Trump o il neofascismo alla guida della principale potenza militare

Trump o il neofascismo alla guida della principale potenza militare

Una lunga intervista a Eric Toussaints con spunti interessanti, anche se non se ne condividono tutti i passaggi e le analisi, sulla nuova dottrina della politica internazionale degli Stati Uniti, realizzata da Contretemps (10/01/2026), tradotta in spagnolo da https://vientosur.info

La pubblicazione, ai primi di dicembre 2025, della nuova dottrina di sicurezza nazionale degli Stati Uniti segna una rottura brutale per il suo carattere apertamente militarista, autoritario e ideologicamente reazionario. Sotto il pretesto del realismo strategico, l’amministrazione Trump assume ora una logica di dominio imperiale senza complessi, alimentata da riferimenti neofascisti, la negazione del cambiamento climatico e il rifiuto esplicito dei diritti umani e del multilateralismo. In questa lunga intervista realizzata da Contretemps, Éric Toussaint* analizza il documento collocandolo nel suo contesto storico, economico e ideologico. Ne evidenzia le importanti implicazioni per le relazioni internazionali, i popoli e i movimenti emancipatori.

Contretemps: Puoi situare nel suo contesto storico la pubblicazione da parte della Casa Bianca della nuova dottrina in materia di politica internazionale degli Stati Uniti?

Eric Toussaint: La pubblicazione di questo documento ai primi di dicembre 2025 deve essere situata nel contesto di ciò che Gilbert Achcar definisce la Nuova Guerra Fredda, che ha analizzato nel suo libro omonimo (1). Gilbert Achcar colloca l’inizio di una nuova guerra fredda alla fine degli anni ’90, quando gli Stati Uniti si imbarcarono nell’espansione della NATO accelerando l’integrazione degli ex paesi del blocco dell’Est e ampliando la sua area di intervento: i paesi dell’ex Jugoslavia e, alcuni anni dopo, l’Afghanistan. Gilbert Achcar mostra chiaramente che le decisioni prese da Washington furono oggetto di dibattito tra gli strateghi statunitensi e che furono i falchi a imporsi, sapendo che ciò poteva solo provocare reazioni negative da parte del Cremlino. Vladimir Putin, alla guida della Russia, ha sviluppato uno sciovinismo della Grande Russia con la volontà di aumentare la sua area di influenza o controllo su ex parti dell’URSS, con riferimenti alla passata grandezza della Russia zarista.
Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca dall’inizio del 2025 per un nuovo mandato, la politica aggressiva di Washington applicata da oltre 25 anni sta prendendo una svolta ancora maggiore. Il drammatico aumento della spesa militare iniziato a livello internazionale oltre un decennio fa sta vivendo un salto qualitativo.
Coloro che, nella sinistra, hanno affermato negli ultimi decenni che il sistema capitalista mondiale avesse superato la fase classica degli imperialismi (2) e che si fosse passati a un superimperialismo guidato principalmente dalle multinazionali, i cui legami con il loro Stato di origine si sarebbero profondamente alterati e allentati, si sono sbagliati.

