In un solo editoriale, e per ragioni di provocazione politica e intellettuale e introduzione al dibattito, vorrei porre una questione che meriterebbe (merita) una ben più vasta e densa riflessione. Ma vorrei scegliere in questa sede, per popolarizzare la questione, la fucilata della brevità (relativa) alla cannonata della riflessione vasta. La questione è la seguente: quale postura, politica e ideologica, devono assumere i comunisti che, in un Paese come il nostro, l’Italia, vogliono rilanciare seriamente il pensiero e la prassi comuniste, vogliono costruire il Partito? Più precisamente: quale atteggiamento devono assumere, i comunisti (noi) in relazione al rapporto tra contingenza e futuro, tra l’immediatezza ed il progetto strategico, di lungo termine? Per delineare una prima risposta al quesito occorre mettere a fuoco sia la contingenza che il futuro in divenire, ma scegliendo l’opzione della fucilata della brevità vorrei abbreviare i rilievi sul presente da noi già conosciuto (dominio, in Italia, degli Usa e della Nato, dell’Ue neoimperialista, del grande capitale e del blocco omogeneo centrodestra e centrosinistra) per soffermarmi sul futuro in divenire. Qual è?
Sul piano mondiale – prima questione – solo i ciechi possono non vedere (e, come sappiamo, dio acceca chi non vuole vedere) come l’Occidente complessivo stia annaspando nel proprio declino storico e il centro del Nuovo Mondo vada collocandosi là, nell’Eurasia, con i popoli dell’Africa e dell’America Latina che volgono il loro sguardo verso questo Nuovo Mondo. È, questo, un processo da tempo in latenza, esso è stato per lungo tempo in potenza: la novità è quella che esso è ora, prepotentemente, in atto, si manifesta materialmente al mondo e ne va cambiando totalmente i connotati. Qui, ed ora. Stiamo parlando dell’avvenuto cambiamento dei rapporti di forza internazionali a sfavore del fronte imperialista, il quale cambiamento, assommandosi alla questione del fallimento su scala planetaria dell’ordine economico, politico e sociale proposto dal capitalismo/imperialismo, dichiara – anche di fronte alla permanenza sia dello sfruttamento neocoloniale che del fenomeno dello scambio diseguale planetario – la crisi stessa dell’imperialismo. Una crisi dai segni storici che riconsegna ai movimenti comunisti e antimperialisti dei paesi ad alto sviluppo capitalista (anche laddove, come in Italia, essi sono in crisi) la piena, razionale, legittimità storica e la possibilità del progetto e dell’azione rivoluzionaria. A condizione, naturalmente, che venga risolta, a partire dal nostro Paese, la questione della crisi attuale del movimento comunista.
Seconda questione: l’acutizzazione della contraddizione, su vasta, se non ancora totale, scala mondiale, tra forze produttive capitaliste e rapporti di produzione. Tale contraddizione (come sa ogni marxista, ma ormai anche ogni economista liberale, poiché l’essenza del pensiero marxista ha conquistato, per la sua potenza analitica, anche il pensiero economico liberale, contrassegnato dall’assunzione della lettura marxiana di questa contraddizione in seno allo sviluppo capitalista, pur nella persistenza della negazione della risposta ad essa: il socialismo), tale contraddizione è il cuore del pensiero marxista e leninista, è lo stesso motore della storia moderna. La massima contraddizione, per il pensiero marxiano, tra i rapporti di produzione (proprietà privata e sovrastrutture del capitale, leggi borghesi, divisione del lavoro, mantenimento del livello del saggio di profitto) e forze produttive (la struttura macchinica, i nuovi strumenti di produzione del plusvalore, la conoscenza generale, il “general intellect”) può manifestarsi, nei diversi livelli di convulsioni sociali dettati dalle diverse fasi storiche, quando i rapporti di produzione iniziano ad ostacolare (sino alle crisi, letali, di sovraproduzione e restrizione dei mercati) le forze produttive capitalistiche. Rispetto a quest’analisi marxiana, allo stato delle cose insuperata, del legame inestricabile tra rapporti di produzione e forze produttive, noi oggi possiamo agevolmente affermare che l’inevitabile espansione su scala internazionale delle forze produttive capitaliste tecnologicamente avanzate e segnate dall’informatizzazione, dalla robotizzazione e dall’Intelligenza Artificiale reca in sé la possibilità del manifestarsi della più grande crisi storica tra rapporti di produzione e forze produttive capitalistiche, una crisi sistemica stessa del capitale, potenzialmente segnata da un’enorme crisi di sovrapproduzione, espulsione di massa della forza-lavoro dai cicli produttivi e restrizione dei mercati. Una crisi del capitale generale già più volte manifestatasi nella storia, proprio in virtù della sua oggettività, ma che rischia di presentarsi in questa contemporanea fase storica secondo modalità straordinarie. In sintesi: tanto più si fa alto il livello tecnologico delle forze produttive capitalistiche, tanto più alta può presentarsi la crisi tra rapporti di produzione e forze produttive. Sino alla crisi rivoluzionaria, la crisi tra il potere capitalistico, la sua proiezione politica (i partiti del capitale) e le condizioni generali della “classe” e dei ceti popolari.
