della politica statunitense e che Trump non è certo il pazzo fuori dagli schemi che ci vogliono far intendere, anzi è in perfetta linearità con la tradizione del suo Paese.

Infatti, fin dalla fondazione degli Stati Uniti d’America, il protezionismo era la base su cui fondare la propria economia, l’indirizzo delle politiche economiche e le relazioni commerciali con gli altri Paesi: questo accadeva già con il primo governo del primo presidente George Washington, con il suo primo ministro del tesoro, Alexander Hamilton, nel 1789. 

In seguito, in tempi più recenti, il paradigma protezionista degli Usa per l’obiettivo “America first” si è espresso con la prepotenza che lo contraddistingue in varie situazioni, imponendo sempre decisioni unilaterali come i noti accordi di Bretton Woods, in piena Seconda Guerra mondiale nel ’44, in cui si creò il sistema monetario basato sul capitalismo che regolava i meccanismi del mercato, la tutela della proprietà privata e dei mezzi di produzione, decidendo di fissare i tassi di cambio delle valute nazionali rispetto al dollaro Usa, che, però, doveva essere agganciato all’oro: così il dollaro divenne la moneta più importante del mondo. 

Si creò anche il Fondo monetario internazionale, Fmi, della Banca mondiale al fine di promuovere la stabilità e la cooperazione mondiale. Sappiamo bene che non andò così. 

Infatti, già nel 1971, in piena guerra in Vietnam, gli Usa, con l’amministrazione Nixon, a Camp David decisero unilateralmente di porre fine alla convertibilità dollaro-oro, avviando una nuova politica delle relazioni commerciali, ridefinendo così la base economica del dominio geopolitico degli Usa. Finirono i cambi fissi tra le monete e la stabilità monetaria, perché i cambi flessibili rendevano più rischiosi gli investimenti a lungo termine nell’economia reale, favorendo lo sviluppo della finanza. Non essendo più la quantità di dollari usati, sia negli scambi internazionali che come riserva legata alle riserve auree americane, divenne possibile così stamparne sempre di più. In questo nuovo sistema i Paesi dell’Opec aumentarono i prezzi e ci fu lo shock petrolifero del 1973: per gli Usa era solo un aumento nominale risolto stampando più dollari, mentre per il resto del mondo fu un aumento reale che costrinse a politiche di risparmio energetico, riduzione dei consumi e crisi economica. Iniziò un costante e massiccio trasferimento di reddito dagli altri Paesi avanzati verso gli Usa e verso i Paesi produttori di petrolio, in quanto era necessario acquistare più dollari per pagare il petrolio. Così gli Stati Uniti passarono da esportatore a importatore di capitali e il nuovo sistema monetario portava il resto del mondo a finanziare l’egemonia politico-militare americana. Perché aumentare le tasse e perdere le elezioni se bastava stampare più dollari per coprire le spese? Inoltre, essendo le riserve in dollari nessuno aveva interesse a una sua svalutazione; anche se gli Usa ne stampavano troppi, era meglio comprarli comunque, per evitare il deprezzamento delle riserve. Da allora le spese militari americane, grosso modo, corrisposero al deficit americano ma furono pagate dal resto del mondo attraverso il ruolo internazionale del dollaro, che divenne “la nostra moneta e il vostro problema”. 

Ma negli States l’economia reale non offriva sufficienti opportunità di remunerazione per tutti quei dollari e si ricorse al credito facile: un sistema perverso che con la garanzia della casa finanziava il suo acquisto e poi, con l’aumento del suo valore, anche l’auto, il college per i figli ecc., fino alla bolla della crisi finanziaria del 2008, quando scese il valore delle case e crollò il castello di debiti. Gli Usa, allora, stamparono dollari e si affidarono alla “finanza creativa”, inventando nuovi strumenti finanziari come derivati, futures, in modo che il denaro producesse altro denaro senza passare dall’economia reale. Ecco da dove viene il turbocapitalismo finanziario: da quel 15 agosto 1971, quando si aprì, quasi senza limiti, il rubinetto dei dollari che inondarono l’economia mondiale arrivando fino alla crisi del 2008 con le terribili conseguenze, come un effetto domino, in Europa, e che ognuno di noi ha vissuto nelle proprie vite. 

In Italia, nel 2012, per far fronte alle conseguenze e ai cronici problemi si chiamò al governo Mario Monti, un’eminenza grigia della finanza, che, come ben sappiamo, non fece gli interessi del popolo italiano, bensì quelli dei banchieri.

