di Nunzia Augeri
Domenica 22 febbraio, una mite giornata primaverile: la vecchia sala di Via Spallanzani ci accoglie nella nuovissima veste, tutta candida. Viene subito ravvivata con le bandiere del Partito comunista di unità popolare (Pcup), di Cuba e del Venezuela, protagonisti della giornata. Per fortuna non fa freddo, si è affacciato qualche raggio di sole che illumina il cortile, la gente comincia ad arrivare, tanti compagni perfino da altre città. Arrivano puntuali i due attesi protagonisti della giornata, Damian Delgado Vazquez, consigliere politico dell’Ambasciata di Cuba, e Christians Eduardo Sanchez, console generale del Venezuela a Milano, il quale è accompagnato dalla moglie, da un figlio decenne e da un florido pupotto di cinque mesi che dalla sua postazione, nel carrozzino, è tutto un sorriso.
Al tavolo della presidenza con loro siedono il Segretario del Pcup, Fosco Giannini, il componente della Segreteria Vladimiro Merlin, e Alessandro Pascale, Segretario regionale del Pcup della Lombardia. La sala a poco a poco si va popolando, arriverà ad essere gremita, con tutte le sedie occupate e anche qualcuno in piedi, una folla che non si vedeva da molto tempo in quella gloriosa sala.
Spetta a Pascale introdurre la giornata con una densa relazione che si incentra sugli Stati Uniti, un paese che in 225 anni di storia ha conosciuto solo 20 anni di pace, e per più di due secoli è sempre stato impegnato in operazioni belliche. In particolare i rapporti con i paesi della vicina America Latina sono sempre stati tesi, fin da quando nell’Ottocento essi si sono ribellati al dominio spagnolo e hanno rivendicato la propria indipendenza e la propria sovranità nazionale, mentre gli Stati Uniti, dal canto loro, cominciavano a considerarli territorio di loro dominio, “patio trasero” o cortile di casa, soprattutto quando poi nel Novecento gli USA si sono affermati come potere globale. L’aggressività statunitense però non si rivolge solo contro l’America Latina: oggi di fronte al sempre più netto declino dell’Occidente globale a guida statunitense, il nemico principale è diventata la Cina e il complesso dei Brics, un’alleanza del tutto eterogenea unita dallo scopo di creare un ordine globale alternativo fondato su una cooperazione economica pacifica con tutti gli Stati del mondo. Il blocco imperialista nella lotta per mantenere il dominio ha scatenato una terza guerra mondiale a pezzi, in Ucraina, in Medio Oriente, prossimamente in Iran, senza contare i tentativi di destabilizzazione in vari altri paesi. E anche lo scandalo dei files di Epstein, gonfiato da tutta la stampa internazionale, dimostra chiaramente che le elites padronali che oggi governano l’Occidente sono il peggio del peggio.
Il nostro Partito – prosegue Pascale – non accetta la tesi degli opposti imperialismi, ma sono pochi a pensarla allo stesso modo. E la grande difficoltà oggi in Italia è la frammentazione fra i tanti minuscoli partiti e gruppi comunisti. Termina infine con l’auspicio che si possa sciogliersi tutti per confluire in un nuovo partito in grado di appoggiare efficacemente e con forza le lotte di liberazione come quelle di Cuba e del Venezuela; nonché, per il momento, con una esortazione a iscriversi al Pcup per creare una base più avanzata di opposizione a questo regime.