Rispetto a ciò appare oggi di grande interesse, negli Usa, la crisi tra la dirigenza della destra “Maga” e il presidente Usa, la conseguente ed iniziale crisi tra Trump e il movimento popolare che lo ha sostenuto. La destra dirigenziale “Maga” (con Steve Bannon alla testa) è in rivolta contro il tentativo, da parte del presidente nordamericano, di “silenziare” il caso Epstein, per il sostegno totale di Trump ad Israele, per gli atteggiamenti di Trump e del suo establishment volti all’ostentazione volgare e spregiudicata della ricchezza. Questioni che, tuttavia, rappresentano solo la punta dell’iceberg della critica a Trump da parte della dirigenza “Maga”, essendo che la critica più profonda al “tycoon” risiede nella sua totale alleanza (e subordinazione, poiché è il capitale a dare forma politica allo Stato borghese) con l’intera lobby tecnologica nordamericana. Una crisi tra direzione politica “Maga” e Trump che ha visto il suo apice nello scorso luglio 2025, quando il presidente – sospinto con forza teatrale dalle potenze tecnologiche- ha cercato di cancellare tutte le leggi degli Stati americani volte a contenere lo strapotere delle lobby dell’Intelligenza Artificiale e delle criptovalute, attraverso una norma inserita, in modo seminascosto, nella Legge di Bilancio, una norma nel “trumpiano” “big beautiful bill” che prevedeva una moratoria di 10 anni per l’applicazione delle leggi statali dirette a limitare il potere delle potenze economiche e politiche tecnologiche nei diversi Stati nordamericani. La crisi tra la direzione “Maga” e Trump si sta rivelando anche una crisi tra il gruppo di potere “trumpiano” e la massa popolare dei “fargotten men” (gli abbandonati, i diseredati, il proletariato e il sottoproletariato nordamericano). Una crisi che parla, sul piano più generale, dell’impossibilità oggettiva, a lungo termine, che il “sovranismo populista” possa davvero rappresentare gli interessi della “classe” e del popolo. Una questione di grande interesse per le forze comuniste, antimperialiste e rivoluzionarie dei paesi ad alto sviluppo capitalista, che sono chiamate, anche, e certamente non solo, in virtù di questo esaurimento della spinta propulsiva del populismo, a recuperare il proprio ruolo.
