Una legge truffa da respingere

Una legge truffa da respingere

di Domenico Gallo *

Il 15 settembre, dopo aver apportato delle modifiche, il Senato ha approvato il testo della legge elettorale destinato a diventare definitivo dopo l’ultimo passaggio alla Camera. Anche in questo caso trova applicazione l’antico aforisma: in cauda venenum, ovvero gli aspetti più odiosi di un provvedimento sono quelli che solitamente emergono alla fine. Grazie alla complicità della maggioranza, compatta nell’obbedienza a Palazzo Chigi, si è diffusa la prassi di tenere celati gli aspetti più odiosi e controversi dei provvedimenti in discussione alla Camere, per farli emergere poi all’ultimo momento nella discussione in Aula, quando non c’è più nulla da fare per opporsi. Il Disegno di legge C.2822 depositato dal deputato Bignami, evidentemente per conto di Meloni, è stato presentato il 26 febbraio 2026. L’iter in Commissione è iniziato il 31 marzo e si è concluso il 24 giugno, la Camera l’ha approvato il 16 luglio, poi è stato trattato in Commissione al Senato negli ultimi giorni di luglio. La maggioranza non ha presentato emendamenti in Commissione al Senato, soltanto quando il provvedimento è andato in aula sono state tirate fuori dal cappello quelle innovazioni più odiose che dovevano restare celate fino all’ultimo. Il Melonellum nella sua struttura fondamentale appartiene al genere del “porcellum”, con alcune varianti volte ad aggirare i paletti posti dalla Corte costituzionale con le sentenze n.1/14 e 35/2017. Com’è già avvenuto per il porcellum (legge n.270/2005) la destra ha deciso di cambiare il sistema elettorale avendo calcolato che con la legge vigente avrebbe perso le elezioni perché il meccanismo premiale del rosatellum avrebbe favorito l’alleanza delle forze di opposizione. Quindi si sono messi all’opera, i sarti della Meloni che le hanno confezionato un vestito elettorale più aderente all’esigenza di conservare il potere. Tuttavia, sulla base dei sondaggi, il sistema elettorale disegnato non garantiva la prevalenza del centro-destra. Occorreva qualcosa in più, occorreva evitare che nuove forze politiche potessero rafforzare l’alleanza di centro-sinistra. Quindi è stata tirata fuori un’innovazione, fino ad ieri inimmaginabile, attraverso un emendamento che – di fatto – impedisce l’ingresso in Parlamento di ogni altra forza politica diversa da quelle già rappresentate mediante l’artifizio di quadruplicare (da 1.500 a 6.000) il numero delle firme da raccogliere in ogni circoscrizione per poter presentare una nuova lista. In questa scelta c’è un aspetto contingente, ma anche un’innovazione di sistema. L’aspetto contingente è quello di impedire la partecipazione alle elezioni di una nuova forza di centro “Progetto civico”, guidata dall’assessore romano Alessandro Onorato, e di Rifondazione comunista, guidata da Maurizio Acerbo, che potrebbero apportare all’alleanza di centrosinistra un contributo determinante per battere la Meloni. L’aspetto di sistema è quello di cristallizzare la composizione del Parlamento ed i partiti esistenti, escludendo la possibilità di ingresso di nuove forze politiche. In questo modo si attribuisce ai partiti esistenti in parlamento un privilegio castale, anche se privi di un reale consenso popolare. Basti pensare alla lista “Noi moderati” che nel 2022 prese alla Camera 254.127 voti (0,90%), meno delle firme che sarebbero necessarie ad una nuova forza politica per essere ammessa alle elezioni. In questo modo cambia anche la natura dei partiti presenti in Parlamento perché i gruppi dirigenti diventeranno sempre più oligarchici, potranno più facilmente sbarazzarsi di oppositori o concorrenti interni, per i quali non sarà possibile la via di fuga di presentare nuove liste alle elezioni politiche. Ma l’aspetto ancora più preoccupante è la cancellazione di ogni forma di dissenso rispetto alle narrazioni politico sociali dominanti. Le formazioni che esprimono domande di forte discontinuità politica rispetto alle scelte dominanti, come Agorà, Potere al popolo, Schierarsi, non potranno avere voce in capitolo per partecipare alla conduzione della vita democratica. Silenziare il dissenso è il primo passo per realizzare quella “democrazia illiberale” che è nelle corde della Meloni. Chiudere il Parlamento all’ingresso di nuove forze politiche snatura la democrazia e infligge un colpo gravissimo al principio stesso della sovranità popolare e al diritto dei cittadini, associati in partiti di concorrere a determinare la politica nazionale, come prevede l’art. 49 della Costituzione. Con l’approvazione della riforma è esplosa in aula la protesta delle opposizioni che hanno agitato cartelli con la scritta: no alla legge truffa. E’ chiaro il riferimento alla legge 31 marzo 1953 n. 58, passata alla storia con lo stigma di legge truffa per la dura opposizione che all’epoca attraversò il Parlamento ed il paese. Se il porcellum, che il suo autore definì una porcata, era una legge truffa, questa è una legge truffa al quadrato. Bisogna farla fallire come fallì la legge truffa, il cui meccanismo manipolatorio non scatto perché alle elezioni del 7 giugno 1953 la coalizione di centrodestra non raggiunse il quorum per soli 58.000 voti. Anche questa volta c’è la possibilità di far fallire questa nuova legge truffa. Bisogna impegnarsi per consentire alle formazioni politiche destinate ad essere escluse dalla gara elettorale a raccogliere le firme necessarie per poter presentare le proprie liste alle elezioni politiche. In questo modo si può ampliare la base elettorale di consenso delle forze politiche d’opposizione e si possono rimotivare al voto quelle frange di cittadini che nelle ultime competizioni elettorali hanno disertato le urne.

 

* Magistrato – Presidente emerito Corte Costituzionale

 

Immagine:Ministero dell’interno, CC BY 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/3.0>, via Wikimedia Commons

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