Operaicidio

di Sergio Leoni

La recensione del libro di inchiesta di Bruno Giordano e Marco Patucchi sulle morti sui luoghi di lavoro, per i tipi di Marlin Editore.

Alla fine di ogni capitolo di questo libro che ha avuto, non senza significato, un’accoglienza quantomeno definibile come “tiepida”, quando non decisamente di indifferenza, abbastanza prevedibile nel mercato librario in genere ma, sembrerebbe, anche nel mondo dei cosiddetti o sedicenti “addetti ai lavori”, i due autori propongono brevi ma non superficiali biografie di alcuni di quei morti sul lavoro che, ormai, distrattamente occupano angoli quasi nascosti dei notiziari nazionali, siano essi cartacei o propinati negli stucchevoli telegiornali a reti unificate (quanto ai contenuti) che riempiono palinsesti in cui il vuoto si aggiunge al vuoto. E, quindi, non soltanto semplici dati anagrafici dato che quelli, bene o male, non è possibile tacerli anche nell’ambito di una vera e propria congiura del silenzio praticata dai media di qualunque o quasi colore politico, ma spunti, ricordi non banali, quadri di vita di persone che in qualche modo non sono più solo lavoratori che il mercato ha perso (come in un drammatico conteggio dei morti, feriti e dispersi in guerra), ma persone a tutto tondo, con aspettative di vita, sogni, illusioni e delusioni che, in un giorno “sfortunato”, sono tutti svaniti e persi per sempre.

Scelta coraggiosa, in effetti, perché riesce ad andare oltre, e con un espediente che è solo apparentemente accattivante, a quella “lettura” di dati, statistiche di ogni tipo che, mentre certificano in maniera inequivocabile la realtà di una ormai vera e propria strage quotidiana delle persone in “carne ed ossa”, dimenticano (a parte l’età, sempre inutilmente citata) il patrimonio umano che si perde in quelle circostanze.

Una sorta di Spoon River in versione italiana e “dedicata” a una categoria (i lavoratori) di cui, paradossalmente, sembra anche difficile delineare oggi i contorni.

Suggestione interessante. Ma in questa collina-cimitero (per riprendere lo schema di Edgar Lee Master) in cui, praticamente ogni giorno, occorre aggiungere una e, spesso, più croci, non c’è il senso, in qualche modo pacificatore, di una vita vissuta ma piuttosto, e solo, il rimpianto per un’esistenza troncata in maniera drammatica e ingiusta.

Paragoni forse inopportuni e forzature a parte, la scelta di dare nomi e cognomi (e contenuti di vita) a chi è morto sul lavoro si propone, in ogni modo, come qualcosa di più che una provocazione.

È abbastanza chiaro: sappiamo, attraverso le statistiche (precise fino a definire i morti “per” andare al lavoro, ma altrettanto imprecise quanto a decessi dovuto a malattie “professionali” che si manifestano anche dopo decenni) quanti sono coloro che sono caduti su un campo in cui si dovrebbe distribuire lavoro, e in cui troppo spesso si somministra morte in tutte le sue declinazioni.

Poco sappiamo, (in realtà quasi niente sappiamo) di vite che spariscono in un vuoto che è l’espressione esatta dello sfruttamento capitale: il singolo non conta, il mercato è tutto, “danni collaterali” (e in questa categoria entrano un numero indefinibile di eventi) sono non solo previsti ma perfino messi in conto come “inevitabili”. Il capitale pretende non solo di definire e governare il mondo che già governa: pretende anche, per sovrapprezzo, di definire e contenere la sedicente critica che lo critica, di decidere l’“opposizione” che, in effetti, in nessun modo vi si oppone.

In questo senso, la disinformazione, la sottovalutazione del fenomeno dei morti “per” lavoro, si configura come qualcosa di totalizzante, nel senso che esso copre ogni spazio pubblico e si insinua in quello privato, addomestica la critica quando pretende che essa si faccia critica “responsabile” (e dunque minimizzi il problema) mentre squalifica quella più radicale che non accetta di allinearsi a uno streaming perfettamente funzionale alle logiche di coloro che, dopo tutto, quell’informazione sovvenzionano.

 

Naturalmente, anche il titolo di questo libro costituisce una provocazione, e lo fa scopertamente e con un doppio significato. Se, infatti, da un lato riprende e fa sua la partizione, la specifica denominazione che concerne uno specifico di tipo di reato, uscendo dalla semplice definizione generica di “omicidio” per definire in termini nuovi ma soprattutto inequivocabili (e dunque, esempio eclatante, “femminicidio” come fenomeno “nuovo”, o “riscoperto” negli ultimi anni), dall’altro lato conia un vero e proprio neologismo. Il quale, tuttavia, finora non è sembrato avere grande fortuna, e certamente non è entrato nel “senso comune” come l’altro (femminicidio, appunto); questione che marca, del resto, un trend dell’informazione che privilegia tutto quanto concerne il “privato” (rapporti interpersonali per lo più di carattere familiare) o comunque, senza poter in nessun modo sottovalutare la portata anche sociale di questo fenomeno (pena lo scadere nel mero pettegolezzo da cronaca nera), la dimensione particolare a discapito di un approccio storicamente consistente e capace di analizzare la realtà di ogni vissuto quotidiano contestualizzato anche e, forse, soprattutto in un periodo di più lungo termine.