Ma, prima delle decisioni di Nixon, causate dalla guerra in Vietnam, i Paesi europei pensavano già a un’indipendenza monetaria, tanto che il Piano Werner del 1970 prevedeva una moneta unica entro il 1980, ma, paradossalmente, la scelta di Nixon ostacolò tale processo perché il piano fu spazzato via dallo shock petrolifero e dalla conseguente crisi economica. Infatti, ci fu solo una cooperazione monetaria per tenere in piedi il mercato comune, istituzionalizzata nel 1979 nel Sistema monetario europeo, un ago di una bilancia in cui ci si poteva direzionare verso le monete nazionali o verso una moneta europea. Ma la caduta del muro di Berlino nell’89, la riunificazione tedesca del ’90, la fine dell’Urss nel ’91, spinsero verso la moneta unica con il Trattato di Maastricht del 1992. Così il pericoloso marco tedesco veniva tramutato in euro e la Germania unita veniva privata del suo strumento principe nel dominio economico in Europa. 

In Europa, tutti si erano illusi che l’euro avrebbe potuto dare stabilità al mercato unico e favorire una nuova tendenza del sistema monetario internazionale in chiave cooperativa e multipolare, al fine di ridurre il l’eccessivo privilegio del dollaro, anche con il rafforzamento del Fondo monetario internazionale e la moneta virtuale dei Diritti speciali di prelievo, moneta paniere che contiene dollaro, euro, renminbi, yen e sterlina, e che permette nel regime doganale l’esenzione totale o parziale dei dazi all’importazione e di utilizzare all’interno del territorio comunitario merci non comunitarie destinate a essere riesportate. 

Con questo veloce excursus storico possiamo capire quanto l’economia e i rapporti di potere mondiale odierni risentano ancora oggi della scelta di Nixon.

Soprattutto, tutto questo ci rivela che il principio cardine del capitalismo neoliberista, “il mercato si regola da solo”, sia la più grande menzogna ideologica, perché i sistemi capitalistici si sono sempre avvalsi delle negoziazioni e degli accordi commerciali; il problema è che ogni volta che gli Usa sono in crisi, stravolgono i patti a loro piacimento. Ma non solo, la storia ci ha sempre dimostrato quanto questo sistema sia fallimentare, basti pensare alla crisi del ’29 e a quella del 2008.

A confermare questo ci sono anche testi, ancora una volta, né marxiani, né marxisti, in cui si analizzano le società capitaliste liberali, come La grande trasformazione del 1944 di Karl Polanyi, sociologo, economista e ricercatore, in cui c’è una radicale critica della teoria liberista del mercato autoregolantesi elaborata dagli economisti classici, secondo la quale sia le società nazionali, sia l’economia globale, devono organizzarsi secondo le “logiche naturali e spontanee” del libero mercato. Infatti, viene confutata la tesi che il libero mercato sia il “risultato naturale” di una tendenza allo scambio delle merci intrinseca agli esseri umani, al pari addirittura di quella allo scambio linguistico proposta da A. Smith, da cui, in seguito, anche la menzognera affermazione “il capitalismo è natura” di F. Fukuyama. Polanyi sostenne, invece, che la teoria e le istituzioni del libero mercato sono una specifica costruzione storica e una particolare forma di economia, i cui risultati si erano rivelati sempre distruttivi per le società in cui si affermavano.

Egli, però, non è stato un critico del capitalismo tout court, bensì dell’interpretazione economico-politica liberista, secondo la quale il mercato è capace di autoregolarsi e, se lasciato libero da interferenze politiche, è sempre capace di produrre i migliori risultati in termini di efficienza, allocazione e distribuzione delle risorse, affermando così il primato della politica sull’economia. Anche il testo Traffici e mercati negli antichi imperi, frutto di una ricerca di Polanyi negli anni ’50, quando insegnava negli Usa, documentava e affermava che non sono i mercati competitivi a regolare il commercio internazionale, bensì le negoziazioni e gli accordi stipulati per regolamentare i commerci internazionali, come la storia conferma nei secoli. 

Per esercitare il loro dominio, oltre che del potere economico gli Usa si sono sempre avvalsi anche di quello militare e soprattutto di quello mediatico, invasivo e pericolosamente persuasivo, utilizzando ogni mezzo; il cinema americano, infatti, ci ha veramente colonizzato nei nostri ideali, desideri e stili di vita, oltre che nella visione del mondo, creando un immaginario collettivo difficile da scardinare o, quanto meno, da mettere in crisi.

Oggi, il gigante Usa teme, come non mai, di non riuscire più a mantenere il dominio economico e soprattutto mediatico, perché altre economie hanno saputo crescere senza affamare, senza depredare i popoli: i Brics e i Brics plus si muovono pacificamente e con altri metodi, rispettando e favorendo lo sviluppo degli Stati, sostenendo anche le economie in difficoltà.

È proprio questo che temono gli Usa.

 

Immagine: Myousry6666, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

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