Il ruolo dei sindacati nelle postdemocrazie tra corporativismo e ripresa del conflitto, come unica possibilità di sopravvivenza

Il ruolo dei sindacati nelle postdemocrazie tra corporativismo e ripresa del conflitto, come unica possibilità di sopravvivenza

di Stefano Tenenti

Il livello politico in Italia e altrove dimostra tutti i suoi limiti nella capacità di governo dei processi sociali in atto nel Paese e lo dimostra sia quando governa il cosiddetto centrodestra, sia quando le istituzioni sono occupate da formazioni partitiche riconducibili a quello che è corretto definire pseudo centrosinistra o, se si preferisce, occupazione del potere da parte delle “due destre”.

Tanto per rimanere alle decisioni adottate dai governi succedutisi negli ultimi anni, emerge chiaramente una omogeneità impressionante nelle politiche economiche giocoforza subordinate alle imposizioni dettate dall’Europa di Maastricht e dei successivi accordi, tutte orientate al rispetto dei vincoli del debito pubblico. Rispetto che ha comportato distruzione sistematica del welfare state, dei sistemi pensionistici, delle politiche della salute, della scuola di qualità per tutti e il perseguimento di uno sviluppo economico basato quasi esclusivamente sui bassi salari. 

Se la premessa ha un qualche fondamento, una proposta alternativa non è solo necessaria ma obbligatoria sapendo che è tutto molto complicato, posto che anche una visione strettamente marxista, senza potatura dei rami secchi, sembra non rispondere pienamente alla necessità: quella di realizzare un comunismo del terzo millennio capace di fermare la deriva capitalista e riportare al centro gli interessi degli strati sociali “deboli”, numericamente maggioritari ma scomparsi dal dibattito politico mainstream.

Come sempre, Carlo Formenti in Guerra e Rivoluzione, sintetizza, in modo del tutto condivisibile, la problematica connessa alla condizione destra-sinistra, e segnatamente della seconda, che opera nel capitalismo finanziario globalizzato.

“Per le classi lavoratrici e per tutti i soggetti interessati a ricostruire una prospettiva comunista, le sinistre occidentali, sia quelle socialdemocratiche che oggi sarebbe più corretto definire social-liberali, sia quelle ‘radicali’ sono, a tutti gli effetti, dei nemici. Nemici di classe in quanto rappresentano gli interessi materiali degli strati sociali medio-alti che abitano i centri delle grandi metropoli gentrificate, sono anche nemici ideologici in quanto alimentano culture, femminismo liberale, pacifismo ed ecologismo, depurati da qualsiasi velleità anticapitalista e intrisi di retorica politicamente corretta”.

Ritornando allo scopo principale di questo articolo, cioè quello di riuscire a comprendere se nella fase attuale esistano le condizioni affinché la “Politica” possa tornare a essere in grado di rappresentare gli interessi dei lavoratori intesi nella ampia accezione che il termine ha assunto nel Paesi a capitalismo avanzato, tenderei a dare una risposta positiva.

Un ottimismo moderato che deriva dalla constatazione della ripresa di forza e capacità di organizzare i lavoratori di uno dei poli, quello del sindacato autonomo di classe, che ha consentito che nello scontro capitale-lavoro si potessero raggiungere risultati significativi per il miglioramento delle condizioni materiali dei salariati, siano essi di fabbrica che intellettuali. Anche i secondi, infatti, hanno assunto un ruolo chiaramente subordinato, nonostante le speranze di cetomedizzazione che avevano accompagnato le prime fasi di sviluppo. 

Certo si tratta di un approccio monco perché è evidente, almeno durante l’esperienza del dopoguerra italiano ma, credo, anche europeo, che il “sistema” ha funzionato per l’azione sinergica di un partito come quello comunista dalla solida capacità oppositiva e un sindacato confederale come la Cgil, allora totalmente consapevole del valore del suo operato conflittuale. 

Tuttavia, senza nessuna nostalgia per le forme definite come “cinghia di trasmissione” ma con un partito comunista moderno del quale si tenta la costruzione, si può pensare di riavviare un percorso virtuoso tale da rideterminare le condizioni per lo spostamento significativo dei pesi e del potere verso la tutela dei ceti sociali più deboli. Una redistribuzione di potere senza la quale, in un quadro di conflitto apparentemente silente ma sempre presente sottotraccia, non vi è alcuna speranza di uscire vincenti dalla deriva di un capitalismo “a pezzi” (dai secoli contati?). In altre parole: non è possibile uscire dalla condizione di povertà e di marginalizzazione sociale del mondo del lavoro per gentile concessione delle élite, sempre più ristrette numericamente ma contemporaneamente sempre più ricche, che governano indisturbate Paese e Continente.

