Carico di guerra, il porto si ribella

Carico di guerra, il porto si ribella

di Laura Baldelli

Il resoconto della manifestazione tenuta ad Ancona il 6 febbraio, in occasione dello sciopero internazionale dei lavoratori dei porti contro la guerra e i traffici di armi, alla quale ha partecipato un nutrito gruppo di militanti e dirigenti del Partito Comunista di Unità Popolare, tra cui il segretario generale, Fosco Giannini.

Con questo intendimento, i lavoratori portuali di Ancona, organizzati nell’Upad, Unione Portuali Autonomi Dorici, hanno aderito allo sciopero europeo del Mediterraneo, un’asse di solidarietà operaia che vuole bloccare la logistica di guerra nel mondo: in Italia coinvolti i lavoratori portuali nei porti di Genova, Livorno, Trieste, Ravenna, Civitavecchia, Salerno, Crotone, Bari, Palermo; in Europa e nel Mediterraneo: Bilbao e Passaia in Spagna sull’Atlantico, Pireo ed Elefsina in Grecia, Tangeri e Assafia in Marocco, Antalya e Mersin in Turchia, Amburgo e Brema in Germania, ma anche porti statunitensi e brasiliani.

Uno sciopero politico inedito che ha unito le sponde del Mediterraneo, grazie al grande lavoro organizzativo dell’Usb in Italia, dei sindacati greci Enedep, di quelli baschi Lab, Lima-Is della Turchia, dell’Odt del Marocco e della FMS, Federazione Sindacale Mondiale, rappresentanti del sindacalismo conflittuale, che guarda verso una proiezione internazionale, un segno della politicizzazione del conflitto di classe organizzato che va oltre i confini nazionali e vuole confrontarsi con le contraddizioni dell’attuale modo di produzione capitalista al servizio delle guerre.

Finalmente un’impronta di classe al movimento no war contro le guerre, dove oltre alla militarizzazione dei porti ed ancora per il perpetrato genocidio del popolo palestinese, si scende in piazza contro l’economia di guerra che ha tagliato i salari, eroso diritti, allungato i tempi di lavoro, negato il riconoscimento del lavoro usurante, distrutto il welfare, con lo spostamento delle risorse economiche agli armamenti e all’industria bellica.

In piazza del Crocifisso ad Ancona oltre l’Upad e l’Usb, il Coordinamento Marche per la Palestina, Centri Sociali Marche, Piceno per la Palestina, Potere al Popolo Marche, Sumud, No guerra no Nato, Osa, Cambiare rotta, Pci e soprattutto noi, il Pcup, il Partito Comunista di Unità Popolare per la prima volta in piazza con le nostre bandiere con i compagni/e venuti da tutte la Marche! Presenti dietro lo striscione il compagno segretario Fosco Giannini e la compagna presidente Mariella Baldoni con le nestre bandiere.

Sembriamo già un fronte popolare in lotta contro la guerra, l’economia di guerra, contro questo governo fascista; infatti è importantissimo costruire una mobilitazione unitaria contro il riarmo e la repressione come ci sollecitano gli ultimi fatti di Torino alla manifestazione oceanica a sostegno del centro sociale Askatasuna.

Sfidando il maltempo, con pioggia e vento, il corteo si è mosso dallo storico rione Archi, ormai quartiere multietnico, lungo una delle arterie principali della città per poi percorrere le vie del porto commerciale sul lungomare Vanvitelli, con soste al Molo Sud, banchina Nazario Sauro e Giovanni da Chio verso il porto antico con il suo patrimonio storico, che testimonia tutte le epoche della città, fino all’arco Clementino, dove c’è Fincantieri, storica azienda che ha dato lavoro a tante famiglie, permettendo quella mobilità sociale che oggi non c’è più; infatti il cantiere navale subappalta gli operai alle ditte del Bangladesh e della Romania, i nuovi schiavi sottopagati con turni massacranti, che hanno cambiato la morfologia sociale della città: una migrazione senza governo che ha trasformato i quartieri in ghetti con problemi di ordine pubblico e difficoltà sociali. Ma non basta, proprio allo storico Molo Clementino disegnato e progettato dall’architetto Vanvitelli nel Settecento, verrà costruito un altro molo ed un hub crocieristico per le grandi navi, che cambierà la morfologia di tutta la città che è in soluzione di continuità con il porto. Questo in barba ai notevoli problemi d’inquinamento, con sostanziale aumento di tumori e patologie cardio vascolari, oltre che respiratorie. Ancona è un esempio della privatizzazione dei porti italiani: profitti per il grande capitale e nulla per la città, che invece già soffre anche di forti criticità nella viabilità dovute ai traffici portuali su gomma e alle navi che fumano praticamente dentro il centro abitato. Da anni è attivo il Coordinamento porto-città, cittadini che combattono sia contro le decisioni delle precedenti giunte del Pd, che ora con il governo di destra, che perseguono le stesse identiche politiche neoliberiste di subordinazione ai grandi capitali, che non portano alcuna ricchezza alla città, bensì grandi problemi. Oggi il porto non è più il vanto della città, ma l’ingranaggio della catena logistica dove transitano merci ed armamenti verso Israele ed altre destinazioni nel mondo. L’eterogenea manifestazione al grido Siamo tutti portuali e Il porto che resiste contro guerre, riarmo e leggi fasciste si è svolta pacificamente, circa un migliaio di partecipanti per la rete di solidarietà operaia che rifiuta le politiche di riarmo e la complicità nei conflitti in corso.

