di Alberto Sgalla
Il governo Meloni, dopo la demenziale introduzione del reato di “rave”, insiste col decreto Sicurezza, nonostante la Corte di Cassazione, supremo giudice di legalità, lo abbia bocciato segnalando nelle sue osservazioni profili formali e sostanziali di criticità che lo rendono tendenzialmente inefficace: non ci sono i presupposti della decretazione d’urgenza, s’introducono 14 nuove fattispecie di reato e 9 aggravanti di delitti già esistenti, norme che rischiano di aggravare il sistema penitenziario, già fortemente in crisi, è violato il principio d’eguaglianza, s’introduce uno “scudo” giuridico per azioni illegali di agenti segreti e membri dei corpi delle diverse polizie, ecc.
La domanda che ci si pone è: perché il governo Meloni tiene così tanto al proprio mostriciattolo giuridicamente impresentabile? La risposta è semplice, per dire qualcosa di “destra” al proprio elettorato, mentre segue pedissequamente l’indirizzo politico neoliberale tracciato dai precedenti governi. Si torna in modo esplicito ad un’idea liberale di Stato “protettivo-repressivo” (lo Stato-gendarme), contro la Costituzione repubblicana, che assegna allo Stato un ruolo sociale di tipo “promozionale”, ponendolo come propulsore e gestore dello sviluppo economico e umano, come agente d’un assetto solidale-comunitario della società.
Al centro del disegno costituzionale si profila la vera “sicurezza”, la Sicurezza Sociale, per cui lo Stato deve garantire standard minimi di risorse, in termini di reddito, educazione, sanità, alloggio, ecc. assicurati ai cittadini come diritto di appartenenza alla comunità politica fondata sul lavoro, diritto a risorse fondamentali non misurate sul valore di mercato delle iniziative economiche o del lavoro dei cittadini. Lo Stato deve farsi carico del rapporto tra sopravvivenza e vita, della piena dignità umana, delle diseguaglianze e ingiustizie, della sofferenza, deve garantire una sicurezza di vita come diritto di cittadinanza, per il pieno sviluppo della personalità dei cittadini.
La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale dalla fine degli anni ’60 alla fine degli anni ’70, con le lotte di operai, studenti, donne, intellettuali, tecnici, ha assicurato alla patria basilari conquiste di civiltà (statuto dei lavoratori, asili nido, riforma del diritto di famiglia, riforma penitenziaria, consultori familiari, riforma psichiatrica, servizio sanitario nazionale, ecc.) che, nello spirito della Costituzione, hanno fatto vivere quella “morale concreta”, quel sistema di valori in base ai quali si decide cosa vuol dire “bene comune”, “fratellanza”, “qualità della vita”, “persona” e quali sono i requisiti che la rendono tale.
Poi la “controrivoluzione” neoliberale, orchestrata dagli anni ’80 ad oggi, dall’oligarchia capitalistica e dal suo ceto politico di centrosinistra e centrodestra, ha distrutto lo Stato Sociale previsto dalla Costituzione formale, dando vita ad un “regime”, che ha retto e regge concretamente la società, divenuta una società-mercato dominata dall’unico principio dell’incessante massimizzazione dei profitti e dei poteri privati e dall’eliminazione dei valori e delle regole ritenute vincoli al dominio plutocratico del capitale. A fondamento della Repubblica è stato posto un nucleo neoliberale di principi e di forze (Costituzione materiale), in cui il mercato capitalistico è presentato come una sorta di “stato di natura” che il diritto può solo riconoscere, una struttura economica basata sull’individualismo competitivo-possessivo e sulla mercificazione globale. Solo il mercato, per i liberali, dà la misura sociale del valore degli esseri umani e di ciò che fanno.
Se lo Stato deve limitarsi a garantire dall’esterno le condizioni per il regolare svolgimento dei rapporti economici e civili, per il libero gioco degli interessi particolari, la logica conseguenza è il tentativo di tornare a uno Stato-gendarme, dove la parola sicurezza ha un unico significato, quello poliziesco, con l’inquietante volontà di attribuire “carta bianca” a quelle agenzie di “servizi segreti”, che hanno così tragicamente segnato la storia della nostra patria.
Le lotte sociali in Italia hanno mostrato
che l’esito del gioco libero e variabile del mercato è una gerarchia sociale basata sul controllo della ricchezza, cioè l’opposto del sistema democratico di rapporti economici e sociali voluto dalla Costituzione formale;
di essere “fonti di diritto”, promotrici di istanze, valori, beni comuni, elevazione intellettuale e morale di massa, liberazione dallo stato di bisogno, inteso come privazione, ricerca d’una comune felicità.
Contro il ritorno allo Stato-gendarme occorre una nuova ondata di costituzionalismo sociale, una nuova mobilitazione di forze, di idee e passioni, che rimetta al centro la libertà come possibilità di piena autorealizzazione umana, di darsi un progetto di vita, di perfezionarsi; l’interesse generale, inteso come interesse che fonda un cosciente legame sociale cooperativo e solidale, un bene derivante dalla giustizia (equa distribuzione dei beni sociali primari che consentono a ciascuno di progettare la propria fioritura umana); i doveri di cittadinanza, dato che il bene personale è inscindibile dal bene della comunità, nella quale ognuno trova le opportunità per realizzare sé stesso.
Senza lotte contano solo i vigenti rapporti di forza fra le classi, il “decreto Sicurezza” va combattuto per ciò che di sostanziale rappresenta, non per un semplice problema legalistico.







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