di Fosco Giannini *
Lo scorso 23 agosto la Federazione Russa ha ritirato il proprio Ambasciatore, Andrey Kelin, da Londra. Il motivo sta nelle cose: la Gran Bretagna sta sostenendo vigorosamente il riarmo ucraino contro la Russia, sta sostenendo militarmente, tecnicamente ed economicamente la guerra dei droni condotta da Kiev contro Mosca e, inoltre, il nuovo governo britannico, con a capo il “socialdemocratico” Andy Burnham, ha già stretto un accordo con Zelensky volto alla fabbricazione dei droni antirussi in Gran Bretagna.
La notizia del ritiro dell’Ambasciatore russo a Londra è stata, dal sistema mediatico generale italiano, pressoché occultata, come se la gravità in sé della cosa avesse toccato anche i media solitamente genuflessi all’ordine imperialista, che hanno rinunciato, disorientati dal potente “j’accuse” russo, alla possibile speculazione anti Putin che il ritiro dell’Ambasciatore avrebbe loro permesso.
La chiusura, di fatto, dell’Ambasciata russa nella capitale inglese (che, seppure si dimostrasse transitoria, rimarrebbe un segno potente delle drammatiche contraddizioni di guerra mondiale che segnano la fase) già pone in sé tre grandi questioni:
-prima questione: la Gran Bretagna, a un decennio dalla Brexit, non ha cambiato la propria collocazione internazionale filo imperialista, accrescendo, persino, la propria inclinazione storica colonialista e guerrafondaia e ciò assieme ad una politica economica interna che è lo specchio esatto di tale politica internazionale, una politica, cioè, totalmente inserita nelle dinamiche commerciali ultraliberali del mondo Ue e imperialista.
Questa politica internazionale filo imperialista della Gran Bretagna post Brexit, accompagnata dalle politiche ultraliberiste interne (come se la “linea Thatcher” non fosse mai finita) ha portato il Regno Unito ad una gravissima crisi sociale interna, spingendo tutti noi (i comunisti, le forze antimperialiste e della trasformazione sociale) ad una riflessione legate alla materialità delle cose: per i Paesi Ue che vogliono riconsegnare sovranità ai propri popoli, non basta uscire dall’Ue, ciò che occorre fare, per la difesa reale degli interessi popolari e di classe, una volta usciti dal sistema imperialista di Bruxelles, è collocare il Paese nel grande mondo progressista Brics-plus, in quel mondo in rapida e tumultuosa espansione in cui vige una sistema di relazioni economiche e commerciali win-win (vincente-vincente), in cui i rapporti imperialisti tra Stati e popoli sono stati aboliti, un sistema che non chiede, necessariamente, politiche liberiste interne e che, non disponendo di un Patto militare, non chiede agli Stati e ai popoli di entrare a far parte di un blocco militare come quello della Nato o del prossimo esercito europeo;
-seconda questione: la grave crisi diplomatica russo-britannica ha rimarcato, se mai ce ne fosse stato bisogno, che ora più che mai “la Nato abbaia alle porte di Mosca” (Papa Francesco) e che l’enorme e tragico pericolo di una guerra dell’Ue contro la Russia e, dunque, di una Terza guerra mondiale, è ormai vicino e tangibile;
-terza questione sollevata dalla scelta di Mosca di denunciare, attraverso il proprio ritiro diplomatico a Londra, il nefasto schieramento britannico a fianco del golpe nazifascista ucraino, è stata quella del “silenzio”, della colpevole “distrazione” del (magrissimo) movimento italiano contro la guerra. Questione che chiede, come obiettivo primario, quello di costruire un movimento di massa contro la guerra, un fronte unitario per l’uscita dalla Nato e dal “sistema guerra”.
Le tre questioni qui sopra esposte rimandano alla necessità estrema di mettere a fuoco un quadro internazionale e nazionale entro il quale, con razionalità, muoversi, entro il quale le forze comuniste, antimperialiste e inclini a riconsegnare sovranità democratica ai popoli Ue e al popolo italiano possano tracciare un’analisi della fase e attraverso quella agire.
