di Ascanio Bernardeschi
Sotto il pretesto delle minacce esterne, il governo normalizza l’aumento delle spese militari e restringe gli spazi democratici.
A quanto pare l’Italia è sotto assedio. Il 17 novembre il Consiglio supremo di Difesa, presieduto dal capo dello Stato e affiancato dai vertici di governo e militari, ha ribadito il sostegno totale all’Ucraina e l’allineamento alle strategie Ue e Nato. Nulla di nuovo, a conferma che si intende proseguire la strada del suicidio assistito dell’Ucraina e, sul piano strategico ed economico, della stessa Europa. Ma la nota ufficiale del Quirinale1 va oltre: parla di “trasformazione delle azioni militari”, accredita la versione della “violazione dello spazio aereo Nato” da parte della Russia e invoca l’adeguamento delle capacità europee recependo il Libro bianco europeo per la difesa 2030.
Non basta la Russia. I nemici sarebbero ovunque. In Medio Oriente si teme l’antisemitismo, ma nessuna parola sulla politica genocidiaria di Israele: guai a sembrare antisemiti. Si chiede invece il disarmo di Hamas.
Sul Libano, qualche rilievo all’attacco israeliano contro Unifil, “a guida italiana”; se fosse stata marocchina, forse silenzio.
Poi l’elenco delle crisi: Libia, Sahel, Balcani, Mediterraneo. Nessuna responsabilità occidentale, solo “presenze ostili” da fronteggiare con più basi e più truppe Nato.
Centrale è il riferimento alla “guerra ibrida” di Russia e altri “attori ostili”. Forse la Cina? La minaccia serve a giustificare nuove misure di “sorveglianza cognitiva” verso “disinformazione, narrazioni polarizzanti, piattaforme digitali”. Come se i nostri governi e le potenze “amiche” fossero estranei a queste pratiche. “Guerra ibrida” è un concetto vago che include il contrasto alla diffusione di idee scomode. È qui che la retorica della sicurezza mostra il suo volto più pericoloso. L’allarme per la “disinformazione” e le “narrazioni polarizzanti” si trasforma immediatamente in giustificazione per il controllo del dissenso. Non è una teoria: è la logica che ha già portato alla rimozione di bandiere palestinesi, alle pressioni per censurare conferenze, come quella recente del prof. D’Orsi, o annullare eventi culturali e sportivi, e alle direttive su cosa si può dire e cosa no nelle scuole. Quando lo Stato definisce ciò che è una “narrativa ostile”, mette in discussione il diritto di critica.
L’obiettivo è chiaro: si prepara, anche psicologicamente, il terreno all’aumento delle spese militari e alla riduzione degli spazi democratici. Si legittimano a posteriori gli episodi di censura già avvenuti. Un vulnus grave ai principi costituzionali, promosso persino da esponenti del centrosinistra. Quando la “patria” chiama, cioè i grandi gruppi monopolisti, tutti rispondono all’unisono.
Non è paranoia. È realtà. La guerra si prepara anche così: con la propaganda, con la censura, con la paura. Per questo serve un fronte ampio e determinato, capace di difendere democrazia, pace e autodeterminazione dei popoli. Ora, non domani.
Note:
1 https://www.quirinale.it/elementi/145033
Immagine: Futura Società-Bernardeschi, realizzata col supporto dell’IA







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