La relazione viene accolta con applausi non rituali ma veramente convinti, e prende la parola Damian Delgado Vazquez. Il rappresentante di Cuba, dopo i ringraziamenti per l’invito, descrive la serenità dei primi giorni del nuovo anno a Cuba, improvvisamente turbati dall’atroce notizia del sequestro del presidente Maduro e di Cilia Flores in Venezuela. Gli Stati Uniti hanno fatto carta straccia del diritto internazionale, pretendono che tutti i paesi si arrendano al loro volere, e tendono a normalizzare tutto il peggio che accade: il genocidio di Gaza che dura da due anni, l’azione assassina dell’ICE all’interno, i fatti terribili rivelati dai files di Epstein; normalizzati tutti i terribili avvenimenti di un potere assassino, in nome di una pretesa democrazia. Alla fine di gennaio il presidente Trump ha deciso inoltre l’imposizione di dazi a tutti i paesi che vendono petrolio a Cuba: dopo un blocco che dura da più di 60 anni, questo provvedimento ha reso più difficile far arrivare combustibile, alimenti, medicinali, con ripercussioni molto gravi sul popolo cubano. Ai dazi si è poi aggiunto il blocco navale, anche per le navi che – pagando dazio – portavano il petrolio all’isola. Non funzionano più i trasporti, gli ospedali sono paralizzati, tutta l’attività economica e sociale è ferma perché le persone non possono raggiungere i posti di lavoro. Secondo Trump, Cuba rappresenta una terribile minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti. Quale minaccia da parte di un paese che non raggiunge i 10 milioni di abitanti? Il popolo cubano vuole solo difendere il diritto a costruire il proprio sistema, la propria identità, la propria economia, senza interventi esterni e senza interferenze statunitensi. E’ un popolo allegro, solidale, amichevole che in 60 anni ha inviato 600.000 medici in aiuto a 165 paesi del mondo, compresa l’Italia. Ma – sottolinea Damian Delgado – la vera minaccia è l’esempio di resistenza dato dal popolo cubano: Trump vuole dimostrare che contro Cuba non si può fare altro che intervenire militarmente e sterminarlo. I cubani oggi devono sopportare grandi sofferenze nella loro vita quotidiana, ma reagiscono con grande fermezza, dando e chiedendo rispetto nei rapporti con tutti gli altri paesi, senza rinunciare ai loro progetti, al loro sogno. E il rappresentante cubano termina ricordando i trenta cubani assassinati a Caracas nella difesa del presidente Maduro, poi ringraziando tutti i tanti amici che ha trovato nel Partito comunista di unità popolare, e riaffermando che Cuba continuerà a resistere con fermezza. Patria o muerte. Venceremos.
Uno scroscio di applausi accoglie il discorso del compagno cubano, molti si sono alzati in piedi e molti visi mostrano la commozione che le sue parole hanno suscitato. Dopo un breve moneto prende la parola il console venezolano Christians Eduardo Sanchez, il quale esordisce ringraziando il Pcup per il sostegno che presta alla lotta antimperialista. Cuba e il Venezuela- egli afferma – camminano insieme verso la dignità e l’indipendenza nazionale, non vogliono essere le colonie di nessuno. Il brutale attacco contro il Venezuela con il rapimento del presidente Nicolas Maduro e di Cilia Flores non ha provocato una risposta di odio, ma un gesto diplomatico di pace, con la liberazione di centinaia di prigionieri politici. Il popolo cubano sa bene che cosa significa opporsi agli Stati Uniti, ed è a fianco del Venezuela, come tanti popoli del mondo che sono contro la negazione del diritto internazionale e la Carta dell’Onu perpetrata dagli Stati Uniti. Questi interventi cercano con ogni mezzo lecito o illecito di impedire la speranza di un mondo multipolare, ma il Venezuela, insieme con Cuba, non lo permetterà: entrambi rifiutano la guerra, e la loro lotta è la lotta di tutti i popoli del mondo. Ciò che vuole anzitutto il Venezuela è che gli venga restituito il suo Presidente e la compagna Cilia, per dimostrare che un altro mondo è possibile, al riparo dal predominio brutale degli Stati Uniti. Il grido che riecheggia in tutto il mondo è “Bring them back!”, riportateli indietro! E anche questo grido fa di nuovo scattare gli applausi scroscianti e convinti della folla.