L’evoluzione del mondo capitalista continua a essere dominata dalla politica degli Stati più potenti. La fase cosiddetta di globalizzazione/mondializzazione presuntamente virtuosa (secondo la versione apologetica resa di moda, in particolare, dal forum di Davos e dalla maggior parte dei governi), con l’internazionalizzazione delle catene produttive, inclusa la Cina e le potenze del G7 (e, parzialmente, la Russia, integrata nel G8 fino al 2014-2015), e l’aumento del libero scambio, è ormai alle spalle.
Numerosi conflitti armati hanno segnato la storia dalla Seconda Guerra Mondiale, anche durante il breve periodo (parte degli anni ’90) che seguì la Guerra Fredda, e si sono intensificati durante la nuova Guerra Fredda iniziata alla fine degli anni novanta.
Le grandi potenze imperialiste, guidate dagli Stati Uniti, hanno ripreso il cammino che conduce a guerre internazionali, persino mondiali. La Russia, con l’invasione dell’Ucraina nel 2022, ha dato argomenti a Washington per accelerare e accentuare la sua politica bellicista.
La Russia, guidata da Vladimir Putin, potenza capitalista e imperialista di secondo ordine, ma che dispone di armi nucleari ed enormi risorse fossili, credette di poter approfittare dei fallimenti degli Stati Uniti e della NATO in Afghanistan e Medio Oriente per portare a termine un’invasione massiccia dell’Ucraina nel 2022. Ma, dal suo punto di vista, fece male i conti e non previde che il popolo ucraino avrebbe resistito massicciamente. Putin pensò che il regime di Zelens’kyj (che è un regime neoliberale che applica le ricette del FMI e della Banca Mondiale) sarebbe crollato e che le vittorie militari sarebbero state rapide e irreversibili.
Le potenze imperialiste occidentali hanno anteposto i propri interessi e la NATO si è rafforzata con l’adesione della Finlandia nel 2023 e della Svezia nel 2024. Al contrario, le sanzioni contro la Russia ebbero pochi effetti e la guerra che continua serve da giustificazione per un aumento massiccio della spesa militare dei paesi dell’Europa Centrale e Occidentale e per la riattivazione dei dispositivi di combattimento e di dispiegamento all’estero dei loro eserciti, il tutto sotto la guida indiscussa e arrogante di Washington.
Da parte sua, gli Stati Uniti, sotto la guida di Trump durante il suo secondo mandato, considerarono che la loro offensiva non dovesse dirigersi direttamente contro la Russia, ma contro la Cina, che rappresenta una potenza concorrente molto più potente economicamente e politicamente della Russia. Questo viene esposto chiaramente nel documento di strategia di sicurezza nazionale reso pubblico ai primi di dicembre 2025 dal Governo di Washington.

Contretemps: In che misura i problemi economici aggravano le tensioni?

Eric Toussaint: Il capitalismo su scala mondiale è in crisi e non è stato capace di recuperare un ritmo di crescita sostenuto, al punto che si può parlare, come l’economista Michael Roberts, di una lunga depressione. Non siamo affatto sostenitori della crescita, ma, dal punto di vista del capitalismo, il fatto di non poter tornare a una crescita sostenuta costituisce un vero problema per garantire l’accumulazione massiva di profitti. Questa crisi, particolarmente grave nelle antiche potenze imperialiste (= il G7), esacerba le tensioni tra il blocco dominato da Washington, da un lato, e, dall’altro, la Cina, che mantiene una crescita sostenuta, anche se questa si stia decelerando.
La preparazione (e la realizzazione) di conflitti armati internazionali fa parte delle risposte che le classi capitaliste delle diverse potenze utilizzano periodicamente per trovare una risposta alle crisi economiche e per cercare l’espansione o il mantenimento della loro influenza. Lo abbiamo visto in diverse occasioni nei secoli XIX e XX.

Contretemps: Cosa dice il documento strategico di Trump sull’Esercito statunitense e sull’uso della forza?

Eric Toussaint: Trump non esita ad adottare un tono bellicoso:
“Vogliamo reclutare, addestrare, equipaggiare e dispiegare l’esercito più potente, letale e tecnologicamente avanzato del mondo per proteggere i nostri interessi, dissuadere le guerre e, se necessario, vincerle in modo rapido e decisivo, con il minor numero possibile di perdite per le nostre forze.
E vogliamo un Esercito in cui ogni militare sia orgoglioso del suo paese e abbia fiducia nella sua missione.
Vogliamo la dissuasione nucleare più solida, credibile e moderna del mondo, così come sistemi di difesa antimissili di nuova generazione, inclusa la Cupola Dorata per il territorio statunitense, al fine di proteggere il popolo americano, gli interessi americani all’estero e gli alleati degli Stati Uniti” (NSS 2025 , p. 3).

