di Isaac Alfonso
Pubblichiamo in italiano l’intervista a Graciela Ramírez*, giornalista argentina residente a Cuba, specializzata in diritto e gestione commerciale, realizzata dal sito di informazione spagnolo «Contraplano», dalla quale emerge con chiarezza quanto il blocco illegale, imposto dagli Usa da 64 anni, incida sulla vita quotidiana delle famiglie, anche per i bisogni più elementari, soprattutto in presenza di bambini, anziani e persone inferme. Si analizzano inoltre le nuove riforme economiche promosse dal governo cubano.
Cuba sta affrontando una nuova fase economica in uno dei momenti più complessi degli ultimi decenni. L’Assemblea Nazionale del Potere Popolare ha approvato un pacchetto di riforme economiche e sociali composto da 176 proposte raggruppate in 23 linee d’azione, volte a intervenire su settori chiave quali l’agricoltura, l’energia, i trasporti, il commercio estero e il turismo.
Ma qualsiasi analisi dell’economia cubana, avverte Graciela Ramírez, risulta incompleta se non si tiene conto dell’embargo economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti. Una politica che Washington mantiene da oltre sei decenni e di cui l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha ripetutamente chiesto la revoca.
In questa intervista con Contraplano, Graciela Ramírez colloca le riforme in un contesto di forte pressione esterna, sostiene che l’embargo attraversi l’intera economia cubana e fornisce esempi concreti del suo impatto sull’alimentazione, la sanità, i trasporti, l’energia e l’accesso ai beni di prima necessità.
Cuba ha appena approvato nuove riforme economiche in un contesto di enorme pressione esterna. Fino a che punto è possibile analizzare qualsiasi cambiamento interno all’isola senza tenere conto dell’embargo economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti?
Si tratta di un importante pacchetto di misure economiche, molte delle quali erano già state discusse nelle Linee guida economiche alcuni anni fa e che, per diverse ragioni, non poterono essere applicate all’epoca. Ma non si può analizzare l’economia cubana senza menzionare l’embargo. Per me è l’ostacolo principale allo sviluppo del Paese. Influisce su ogni aspetto della vita.
Cuba è soggetta a questa politica da oltre sei decenni. Nessun altro Paese ha vissuto una situazione simile per così tanto tempo, per di più di fronte alla potenza più forte del mondo e al suo vicino più prossimo, a sole 90 miglia di distanza. Fin dalla vittoria rivoluzionaria del 1959, Washington ha iniziato ad applicare misure volte a minare l’economia cubana.
Il memorandum di Lester Mallory, dell’aprile 1960, chiarì l’obiettivo di quella politica: provocare disagio economico, difficoltà materiali, fame e disperazione per cercare di minare il sostegno interno alla Rivoluzione. Quello spirito è ancora presente, ora aggravato da leggi extraterritoriali come la Torricelli e la Helms-Burton, che estendono le sanzioni oltre i confini degli Stati Uniti.
Dall’esterno spesso si parla della crisi cubana senza menzionare l’embargo. Vivendo lì, come si avverte questa situazione nella vita quotidiana e quella politica di soffocamento: nel settore alimentare, dei farmaci, dei trasporti, dell’energia o dell’accesso ai beni di prima necessità?
L’embargo si fa sentire profondamente nella vita quotidiana, nella quotidianità delle famiglie. Si nota nelle cose più elementari: quando hai dei bambini, quando i tuoi genitori hanno bisogno di cure o quando hai una persona cara malata.
Si nota quando si rompe un frigorifero e non si riesce a trovare un pezzo di ricambio. Quando una persona diabetica non ha i kit per l’insulina. Quando una famiglia ha bisogno di una sedia a rotelle per un nonno e non può né comprarla né noleggiarla perché non ce ne sono. Ho visto persone entrare in ospedale portando una nonna su una sedia presa da casa.
Si nota anche in situazioni così difficili come quella dei pannoloni per adulti, che spesso finiscono per essere realizzati in modo rudimentale con vecchi tessuti o materiali improvvisati. Cuba arrivò a produrre la maggior parte dei medicinali di cui la sua popolazione aveva bisogno, ma oggi in molti casi non è in grado di garantirli.
La mancanza di forniture incide sugli interventi chirurgici, sui trattamenti di emodialisi, sulla chemioterapia, sulle vaccinazioni infantili, sulle cure di base o persino sul materiale necessario per una sutura. Ciò provoca un’enorme sofferenza alle famiglie e anche al personale sanitario, che sa quale trattamento dovrebbe applicare, ma non sempre dispone dei mezzi necessari.
Nel trasporto pubblico la carenza è totale. La gente percorre lunghe distanze in bicicletta, in motorino, in triciclo o a piedi. E i blackout, causati anche dal blocco energetico, possono durare più di 24 ore. Se la corrente torna alle tre del mattino, molte persone si alzano per andare a prendere l’acqua, cucinare o fare il bucato. È davvero dura.
