La crisi dell’esercito israeliano nella caccia ad Hamas nei tunnel

La crisi dell’esercito israeliano nella caccia ad Hamas nei tunnel

di Orazio di Mauro

Un approfondimento su un tema controverso, realizzato analizzando principalmente fonti ufficiali israeliane.

Il combattimento nei tunnel: crisi della fanteria israeliana e il paradosso dei riservisti. Il combattimento nei tunnel – ambienti oscuri, claustrofobici, saturi di anidride carbonica e disseminati di ordigni improvvisati – è oggi un dominio quasi esclusivo dell’unità del Genio Yahalom, corpo d’élite delle forze armate israeliane. Questa unità specializzata impiega tecnologie avanzate come robot, cariche a gel, mappe tridimensionali e cani dell’unità cinofila Oketz, dopo un lungo e intensivo percorso di addestramento specialistico. Ciononostante, le possibilità di una vittoria chiara e definitiva sono estremamente basse e i successi israeliani nei tentativi di liberare gli ostaggi si sono rivelati quasi del tutto infruttuosi. Solo gli specialisti di Yahalom sono entrati fisicamente nei tunnel in un’operazione estremamente complessa volta a prendere il controllo della fitta rete sotterranea sotto Gaza. Bonificare anche un solo metro richiede procedure rigorose, le uniche in grado di assicurare un minimo di successo. Un successo che appare irraggiungibile per reparti di fanteria non addestrati, composti da cittadini che, fino alla settimana precedente, svolgevano un lavoro civile nella società israeliana. Si è spesso dimenticato che i continui richiami di soldati dalla vita civile hanno come contrappeso la drastica riduzione – se non la scomparsa – di un addestramento adeguato. Meno che mai si può chiedere a chi ha lasciato la propria famiglia e gli affetti di rischiare la vita in un tunnel oscuro e instabile per salvare ostaggi la cui presenza, spesso, non è nemmeno accertata. È nato così il cosiddetto paradosso dei riservisti “tappabuchi”. Dopo il 7 ottobre 2023, l’Idf ha mobilitato fino a 300.000 cittadini-soldato. Molti sono, ormai, alla terza o quarta rotazione, e alcuni addirittura alla quinta, senza aver mai conseguito la certificazione Lotar-Metro necessaria per operare nel sottosuolo. Il 3 maggio 2025 sono stati emessi “decine di migliaia” di nuovi ordini di richiamo per l’offensiva su Rafah, nonostante i reparti fossero già esausti. Quasi un milione di israeliani ha visto la propria vita sconvolta e il lavoro danneggiato dai richiami ripetuti.

In queste condizioni, le forme di sacrificio e di dedizione per il proprio Paese si affievoliscono: i giorni trascorsi in armi sono percepiti come un fastidio o un pericolo costante, che può concludersi con una ferita, danni invalidanti o persino la morte. Le forze di terra israeliane subiscono un attrito operativo che mina il controllo delle posizioni nemiche, riduce il senso di coesione nazionale e trasforma per molti la guerra in una “porta girevole” fra il rischio di morte e il ritorno a casa – un ritorno non sempre possibile, considerato l’aumento delle vittime e dei mutilati, anche se formalmente assistiti dallo Stato.

I tunnel di Hamas, profondi fino a 25 metri e bonificati esclusivamente da specialisti del Genio, non sono sempre stati facilmente conquistati. Un operatore del Genio è rimasto disperso per 40 minuti in una galleria a Rafah, a causa del disordine e della confusione che regnavano in un reparto misto: pochi specialisti esperti, affiancati da richiamati inesperti che costituivano la stragrande maggioranza del reparto.

Il capo di Stato Maggiore dell’Idf, Herzi Halevi, ha dichiarato, il 6 maggio 2025, che la riserva di uomini provenienti dalla società civile è “esausta” e che non è più possibile perseguire simultaneamente tutti gli obiettivi operativi. La dichiarazione è giunta pochi giorni dopo il forte impatto mediatico provocato dalla morte di due genieri nei tunnel sotto Rafah. Questo tragico evento ha alimentato il timore, tra le famiglie dei richiamati, per i pericoli corsi dai propri congiunti, contribuendo ad acuire le divergenze e le spaccature in seno alla società israeliana che, ormai, fatica a mantenere persino un’unità di facciata.