Terza questione: l’Unione europea. Su tale questione, in questa sede, non vorremmo dilungarci, e ciò in virtù del fatto che su di essa abbiamo riflettuto, scritto e discusso a lungo e siamo convinti che ormai, almeno nelle nostre file comuniste, un senso comune si sia formato. Ma in estrema sintesi: l’Ue, in virtù della sua inconsistenza storica e del suo esistere solo come prodotto della volontà del capitale transnazionale europeo, è solo un castello di carte, una Moneta senza Stato, un grumo di interessi capitalisti e imperialisti che ora tenta di dotarsi di un’identità attraverso la militarizzazione, la guerra contro la Russia e l’esercito europeo. Dentro un cerchio contraddittorio, tuttavia, che ristabilendo ad ogni piè sospinto la propria e totale subordinazione agli Usa e alla Nato (Bruxelles costretta a comprare armi dagli Usa per poi donarle all’Ucraina fascista di Zelensky), conferma anche la propria non esistenza/non identità. La natura fatiscente dell’Ue, il suo essere soggetto storico segnato da una forte possibilità di estinzione, mette ancor più in fibrillazione il quadro generale internazionale, aumenta il tasso di possibilità generali rivoluzionarie aumentando, in conseguenza, sia la “legittimità” storica del progetto socialista che la lotta ed il ruolo dei comunisti. A partire dall’Italia.
Quarta questione, relativa all’Italia, e alcuni punti di analisi su di essa.
Primo: anche nel nostro Paese, anche per l’esperienza populista italiana, come per l’esperienza “Maga” statunitense, iniziano ad apparire alcuni segni che parlano di un’iniziale crisi, dai caratteri tuttavia strategici, della stessa ondata populista. La Lega di Salvini ha fondamentalmente fallito nel suo tentativo di costituirsi come partito nord-sud di massa e il suo bottino elettorale nazionale è davvero esiguo. Quanto magrissimo, nonostante la grande esposizione mediatica di Antonio Conte, è il consenso elettorale del M5S, attraversato, peraltro e come sempre, da grandi contraddizioni di natura ideologica, come il recente rifiuto, da parte di Conte, di una patrimoniale sulle grandi fortune. Gli esiti elettorali dei Fratelli d’Italia, nelle ultime elezioni regionali in Veneto e Puglia (circa il 18%) e Campania (11,23%), seppur ancora notevoli, parlano tuttavia di un possibile arresto della fase ascendente del partito della Meloni, che infatti, già nella primissima fase del commento elettorale sulle ultime regionali e fiutando una propria sconfitta nelle prossime elezioni politiche, ha proposto, in modo sguaiatamente opportunista, l’ennesima riforma elettorale, avanzando l’idea di una cancellazione dell’attuale “Rosatellum” per giungere ad un proporzionale con un (dispotico) premio di maggioranza (il 55% dei seggi alla coalizione che ottiene più voti, a condizione che giunga almeno al 40%) e indicazione, nella scheda elettorale, del nome del premier, come un’anticipazione della controriforma anticostituzionale verso il premierato.
Secondo punto di analisi per l’Italia, relativo all’assetto generale sociale, politico e ideologico. Da questo punto di vista il nostro Paese vive un clamoroso paradosso, che nessuno sembra notare e che si costituisce attraverso il lungo asse dato dall’assenza di sovranità nazionale, e dunque dalla clamorosa e totale svendita dell’autonomia a Washington e a Bruxelles, dal sistema politico/partitico generale e dall’astensione elettorale di massa. Abbiamo evocato un clamoroso paradosso: prima di nominarlo mettiamo a fuoco alcune delle questioni che portano al paradosso stesso. Primo: in un contesto di guerra mondiale potenziale sospinta dall’imperialismo (con la guerra estesa e non più “ a pezzi” sempre ad un soffio dallo scoppiare) l’Italia è ormai un Paese occupato dall’esercito straniero della Nato e totalmente in mano agli Usa; secondo: l’Ue impone/provoca la distruzione dello stato sociale, la precarizzazione generale del lavoro, la miseria salariale di massa e le misere condizioni di vita di tanti milioni di lavoratori, di giovani e disoccupati; l’assenza di autonomia dagli Usa e dall’Ue permette anche una profonda penetrazione del capitale straniero, industriale e finanziario con la conseguente, progressiva, fatiscenza del capitale italiano, della conquista, da parte del capitale statunitense, tedesco, francese, olandese, dell’industria italiana – dalla siderurgia alla nuova area della produzione italiana ad altissimo tasso tecnologico- e persino del sistema bancario italiano. Un contesto di questo tipo produce la vittoria politica delle forze che, di volta in volta, sono più rappresentative del potere economico-politico-militare esterno: una volta il centro-sinistra, una volta il centro-destra. Alternandosi. Ma in un’assenza ormai sempiterna di opposizione popolare e di classe. L’assenza di una vera opposizione e di una vera alternativa è una delle basi materiali dell’astensionismo elettorale (e non solo elettorale, ma anche di partecipazione) di massa.