Quindi, se non si vuole sgombrare il campo andando in ritirata, bisognerà che si riesca a produrre conflitto anche senza aspettare che si realizzino le condizioni ideali tenendo conto, tra l’altro, della possibilità che quelle condizioni non si realizzino nelle stesse modalità che abbiamo vissuto fino a metà degli anni Settanta del secolo scorso.

Possiamo, però, partire da una constatazione che emerge proprio analizzando la situazione delle grandi confederazioni, nella fattispecie le organizzazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil.

Si tratta, con tutta evidenza, di organizzazioni che vivono un paradosso, sono cioè estremamente capaci di avere iscritti con numero di aderenti che non ha precedenti in Europa, anche se il trend è quello di un sensibile calo, ma che sono anche affette da una incapacità, sempre più rilevante e percepibile, di essere protagoniste del miglioramento delle condizioni economiche e dei diritti sociali dei loro aderenti e più in generale dei lavoratori.

La loro scelta di adottare nei confronti dei governi una strategia concertativa nell’illusione che, quella politica, produsse, senza l’onere del conflitto sociale aperto, i risultati sopra accennati appare, ora, totalmente sbagliata anche agli stessi soggetti che l’hanno voluta, tra l’altro, anche con la sottoscrizione di accordi formali (protocollo 23 luglio 1993), di cui adesso vedono tutti gli effetti devastanti.

Ma, come se ci fosse una sorta di maledizione nella capacità di analizzare i contesti e di affrontare in modo adeguato i problemi, il riposizionamento delle confederazioni in corso d’opera non sembra alludere a un cambio di rotta significativo. Anzi, la Cisl si sta orientando ad assumere, sempre più, la funzione di sindacato “corporativo” di aperto sostegno alle politiche governative che attaccano le ultime e residuali strutture di welfare e la capacità del potere di acquisto dei lavoratori.

La Uil si barcamena tra Scilla e Cariddi mentre la Cgil, pressata anche dalla sua componente interna “di sinistra”, sembra assumere una posizione di contrasto aperto del governo Meloni non riuscendo, però, a essere pienamente convincente sul fatto che la ripresa del conflitto sarà mantenuta anche con governi diversi dall’attuale. Comunque, è corretto ricordare che questa organizzazione si appresta a effettuare anch’essa il secondo sciopero generale ma lo farà il 12 dicembre, mentre avrebbe potuto contribuire a potenziare l’impatto della protesta aggiungendosi a quello già proclamato dalle organizzazioni di base per il 28 novembre.

Non si può non notare, tuttavia, che nello spazio enorme lasciato libero dai giganti dai piedi di argilla, emergono organizzazioni sindacali che hanno voluto la scelta conflittuale nel loro dna costitutivo. 

Non poteva essere altrimenti. Fallite con tutta evidenza le politiche concertative e arrivate al bivio nel quale si sarebbe dovuto o abbandonare definitivamente la possibilità/capacità di tentare una svolta o procedere, invece, in modo risoluto e responsabile a un cambio di politiche di centottanta gradi, le organizzazioni di base hanno scelto risolutamente la strada del conflitto, anche se questa non offre certezza sul successo dell’operazione.

Uno degli elementi che contribuiscono a guardare con un certo ottimismo al possibile cambio di paradigma è riferito al consolidarsi, dopo un lungo periodo di lotte che hanno riguardato settori importanti del mondo del lavoro, soprattutto nella logistica e nei trasporti, dell’azione e dei risultati associativi del sindacato conflittuale di base Usb e non solo.

Per comprendere la delicatezza del passaggio rischioso che queste organizzazioni hanno deciso di intraprendere, vale la pena riportare l’analisi che il sindacalismo autonomo fa della fase che stiamo attraversando e della necessità di procedere alla proclamazione del secondo sciopero generale nell’arco di meno di due mesi. Decisione, come è ovvio, non facile da assumere in un contesto caratterizzato da leggi liberticide rivolte in particolare a reprimere le lotte dei lavoratori proprio nell’esercizio del diritto di scioperare ancora tutelato dalla Costituzione. Difficile anche per l’affievolirsi della spinta di uno dei motori della prepotente partecipazione alle manifestazioni delle iniziative del 22 settembre e del 4 ottobre quello, cioè, legato alla questione palestinese, al ruolo della Sumud Flotilla e al genocidio perpetrato dai sionisti israeliani. 