Spetta al Segretario Fosco Giannini prendere la parola per le conclusioni della giornata. In primo luogo esalta il coraggio del popolo cubano, ma anche noi italiani – afferma – siamo coraggiosi, perché siamo figli della Resistenza antifascista. Sempre alzeremo la voce in difesa di Cuba e sempre resteremo al suo fianco; e a Cuba va anzitutto la nostra gratitudine per i trecento medici che in Calabria svolgono un ruolo essenziale per tenere in piedi la disastrata sanità pubblica. Quanto al ruolo svolto a livello mondiale da Cuba e Venezuela, Giannini riprende il filo della storia a partire dal 1991, quando sulla vetta del Cremlino venne ammainata la bandiera rossa: gli Stati Uniti cercarono di imporre la tesi della fine della storia. Ma la storia non finisce mai, e in America Latina la resistenza di Cuba e l’avvento di Chavez in Venezuela riaccendono il processo antimperialista, contribuendo a cambiare il mondo. Mentre in Africa l’audace accordo fra Mandela e Gheddafi per una Banca africana che prescinda dal dollaro provoca l’atroce fine del governante libico, nel 2010 la costituzione dei Brics – Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica – apre una nuova era nei rapporti internazionali. L’Asia diventa importante con l’incredibile sviluppo economico della Cina, e anche di altri paesi, non solo l’India ma anche paesi minori come Laos e Vietnam. Sullo sfondo, sempre il peso enorme della resistenza di Cuba e del nuovo cammino intrapreso dal Venezuela, che sostengono il progetto rivoluzionario internazionale. Gli imperialisti sono costretti a prendere consapevolezza che la storia non è finita, e gli Stati Uniti cominciano a pensare che la guerra sia l’unica soluzione possibile.
Ma sono importanti – rammenta Giannini – anche alcuni punti teorici che sia pur rapidamente vale la pena ricordare: Cuba dà forza al pensiero di Lenin e di Gramsci, per i quali l’azione soggettiva, diretta degli uomini e delle donne può creare la storia. Nell’isola si sviluppa un socialismo di popolo, umanistico, che offre un grande contributo al socialismo mondiale, e per questo saremo sempre al fianco di Cuba. Nell’agosto 1960 Castro lancia l’avvio pratico del socialismo con le nazionalizzazioni, e in seguito a quelle misure gli Stati Uniti danno inizio al blocco. Il danno sull’economia del piccolo paese, quantificato in circa 1500 miliardi di dollari, risulta immenso. Cuba resiste comunque, e per questo noi saremo sempre a fianco del socialismo cubano.
In Venezuela la rivoluzione antimperialista di Hugo Chavez diventa soggetto di cambiamento del quadro mondiale. Nell’opera di Chavez, “Azul” sul socialismo del XXI secolo si delinea un nuovo apporto teorico al pensiero rivoluzionario mondiale. Ogni nazione deve seguire il proprio, peculiare cammino rivoluzionario; per il Venezuela si tratta di dare il petrolio, come le ricchezze, al popolo, e di creare le “comunas”, una nuova forma di autogestione del potere, da condividere con le masse, ovviamente diversa dai soviet di Lenin, ma adatta alle peculiarità del paese latinoamericano. E la grandezza del pensiero di Chavez si manifesta nella comprensione di un altro carattere del popolo venezolano, la sua religiosità: il sentimento religioso si identifica con un sentimento di solidarietà che diventa la base della rivoluzione chavista. Questa grande intuizione favorisce un rapporto fortissimo con il popolo e Chavez vince regolarmente le elezioni. Cuba e Venezuela, – conclude Giannini – sono due paesi che vivono all’insegna del motto di Fidel Castro: “Aquì no se rinde nadie”, qui nessuno si arrende. Viva Cuba, viva il Venezuela.
Di nuovo gli applausi della sala gremita sono vivi e sentiti. Qualche momento di pausa permette di scambiarsi impressioni, opinioni, congratulazioni. Si è lasciato tempo per gli interventi del pubblico, e la prima a prendere la parola è una signora mai vista e di cui si ignora il nome, ma che già all’inizio si è presentata come cubana. Il suo intervento provocatorio nei riguardi della politica e del governo cubano colpisce subito e la rivela come una provocatrice, probabilmente inviata apposta. Il diplomatico cubano si accalora nella risposta, le voci diventano più alte e concitate; interviene allora personalmente Fosco Giannini, che si alza, si avvicina alla signora e con calma fermezza la invita a lasciare la sala. Il breve incidente è finito.
E poco dopo, con i saluti di altri compagni fra cui la Casa Rossa di Milano, rappresentata da Marcello Gentile, la giornata si chiude fra abbracci e arrivederci, con l’ultimo raggio di sole che splende come un felice augurio.







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