È stato notato come, nei primi trent’anni della storia della Repubblica, il 93% degli aventi diritto al voto ha usufruito di questo diritto; nel successivo quindicennio ne abbia usufruito l’87%, poi il 73%; alle elezioni politiche del 2022 il 64% ed ora, nelle ultime regionali 2025 in Campania, Puglia e Veneto, poco più del 42%. Milioni e milioni di cittadini non vanno più a votare. Indubbiamente il fenomeno può avere una prima risposta: non c’è più fiducia, né nei governi né nelle opposizioni che, come abbiamo infatti visto, molto si somigliano senza rappresentare, né gli uni né gli altri, un’alternativa; ma l’ormai lunga fase della, crescente, astensione di massa costituisce qualcosa che va anche oltre la sfiducia verso il centro-destra e il centro-sinistra: la sfiducia, nel suo svilupparsi, è divenuta anche un rifiuto politico-ideologico di massa del voto, dello strumento stesso elettorale, del sistema democratico liberal borghese. Come se vi fosse, tra le masse, un desiderio di rivoluzione o di svolta reazionaria, e ciò a partire dall’assunto di Antonio Gramsci: nelle fasi di crisi del sistema liberale si aprono sempre due sbocchi: o la rivoluzione o il fascismo.
Ed ecco, sulla base di questi, seppur brevi e rozzi, punti analitici, la definizione del paradosso che segna la fase italiana e nel quale sono chiamati a muoversi i comunisti: il sistema italiano di democrazia liberale è in grande crisi ma l’intero sistema partitico, l’intero arco parlamentare, pur nelle sue minime, ininfluenti, diverse sfumature, è di natura liberale, dai Fratelli d’Italia al Partito Democratico, lungo tutto il centro-destra ed il centro-sinistra. E dunque convivono, anche questo in modo paradossale, la crisi profonda del sistema liberale con la trasformazione, in senso liberale, dell’intero fronte politico/partitico parlamentare. Con, in più, il rifiuto di tutto ciò da parte della maggioranza dell’elettorato, in un quadro politico, sociale e istituzionale privo di opposizione reale e senza un partito comunista all’altezza del paradosso, della crisi liberale, dell’omologazione in senso liberale del centro-sinistra, della guerra e dell’attacco capitalista.
È da tutto ciò che vanno tratti e definiti i caratteri di un partito comunista, del partito comunista che noi stiamo costruendo e che nascerà il 24 ed il 25 gennaio 2026 a Roma.
All’inizio di questo editoriale avevo anticipato uno scritto rapido come una fucilata, non “vasto” come una cannonata. Mi sono reso conto che l’analisi è stata difficile e ha preso più spazio di quanto previsto e, dunque, vorrò essere più rapido in questa seconda parte dedicata ai caratteri, conseguenti all’analisi, che dovrà avere il partito comunista. Questione, quella dei caratteri, su cui occorrerà, naturalmente, tornare collettivamente, ma che non potrà che partire, credo, dall’assunto iniziale di questo stesso editoriale: quale atteggiamento devono assumere, i comunisti (noi) in relazione al rapporto tra contingenza e futuro, tra l’immediatezza ed il progetto strategico, di lungo termine?