Prima questione: siamo di fronte ad un quadro internazionale storicamente nuovo, un quadro segnato – attraverso il possente ed impressionante rafforzamento del socialismo cinese e, conseguentemente, del mondo Bric-plus – da un cambiamento dei rapporti di forza tra fronte imperialista e fronte antimperialista a sfavore del campo imperialista. Un’intera costellazione di fatti materiali rafforza tale lettura e ne mettiamo in luce solo tre:
-la sconfitta, tra le più grandi della propria storia, degli Usa nella “folle” guerra contro l’Iran. La resistenza iraniana, che ha disorientato l’intero establishment “trumpiano”, ha respinto l’asse imperialista e fascista Usa-Israele, ha impedito l’unità dell’intero fronte militare Usa-Ue, dimostrando al mondo intero l’attuale debolezza strategica statunitense;
-il colossale debito pubblico Usa, che è giunto all’incolmabile quota di 40mila miliardi di dollari, il 126% del prodotto interno lordo (PIL), il 26% dell’intero PIL mondiale. Una crisi dai segni storicamente letali e drammatici che ricorda, per molti versi, il debito pubblico della Francia alla vigilia della Rivoluzione del 1789, debito che ammontava a circa 4,5 miliardi di lire tornesi (la moneta francese di allora), debito che per essere pagato serviva la metà dell’intero bilancio statale (circa 310 milioni su 630 milioni di lire tornesi in uscita), debito prodotto dalla guerra dei Sette Anni e dal fatto che dal sistema di prelievo fiscale sotto Luigi XVI erano quasi del tutto esenti la nobiltà ed il clero e che il sistema di tassazione pesava quasi totalmente sul Terzo Stato (neoborghesia, artigiani e contadini). Debito francese che provocò, anch’esso, la Rivoluzione.
Gli Usa, oggi, pagano oltre 1.500 miliardi di dollari l’anno solo per gli interessi del loro debito pubblico interno e ciò inasprisce ancor più le già nefaste, inesistenti, politiche sociali interne, contribuendo alla crescita di un “bad modd” (un cattivo malumore di massa) che non riesce ad organizzarsi politicamente ma è teso come una fionda mortale; gli Usa esentano, come Luigi XVI, i grandi potentati economici dalla tassazione generale e spendono cifre colossali per le guerre che perdono (circa 50 miliardi di dollari, sinora, per la guerra contro l’Iran), non riuscendo nemmeno a dare risposta, attraverso lo sviluppo dell’ industria bellica, a quel loro grande problema relativo al potente processo interno di deindustrializzazione;
-il rafforzamento continuo del “socialismo dai caratteri cinesi”, rafforzamento in termini economici, politici, militari e di prestigio nel quadro internazionale che fanno percepire al mondo la Cina per quello che è: il vero contraltare del fronte imperialista, la diga attraverso la quale non si passa. E vi sono atti concreti che dicono quanto ciò sia vero.
Lo scorso 27 agosto il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha annunciato, nel nuovo progetto di guerra economica contro l’Iran (“nuovo progetto” perché, gli Usa, la guerra sul campo l’hanno perduta) sanzioni contro oltre 60 “entità” economiche mondiali collegate all’Iran, tra cui molte con sede in Cina, essendo il colosso socialista asiatico uno dei principali partner commerciali dell’Iran, dal quale acquista la maggior parte delle sue esportazioni di petrolio.
Ebbene, la risposta cinese alle sanzioni Usa contro i partner commerciali dell’Iran, non si è fatta attendere ed è stata ferma ed inequivocabile.
Attraverso il proprio portavoce, il Ministro degli Esteri Lin Jian, la Cina ha affermato che “l’estensione delle sanzioni statunitensi non interromperà e non comprometterà la cooperazione della Cina con l’Iran, che tale cooperazione è conforme al Diritto Internazionale e Pechino difenderà fermamente i propri interessi contro le nuove sanzioni Usa”.
A questa dichiarazione di Lin Jian non vi è stata risposta ufficiale, né del Dipartimento del Tesoro Usa, né di Trump. E ciò è il segno dei tempi e dei nuovi rapporti di forza internazionali tra fronte imperialista e fronte antimperialista.
Vi è poi la questione dell’Ue: il Partito Comunista di Unità Popolare ha già ampiamente analizzato la crisi dell’Ue, una crisi profonda che trova le proprie basi materiali nel fatto che l’Ue non è il prodotto di una pulsione dei popoli, delle economie, delle culture e degli Stati europei all’unità, ma essa è stata perseguita e voluta essenzialmente dal grande capitale transnazionale europeo, che aveva bisogno, per rilanciarsi nella lotta interimperialista volta alla conquista dei mercati mondiali, di un nuovo potere centrale e sovranazionale avente l’incarico di abbattere i salari, i diritti e lo stato sociale sul piano continentale, nel doppio obiettivo di abbattere il costo delle merci del capitale transnazionale, rilanciandone una nuova accumulazione capitalistica.