I due scioperi generali indetti sono, ovviamente, motivati a partire dai contenuti della finanziaria del governo chiaramente “antioperaia” ma non manca assolutamente la capacità di guardare negativamente al riarmo e alla possibile guerra come elemento costitutivo assunto della coalizione di governo, succube dell’imperialismo americano e residuale europeo.

La guerra, per sua natura, è pervasiva e produce implicazioni sul piano economico e sociale e queste implicazioni sono evidenti nella folle corsa al riarmo che sta coinvolgendo il nostro Paese: il piano ReArm Europe da 800 miliardi e l’impegno sancito al vertice Nato a raggiungere entro il 2035 il 3.5% in spese militari tradizionali e un aggiuntivo 1.5% del Pil in spese per la sicurezza nazionale che comporteranno, per l’Italia, passare dalla attuale spesa di 35 miliardi alla cifra astronomica di 130 miliardi, sempre nel 2035.

Queste scelte, che esprimono la volontà di convertire il sistema produttivo in chiave bellica e di eliminare ogni residuo di Stato sociale costituiscono, unitamente ai vincoli europei alla spesa sociale frutto del nuovo patto di stabilità, la cornice dentro la quale si evita accuratamente di affrontare le vere emergenze del Paese. D’altronde, nello stesso verso va la riduzione della aliquota Irpef dal 35% al 33% sopra i 30.000 euro di reddito annuo che premia i ceti più abbienti e la riduzione dell’aliquota dal 24% al 20%% per gli investitori in finalità produttive che è la prosecuzione della stagione dei condoni sotto altra forma.

Lo sciopero generale del 28 novembre assume, quindi una valenza complessiva che dimostra il l’ottimo livello di analisi critica, raggiunto dai sindacati autonomi, della fase che attraversa il Paese.   Ma lo spessore crescente di Usb è dimostrato dalla proposta di una piattaforma che entra con decisione sulle questioni concrete, capace di modificare le condizioni materiali dei lavoratori.

C’è, ovviamente, la consapevolezza che la partecipazione allo sciopero dei settori pubblici e privati alle iniziative di lotta non può essere disgiunta dalle proposte di recupero totale della perdita di salario e dei diritti sociali. Proprio perché non ci sono garanzie sui risultati, va apprezzato il coraggio sistematico del perseguimento dei contenuti proposti.

E non sono cose di poco conto:

2.000 euro minimo e subito in busta paga, da riparametrare su ogni livello. Nel pubblico impiego la stessa logica deve valere anche per le risorse destinate ai rinnovi contrattuali, altro che economia di guerra.

Il salario minimo legale deve stabilire che è illegale lavorare per meno di 12 euro l’ora. Tutti i Contratti collettivi nazionali sarebbero obbligati ad adeguarsi alle nuove condizioni e la contrattazione riceverebbe una spinta in avanti molto forte.

Cambiare urgentemente il modello di rappresentanza per rafforzare la contrattazione. I “padroni” oggi ottengono la pace sociale e Cgil, Cisl e Uil conservano il monopolio dei diritti sindacali, bisogna scardinare questo nesso. È evidente che nessuna organizzazione sindacale sarà mai libera se costretta alla firma di un contratto per ottenere il diritto alla rappresentanza dentro un posto di lavoro o in una intera categoria.

Basta appalti, ridurre l’orario di Lavoro a parità di salario fanno da corollario al cambiamento totale dell’approccio ai temi del lavoro e rappresentano la spinta che apre una nuova stagione conflittuale dagli esiti non facilmente definibili ma che porta con sé una necessità non più derogabile.    

Non c’è più spazio per tergiversare perché, e questa è la conclusione che si raggiunge inevitabilmente nella fase in cui siamo, non è più possibile pensare alle strategie “vinco, vinci” ma semmai a uno scontro che può vedere soltanto vincitori e vinti, pena il tramonto definitivo della possibilità per le masse popolari (per usare un termine desueto), di tornare protagoniste del loro destino.

Immagini: copertina, foto di pubblico dominio tratta dalla rete internet, locandina Usb sciopero generale

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