Se fosse vero il quadro che ho tentato di delineare (cambiamento tellurico in atto sul piano internazionale, possibile crollo dell’Ue, crisi oggettiva e profonda in corso all’interno del capitalismo mondiale, contraddizione e “krisis” in senso greco – cioè mutazione profonda e, allo stato, ancora “carsica” ma potente – in atto nel sistema economico-politico complessivo italiano) se tutto ciò rispondesse a verità, e se cioè ci trovassimo oggi a navigare su di un Paese/zattera che, senza bussola, se ne va chissà dove, allora non vi potrebbero essere dubbi sul fatto che il partito comunista che facciamo nascere dovrà essere contrassegnato da uno “sguardo” che oltrepassi la contingenza, che privi a determinare il cammino della “zattera” e sia per questo una forza rivoluzionaria. Una forza senza l’assillo delle tornate elettorali; un partito che punti ad elevare la coscienza dei propri quadri, che punti a costruire nel suo primo anno di vita cento quadri rivoluzionari in cento città e paesi (una spina dorsale a garanzia dell’identità rivoluzionaria del partito comunista e a garanzia delle sue lotte), un partito che collochi al centro della sua azione il radicamento nei territori senza sfinirsi nelle tristissime, frustranti diatribe delle piccole alleanze elettorali per lo 0,5%; un partito che intraprenda la via della ricerca politico-teorica aperta e antidogmatica, per essere poi all’altezza dell’odierno scontro capitale e lavoro e delle tumultuose ondate di trasformazioni internazionali, europee ed italiane in atto; che riassuma, in tutta la sua rivoluzionaria portata politica, organizzativa e teorica, la vera essenza del centralismo democratico leninista che è, innanzitutto, la piena democrazia interna al partito, per la quale le maggioranze non perseguitino le minoranze; per la quale sono le stesse maggioranze, i gruppi dirigenti a sollecitare un dibattito aperto, franco, leale, vero; per la quale le maggioranze non mettano in campo, per sconfiggere le minoranze, degli stati di polizia interni, perché ciò sfigurerebbe il partito, lo allontanerebbe da ciò che dovrà, attraverso la propria democrazia rivoluzionaria, assolutamente essere: l’anticipazione stessa del socialismo per cui si batte; un partito, tanto per essere chiari, che rifiuti a priori quell’antileninismo, imposto da Bertinotti e dal suo entourage su Rifondazione Comunista, tendente a cancellare violentemente l’intero pensiero rivoluzionario di Lenin sino alla sua concezione del centralismo democratico, sostituendoli con il culto della personalità dello stesso Bertinotti e la ratifica delle frazioni organizzate, funzionali al “divida et impera” “bertinottiano”; un partito che, avviato e praticato il dibattito profondo, poi rispetti, nel suo insieme, le scelte politiche della maggioranza. Poiché a questo si deve arrivare, e cioè alla sintesi da tutti/e riconosciuta, alla disciplina comunista, e questo obiettivo sarà tanto più raggiungibile quanto più vero e democratico sarà stato il dibattito. E occorre fare sempre attenzione alla realtà delle cose: nei partiti comunisti ove la democrazia leninista è rimossa e dove le maggioranze e le minoranze entrano in guerra tra loro proprio per aver cancellato la sintesi leninista, attraverso queste guerre il partito si paralizza e non è più in grado di sviluppare l’azione e le lotte.
Un partito che viva essenzialmente nelle piazze e di fronte e dentro i luoghi di lavoro e di studio; che batta la maledizione del settarismo corrente anche a “sinistra” (per il quasi nulla che ancora significhi questo termine) e anche tra gli attuali comunisti di questo Paese e che si offra come motore dell’unità dei comunisti e delle forze antimperialiste, per la costruzione di quel fronte di popolo e di massa che oggi nessuna entità comunista italiana sembra volere davvero e che anzi sembra rifiutare/evitare nella prassi (poiché nelle chiacchiere si parla invece tanto ed invano di unità dei comunisti) con paura. E tutto ciò, naturalmente, non evitando il contingente, non evitando una linea di massa, ma anzi mettendosi alla testa della lotta contro la guerra e per popolarizzare la necessità dell’uscita dell’Italia dalla Nato e dall’Ue; alla testa della battaglia a fianco dei lavoratori, per la difesa e il rilancio della Sanità pubblica, alla testa della lotta contro l’attacco devastante che sta portando il governo Meloni contro la Giustizia. Lottare qui ed ora, ma con lo sguardo rivolto all’orizzonte rivoluzionario.







Commenti recenti