Il nuovo potere centrale voluto dal grande capitale transnazionale europeo è stata l’Ue ultraliberista di Maastricht, del Parlamento europeo inutile sino all’impossibilità di legiferare e del potere di carattere oggettivamente “golpista” della Commissione europea, vera sede del potere del capitale transnazionale. Tuttavia, anche di fronte a questa torsione autocratica, l’Ue non ha mai potuto consolidare l’unità dei Paesi ad essa appartenenti, divisi su tutto e persino mancanti (primo segno dell’unità di un nuovo soggetto statuale storico) di un sistema fiscale generale e sovranazionale.
Ciò che ora è importante e, insieme, grave è che questa Ue sta disperatamente cercando una propria, iniziale, unità e identità nella guerra strategica contro la Russia e conseguentemente, attraverso un enorme progetto di riarmo: i mille miliardi di euro per l’esercito europeo richiesti dalla presidente della Commissione europea, von der Leyen. Ma, come nel caso dell’insostenibile debito americano, nel progetto strategico dell’Ue sono le spinte centrifughe volte alla disgregazione che prevalgono, mentre le spinte centripete volte all’unità interna attraverso la guerra contro la Russia non sembrano e non possono avere successo, a partire dal fatto che una guerra contro la Russia, oltre al pericolo di guerra mondiale a cui porterebbe, vedrebbe l’Ue sconfitta e dissolta.
Crisi economica dai caratteri storici degli Usa e crisi dell’Ue: è l’intero mondo e l’intero potere euroatlantico che sta dando segni di fine di un impero. Come asseriva Gramsci, di fronte ad una crisi strutturale e storica, sono due gli orizzonti che possono prendere corpo: o la costituzione di un ordine reazionaria e fascista o la rivoluzione. I comunisti, le forze antimperialiste e anticapitaliste non possono che lottare per la seconda opzione.
In Italia il “sistema di guerra” e di lotta di classe del capitale contro i lavoratori estende il proprio dominio sia sulle destre al governo che sul centro-sinistra, poli entrambi sudditi, con pochi ed irrilevanti distinguo, degli Usa, della Nato e dell’Ue.
È di questo fine agosto 2026 la notizia che il governo Meloni userà il progetto europeo Safe (Security Action for Europe) soprattutto a fini militari, utilizzando 8 dei quasi 15 miliardi previsti dallo stesso Safe per rafforzare ulteriormente il riarmo italiano. Ciò in un’ottica di guerra strategica contro la Russia che vede l’Italia allineata all’Ue e, in Italia, vede su posizioni sostanzialmente simili sia le destre che il PD, se non tutto il “campo largo”. Ciò che occorre ricordare è che i nuovi 15 miliardi non sono regalati da Bruxelles all’Italia, ma che questo è un prestito oneroso che il popolo italiano, i lavoratori, dovranno, con sacrifici di lacrime e sangue, risarcire all’Ue.
Nel frattempo prosegue senza sosta, nel nostro paese, la distruzione dello Stato sociale e, soprattutto della Sanità pubblica, distruzione di questo essenziale e determinante comparto del welfare che ora è perseguito tenacemente dalla destra rappresentante diretta del capitale privato che punta a fogocitare la sanità, ma progetto che è stato a suo tempo perseguito, sia a livello di governo centrale che nelle Regioni, dal centro sinistra.
Mai come ora assistiamo (attraverso una massiccia cessione di sovranità nazionale e popolare che sia il centro sinistra che, ora, il centro destra hanno avviato) alla penetrazione, in Italia, del capitale straniero, che si è già impossessato di tanta parte dell’industria italiana, dando luogo ad un drammatico processo di deindustrializzazione e di delocalizzazione essenzialmente pagato dai lavoratori e dalle masse popolari. Di questo processo di deindustrializzazione a farne le spese è innanzitutto la siderurgia italiana e l’ILVA, sia di Taranto che di Genova. A farne le spese è l’intero popolo italiano.
Mai come in questa fase galoppa la precarizzazione selvaggia del lavoro, soprattutto giovanile. I giovani che lavorano una settimana al mese sono conteggiati come parte dell’occupazione generale, mentre crescono la disoccupazione reale e la disperazione delle ultime generazioni e la loro fuga verso l’estero.
Abbiamo asserito, a partire dalla crisi storica degli Usa e dell’Ue, a partire dalla crisi italiana e a partire dal grande rafforzamento del fronte antimperialista mondiale, che potremmo essere di fronte ad una fase persino rivoluzionaria.
Ma non saranno i Brics o il socialismo cinese a fare la rivoluzione per noi.