Tutto il movimento dei porti contro le guerre è sempre partito dai lavoratori del porto di Genova, il Calp, che per primi hanno iniziato la lotta nel maggio 2019 contro il traffico d’armi della compagnia di navigazione saudita Bahri, che trasportava armi destinate alla guerra, meno raccontata degli ultimi decenni, in Yemen; seguì nel 2021 la mobilitazione, non solo dei lavoratori del porto di Genova, ma anche di Livorno, Napoli, Ravenna, per impedire il carico e scarico di armi alle navi israeliane, che sarebbero servite per l’ennesima operazione di bombardamento in corso a Gaza, tanto che il sindacato sionista Histradrut si era permesso di protestare presso il Consolato italiano.

Ma le strade delle armi non si sono fermate e le rotte marittime-portuali per prime hanno subito la militarizzazione dei commerci, addirittura anticipando il processo di conversione bellica del nostro sistema produttivo e distributivo. Infatti ancora a Genova il 25 febbraio 2023 un nuovo sciopero contro la guerra, a cui parteciparono 10000 cittadini, percorrendo il porto e il centro della città con le parole d’ordine di forte impronta di classe: giù le armi, su i salari.

E ancora l’anno scorso Blocchiamo tutto a fianco della Freedom Flottilla per rompere l’assedio contro Gaza, a ribadire che i lavoratori portuali non lavorano per la guerra, con ben 2 scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre con manifestazioni memorabili; e ancora con lo sciopero generale del 28 novembre contro la finanziaria di guerra con manifestazioni in 50 città italiane e il 29 novembre con la manifestazione nazionale a Roma.

E il 2026 non è iniziato bene: oltre il conflitto in Ucraina, il genocidio del popolo palestinese, gli Usa, calpestando il diritto internazionale, hanno rapito il Presidente del Venezuela Maduro e la primera combattente Cilia Flores, inglobato la Groenlandia ormai sotto le multinazionali e le basi militari Usa, minacciano e fomentano rivolte in Iran, ed i fatti sanguinosi dell’Ice negli Stati Uniti, nonché gli scandali del potere politico legati ad Epstein, ci rivelano la prepotenza e il marcio senza limiti dell’attuale società neoliberista.

E in casa nostra siamo sotto un’ondata di repressione con il fascistissimo pacchetto sicurezza, persino respinto da Mattarella, e una crescente militarizzazione e privatizzazione dell’economia dei settori strategici: un piano di riarmo da 100 miliardi di euro per i porti di Salerno, Livorno, Genova, Trieste, che prevede una riforma portuale che privatizzerà gli introiti del 40%, l’equivalente di 178 miliardi sottratti alle casse dello stato. Ma non solo il trasferimento delle banchine al controllo privato rende più facile l’utilizzo dei porti per il traffico d’armi.

Infatti con questa consapevolezza i lavoratori marittimi hanno costruito un coordinamento internazionale che va allargandosi e mette assieme i temi del lavoro e l’economia di guerra per opporsi.

In Italia, secondo l’Osservatorio sulle armi, Weapon Watch, il commercio di armi ha una fitta rete di relazioni commerciali con gli Usa ed Israele, svolgendo tre ruoli: destinatario di armamenti, emissario verso mercati internazionali, intermediario nel complesso meccanismo di triangolazione commerciale, dove Leonardo Spa riveste un ruolo strategico, in quanto coordinatore della catena logistica tra il nostro Paese e gli Usa.

I dati ci dicono che l’Italia importa sia dagli Usa che da Israele, il quale fa assemblare in Italia i componenti, che poi vanno ri-esportati come prodotti finiti, così sul territorio italiano transitano armi provenienti da altri paesi e destinate ad altri paesi in Europa. Infatti dalla Repubblica Ceca arrivano munizioni per ripartire via mare con la ZIM Integrated Shipping Services, una compagnia di navigazione, fondata nel 1945 a Haifa, dove mantiene il suo quartier generale ed è specializzata nel trasporto di container e rappresenta uno dei principali operatori marittimi globali.

Di questi traffici di morte è interessato soprattutto il versante del Tirreno, toccando i porti di Genova, La Spezia, Livorno, Salerno, una catena logistica che non interessa solo Israele, ma anche tutto il commercio militare internazionale.

Inoltre l’Italia sul piano industriale, produce in 3 stabilimenti per la società tedesca RWM, soprattutto in Sardegna dove c’è il centro di ricerca difesa sottomarina.

Ma la lotta non deve limitarsi ai porti perché le ferrovie sono l’altra infrastruttura strategica d’interesse militare.

Infatti si è costituito a Tarvisio il collettivo Ferrovieri contro la guerra, che ha denunciato il trasporto di armi da Tarvisio alla base Usa di Camp Darby a Pisa. Incredibilmente le ferrovie italiane sono le più sicure per il traffico ed il transito di armi, perché la nostra rete ferroviaria ha percorsi dove la visibilità è minore. Occorre una mappatura dei nodi strategici della rete di trasporto e di produzione militare specie in Toscana e Liguria, coinvolgendo i lavoratori e le lavoratrici delle ferrovie con i movimenti per la difesa dalla militarizzazione del territorio italiano, specie in prossimità delle basi Usa e Nato. Pisa e Livorno sono i centri strategici della logistica di guerra del Mediterraneo: aeroporto di Pisa, i lavori ferroviari per la Military Mobility, il polo logistico per le forze speciali dell’arma dei Carabinieri, dell’esercito dentro il parco di San Rossore a Pisa.

E’ importante quindi dallo sciopero internazionale dei porti, riorganizzare vari settori di lotta per opporsi alla deriva guerrafondaia di questo governo e del mondo, bloccando i siti economici strategici dell’economia di guerra.

 

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