La consapevolezza del rischio “sproporzionato” ha spinto molti richiamati a chiedere esenzioni o a non presentarsi. L’Idf, in molti casi, ha smesso di convocarli per evitare di dover registrare diserzioni ufficiali.

Nel frattempo, i bombardamenti sempre più intensi dell’aviazione israeliana servono da copertura alla stasi operativa terrestre: se solo poche centinaia di specialisti possono entrare nei tunnel, le brigate – spesso composte da riservisti – restano ferme tra le macerie, con costi logistici crescenti e livelli di stress sempre più alti. I mezzi tecnici, come i droni-relay sotterranei, non hanno risolto il problema: il segnale si perde dopo poche curve, la tecnologia è ancora immatura e i risultati molto scarsi. La “scappatoia tecnologica” non riesce a sostituire l’intervento umano.

Il recente aumento del 20% della paga dei riservisti per trattenere il personale esperto si è dimostrato poco attraente, soprattutto finché permangono profonde disuguaglianze, come le esenzioni garantite agli Haredi, ossia quegli ebrei ultraortodossi che, per motivi religiosi, sono esentati dal servizio militare. Questo crea una percezione di profonda iniquità.

Da tutto ciò è scaturito un autentico dilemma cornuto sulla professionalizzazione dell’esercito israeliano.

Corno A – Il bisogno militare.

Per neutralizzare oltre 1.500 gallerie di Hamas, sarebbe necessaria una forza sotterranea permanente, più numerosa e costantemente addestrata. In assenza di tale struttura, l’Idf paga un prezzo in termini di lentezza, perdite e crisi di coesione.

Corno B – Il vincolo socio-economico.

Israele, con una popolazione di 9,9 milioni e un’economia basata sull’high-tech, non può permettersi di sottrarre stabilmente migliaia di lavoratori qualificati al ciclo produttivo. Il 41% dei riservisti ha perso il lavoro dopo missioni prolungate. La Banca d’Israele ha segnalato “limitazioni dell’offerta nel mercato del lavoro”, mentre l’Istituto per la Democrazia ha stimato una perdita del 5% di ore lavorate sull’intera economia a partire dall’ottobre 2023.

Il tentativo di stanare Hamas nelle profondità di Gaza ha così fatto collidere due esigenze inconciliabili:

1) Operatività militare – La guerra sotterranea richiede team permanenti, coesi, altamente specializzati.

2) Sostenibilità socio-economica – Una società piccola, tecnologica, provata da 18 mesi di guerra, non può distogliere a lungo decine di migliaia di persone dalla vita civile.

Finché questo dilemma non verrà risolto, Israele sarà costretto a scegliere tra una riduzione della propria prontezza militare e un prezzo economico-sociale che rischia di rallentare, se non paralizzare, l’intero sistema-Paese.

 

Riferimenti: 

Arranz, A. et al. Inside the tunnels of Gaza. Reuters Graphics, 31 dicembre 2023.

Lior, G. The cost of war: 41% of IDF reservists report job loss after prolonged deployment. Ynetnews, 30 marzo 2025.

Berman, L. Against core principles, Israel is leaning on reservists to fight its forever war. The Times of Israel, 6 maggio 2025.

Sokol, S. Facing manpower shortage, government backs raising mandatory IDF service to 3 years. The Times of Israel, 9 agosto 2024.

Rapoport, M. The Israeli army is facing its biggest refusal crisis in decades. +972 Magazine, 11 aprile 2025.

Israel reserve soldiers refuse to join expanded offensive on Gaza, media reports. Middle East Monitor, 6 maggio 2025.

Bank of Israel – Research Department. Staff Forecast, April 2025 (press‑release 7 aprile 2025).

Israel Democracy Institute. The Burden of Reserve Duty on the Working Population in Israel, 3 novembre 2024.

reuters.com – Servizio internazionale di informazione e infografiche.

timesofisrael.com – Quotidiano online israeliano in lingua inglese.

ynetnews.com – Portale news del gruppo Yedioth‑Ahronoth.

boi.org.il – Sito ufficiale della Banca d’Israele.

idi.org.il – Israel Democracy Institute.

972mag.com – Magazine indipendente israelo‑palestinese.

middleeastmonitor.com – Piattaforma di informazione sul Medio Oriente.

 

Immagine: IDF spokesman Unit, CC BY-SA 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0>, via Wikimedia Commons

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