Come sappiamo, non è la Storia in sé che costruisce la trasformazione sociale, essendo questa la filosofia positivista e priva di ogni concezione leninista e gramsciana. Occorre l’elemento soggettivo, il soggetto sociale e politico con caratteri rivoluzionari che guidi positivamente il cambiamento.
Di tutto ciò, il PCUP è totalmente consapevole, come è consapevole che oggi, i comunisti, in Italia, da soli non bastano a guidare i grandi processi di trasformazione.
Difatti, due sono state, e rimangono, le parole d’ordine del Congresso nazionale del PCUP celebratosi gli scorsi 24 e 25 gennaio 2026 a Roma: unità dei comunisti e costruzione del Fronte Ampio per la trasformazione sociale, per la lotta e per la riconquista della sovranità popolare e democratica per la difesa degli interessi del lavoro.
Settembre 2026: sono trascorsi circa otto mesi dal Congresso nazionale e il PCUP ha alacremente lavorato sia per costruire il Partito nei territori, sia per costruire l’unità dei comunisti che per mettere in campo quel Fronte Ampio di carattere antimperialista e rivoluzionario di cui hanno bisogno “la classe” e il popolo.
Il Partito ha molto lavorato per l’unità dei comunisti, e il Dipartimento PCUP che segue questo decisivo spezzone del lavoro politico è riuscito a costituire un “Tavolo Permanente per il dibattito e l’azione unitaria di lotta dei comunisti”, un Tavolo che vede già la presenza di diversi soggetti comunisti italiani, anche se non tutti, obiettivo, il “tutti presenti”, che rimane quello, prioritario, del Partito.
Il PCUP ha anche dato incarico ad una sua importante delegazione di lavorare per la costruzione del Fronte Ampio antimperialista, incarico che i compagni e le compagne della delegazione stanno portando positivamente avanti.
Oggi, il Fronte Ampio, su cui sin dall’inizio ha puntato il PCUP per avviare una vera lotta di massa e di classe in Italia, si è costituto attraverso la forma di Agorà, con il compagno e professore Angelo D’Orsi quale frontmen dello steso Fronte.
In Agorà già confluiscono diversi soggetti politici e di movimento, assieme a tante adesioni, intellettuali e operaie, individuali. Ma per la cultura unitaria del PCUP e, soprattutto, per l’esigenza, nella lotta di Liberazione di cui ha di nuovo hanno bisogno sia” la classe” che il popolo italiano, questa unità già raggiunta da Agorà ancora non basta: per il PCUP tutte le forze comuniste, antimperialiste, anticapitaliste italiane devono convergere ed unirsi e questo risultato unitario è l’obiettivo politico stesso del PCUP.
Agorà ha un programma inequivocabile: fuori l’Italia dalla Nato, dall’Ue e dall’Euro, fuori l’Italia dal sistema di guerra imperialista, con una linea internazionale che afferma che contro la Russia vi è una guerra della Nato e una guerra strategica che l’Ue sta preparando.
Agorà ha un programma rivoluzionario che mette al centro la riconquista, da parte della “classe” e del popolo, la sovranità nazionale, popolare e democratica.
Agorà è contro le politiche ultraliberiste dell’Ue e contro il folle riarmo dell’Ue.
Agorà ha un progetto politico alternativo sia alle destre che al centro sinistra, “soggetti” per molti versi sovrapponibili.
In Agorà i compagni e le compagne del PCUP possono e debbono lavorare, ne territori, sia per costruire il Fronte Ampio per la trasformazione sociale che per costruire il Partito, il PCUP, che solo attraverso “un bagno di massa” potrà costruire legami di massa e farsi Partito.
Il PCI storico divenne forza di massa a partire dall’unità che proponeva e praticava nella lotta armata contro il nazifascismo, nella Resistenza partigiana, nella Lotta di Liberazione Nazionale.
Le Brigate Garibaldi, il primo cuore della lotta antifascista, costruite da Pietro Secchia e Luigi Longo, erano prettamente comuniste, ma non solo comuniste, avendo già in sé il seme dell’unità popolare antifascista. Quando, anche sotto la spinta del PCI, le Brigate Garibaldi si unirono alle Brigate Giustizia e Libertà e alle Brigate Matteotti, nacque il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), il soggetto unitario della lotta di Liberazione.
IL PCI, dalla sua volontà unitaria, acquisì un immenso prestigio popolare e costruì legami di massa.
Il PCUP, oggi, lavorando con quella stessa cultura e quella stessa tenacia unitaria, potrà offrire un contributo determinante alla costruzione del Fronte Ampio, di Agorà, per la trasformazione sociale.
E, assieme a ciò, costruire il Partito.
* Segretario generale PCUP







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