Non siamo di fronte a una contrapposizione tra diversi modi di “leggere” la realtà. Piuttosto, al modo in cui si esprime una società “smarrita” che continuamente insiste sulla proposizione di “valori” che essa stessa ha contribuito ad annullare e che, paradossalmente, ripropone in una versione non tanto edulcorata ma inasprita dalla constatazione della sua sostanziale inutilità.

 

Luciano Canfora, che scrive la prefazione al libro, ricorda come “il flagello delle morti bianche non si è mai estinto. Chi ha la memoria degli anni ’50 e ’60, tempi in cui esistevano i ‘partiti della classe operaia’ come allora si denominavano, ha in mente gli organi di stampa che quel flagello puntualmente e coraggiosamente denunciavano”.

Si tratta una critica neanche troppo velata ai partiti che genericamente si definiscono di “sinistra”, quando non hanno la presupponenza di definirsi “comunisti”, incapaci, negli ultimi anni, di creare un pur minimo argine ideologico alla distruzione sistematica di ogni istanza che ha contribuito, in un passato non lontano ma che tale ci appare per lo iato che ha creato tra quanti non si sono rassegnati, qui in Italia, alla sparizione definitiva di una prospettiva comunista.

L’analisi di Canfora è, in realtà, ancora più puntuale quando parla di “giustizia di classe”.

Leggiamo: “Ora che l’arte del subappalto ha raggiunto la perfezione (oltre che l’impunità) è sempre meno facile, per una magistratura ipergarantista – conforme alle esigenze della classe liberal-proprietaria – districare la matassa aggrovigliata e labirintica delle responsabilità. I processi durano anni, principi del foro profondono tesori della loro destrezza leguleia al ben retribuito servizio del ceto liberal-proprietario. Al termine dello snervante iter prevalgono l’oblio e la stanchezza di chi ha chiesto invano giustizia. Questa è la giustizia di classe”.

Oblio, dunque, come strategia di lungo termine per vanificare ciò che dovrebbe suscitare indignazione, che, in realtà, indignazione la suscita per lo spazio di un paio di giorni per poi, inesorabilmente, procedere verso una sorta di amnesia collettiva.

 

Probabilmente, chi legge Operaicidio, e il sottotitolo che vorrebbe precisare, se pur per grandi linee, il contenuto del libro (Perché e per chi il lavoro uccide. Le storie, le responsabilità, le riforme), si aspetta una denuncia ben sostenuta riguardo a un mondo del lavoro che sappiamo bene votato unicamente al profitto (contraddicendo, dopo tutto, la stessa Costituzione italiana nelle parti dedicate al lavoro), e, oggi, in maniera non più camuffata come avveniva in anni ormai lontani, allo sfruttamento puro e semplice di una forza lavoro disposta a cedere a qualunque ricatto, sotto la scure della necessità di una sopravvivenza che è, letteralmente parlando, la possibilità di “sopravvivere” alla penuria quotidiana quando non alla mancanza di ogni supporto che definisca un’esistenza quantomeno dignitosa.

Dunque, saremmo di fronte a un testo particolarmente “duro”, capace in qualche modo di sfondare quel muro del silenzio che circonda ogni discussione legata alle “reali” condizioni del lavoro nell’anno 2025?

Non del tutto, almeno non nel senso in cui converrebbe affrontare questioni insieme delicate e grossolanamente cogenti. In altri termini: la sensazione che emerge dalla lettura di questo comunque prezioso libro, è che gli autori in qualche modo si “accontentino” di far parlare i fatti (le parti dedicate ai singoli lavoratori deceduti) piuttosto che dare maggiore rilievo a una analisi che, nel suo insieme, non può che essere di “classe” e impostata su una critica radicale al sistema capitalistico nel suo insieme e segnatamente nella sua versione (o nelle sue versioni) aggiornate a un’epoca, la nostra, che coniuga cambiamento tecnologico continuo e sostanziale immobilità sociale.

L’indignazione, lo sdegno che è inevitabile provare rispetto a un dramma (le morti sul lavoro), particolarmente partecipato perché avvertito come “evitabile”, non possono, sembra di poter dire senza fare inutili forzature, sostituire una denuncia che si traduca in fatti concreti, in una concreta azione che si opponga a uno status quo avvertito, invece, nel senso comune, come irriformabile.

In questo senso, Operaicidio non è del tutto silente ma, nel contempo, non abbastanza gridato rispetto a una situazione che è difficile continuare a ignorare, e colpevole continuare a sottovalutare.

 

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