Gli Stati Uniti presentano l’embargo come uno strumento politico contro il governo cubano, ma sono le persone a subirne le conseguenze. Perché pensi che si continui a mantenere una misura che gli organismi internazionali e la maggior parte dei paesi dell’ONU respingono anno dopo anno?
Gli Stati Uniti persistono in una politica di danni massicci alla popolazione cubana nel tentativo di costringere il popolo alla resa attraverso la fame, la stanchezza e le malattie. L’obiettivo è provocare una rivolta interna che metta fine alla Rivoluzione.
Si parla molto di diritti umani, ma si ignora il diritto internazionale e la richiesta reiterata della stragrande maggioranza dei paesi delle Nazioni Unite di porre fine all’embargo economico, finanziario e commerciale. Cuba è un paese piccolo, con poche risorse, ma rappresenta un esempio di sovranità politica. Ha mantenuto in piedi sistemi sanitari, di educazione, cultura sotto il blocco.
Le nuove riforme del governo cubano mirano ad aprire spazi economici e, al contempo, a tutelare la sovranità del Paese. Qual è il margine di manovra effettivo di cui dispone Cuba per attuare le riforme, quando gran parte delle sue relazioni commerciali, finanziarie e bancarie sono condizionate dalle sanzioni statunitensi?
Tutte le misure adottate mirano a sviluppare le forze produttive, eliminare gli ostacoli burocratici e aprire nuove opportunità di investimento e sviluppo, preservando la sovranità e le conquiste della Rivoluzione.
Si inseriscono in un contesto molto avverso, ma ciò non impedirà che vengano portate avanti. Man mano che verranno attuate, si vedrà quale sia il loro margine reale e la loro portata concreta. Ma bisogna comprendere che Cuba sta riformando la propria economia con gran parte delle sue relazioni commerciali, finanziarie e bancarie condizionate dalle sanzioni statunitensi.
Molti media internazionali puntano il dito contro Cuba per le sue difficoltà economiche, ma si parla molto meno del costo umano dell’embargo. Ritieni che vi sia una visione mediatica ingiusta o incompleta di ciò che accade sull’isola?
Sì. La visione dei grandi media è profondamente distorta. In questa fase di crisi dell’imperialismo e di avanzata di nuove forme di destra e di fascismo, conviene presentare il socialismo come un presunto fallimento economico e nascondere le cause che impediscono lo sviluppo dell’economia cubana.
Si incolpa la vittima del crimine commesso dall’aggressore. Ma c’è una domanda molto semplice: se il sistema cubano è così pessimo, perché non revocano l’embargo? Cuba è entrata nella storia per aver resistito a sei decenni e mezzo di asfissia economica e per essere ancora in piedi.
Cuba ha resistito per decenni a una pressione economica molto dura senza rinunciare alla propria sovranità politica. Come si vive oggi questa resistenza tra la popolazione, specialmente tra le generazioni più giovani?
Una parte significativa dei giovani è emigrata in questi anni di inasprimento del blocco. Il costo sociale è molto alto per le famiglie, per i giovani che se ne vanno e per la stessa Rivoluzione, che li ha formati come professionisti.
Ma c’è anche un’altra parte che studia, lavora e crea. Una gioventù che fa parte di un’avanguardia politica e un’altra che punta ad andare avanti con iniziative proprie. I giovani sono stati pesantemente bombardati dai social media per spezzare il loro legame storico con la Rivoluzione, ma rimangono una gioventù martiana che, anche sotto una forte campagna anticubana, non vuole tornare a essere una colonia degli Stati Uniti.
Se dovessi spiegare a una persona che non è mai stata a Cuba cosa significhi realmente l’embargo, al di là di una parola ripetuta nei discorsi politici, quale esempio concreto tratto dalla vita quotidiana useresti?
Lo spiegherei con un’immagine: l’embargo storico ed energetico è come uno sconosciuto che sfonda la porta di casa tua, mette tutta la tua famiglia contro il muro — dal neonato al nonno — e stringe il collo di ciascuno fino a soffocarlo, mentre esige che gli venga consegnata la casa.
Il più debole potrebbe morire, un altro potrebbe tentare di fuggire, ma l’intera famiglia resiste, protegge il bambino, non si inginocchia, non perde la propria dignità e non perde la speranza che il vicinato, che ha sempre aiutato condividendo non ciò che avanzava ma ciò che aveva, alzi la voce e accorra in suo aiuto.
Quando diciamo che l’embargo è un genocidio, non si tratta di un’etichetta della sinistra. È una dolorosa verità.
Traduzione di Roberto Casella
*Direttrice dell’Ufficio di Resumen Latinoamericano all’Avana e caporedattrice di Prensa Cubana presso Resumen Latinoamericano
Immagine: foto di Graciela Ramirez tratta dall’intervista originale di Contraplano







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