In diversi punti del testo si indica che gli Stati Uniti si riservano il diritto di portare a termine operazioni militari dove considerino opportuno e di continuare a ricorrere alla forza per difendere i propri interessi. Trump si vanta, inoltre, nell’introduzione del documento, dell’intervento militare in Iran contro installazioni nucleari civili. Scrive: “Abbiamo distrutto la capacità di arricchimento nucleare dell’Iran”.

Durante l’anno 2025, in violazione del diritto internazionale, ha fatto ricorso sistematicamente alla forza, che fosse nel Mar dei Caraibi contro il Venezuela (con il pretesto della lotta al traffico di droga), in Yemen, Siria, Nigeria… senza dimenticare, ovviamente, l’appoggio incondizionato all’esercito israeliano e al governo neofascista di Netanyahu nella commissione di un autentico genocidio contro il popolo palestino. Ai primi di gennaio 2026, ha ordinato un’aggressione militare su vasta scala contro il Venezuela, ha sequestrato la coppia presidenziale e l’ha trasferita a New York per processarla davanti alla giustizia statunitense per accuse false, annunciando al contempo di aver preso il controllo delle risorse petrolifere del paese.

Quando l’amministrazione Trump affronta la situazione nella regione indopacifica, si vede molto chiaramente che gli Stati Uniti minacciano di utilizzare la forza contro la Cina se Washington considera che i propri interessi sono in gioco. Si vede che sta preparando come uno dei possibili pretesti per giustificare un’azione militare la necessità di mantenere la libera circolazione nel Mar Cinese o in altri luoghi.

Contretemps: Non afferma Trump che gli Stati Uniti hanno pagato il conto della difesa dei suoi alleati e, in particolare, dei paesi membri della NATO?

Eric Toussaint: Effettivamente, Trump adotta una narrativa totalmente falsa quando scrive che le amministrazioni precedenti “hanno permesso ai loro alleati e partner di scaricare il costo della loro difesa sul popolo statunitense” (NSS 2025, p. 1).
Questo è oggettivamente falso e serve a giustificare la pressione che Trump esercita sui suoi alleati, che tratta come vassalli, affinché accelerino l’aumento della spesa militare che già avevano iniziato un decennio fa. Nella NSS 2025, a pagina 12, si afferma che:

“Il presidente Trump ha stabilito una nuova norma mondiale con l’Impegno dell’Aia, che impegna i paesi della NATO a dedicare il 5 % del loro PIL alla difesa, impegno che i nostri alleati della NATO hanno approvato e che ora devono rispettare” (NSS 2025 , p. 12).

Effettivamente, come ha potuto constatare il pubblico, il segretario generale della NATO, l’ex primo ministro olandese Rutte, ha dichiarato davanti a Trump, durante un vertice dell’Alleanza Atlantica tenutosi all’Aia nel giugno 2025: “Il nonno ha ragione ad arrabbiarsi con i membri della sua famiglia quando non si comportano bene”. Fu l’esempio perfetto del comportamento vassallo dell’Europa verso il presidente degli Stati Uniti. E un mese dopo, alla fine di luglio 2025, la presidente dell’UE, Ursula von der Leyen, fece sfoggio della sua sottomissione visitando le terre del suo signore feudale in Scozia. Si incontrò con Trump in un campo da golf di sua proprietà per promettergli che l’UE avrebbe comprato più energie fossili e più armi allo Zio Sam e per sottomettersi alla sua volontà per quanto riguarda l’aumento dei dazi doganali.
Il fatto che gli alleati degli Stati Uniti, e in particolare i membri della NATO, si siano avvantaggiati economicamente della generosità di Washington è una grande falsità. Di fatto, gli Stati Uniti mantengono oltre 220 grandi basi militari permanenti fuori dal proprio territorio al fine di esercitare il proprio dominio su una gran parte del pianeta. In totale, secondo il Pentagono, gli Stati Uniti contano su oltre 700 installazioni militari in 80 paesi, delle quali oltre 220 sono basi militari permanenti con un numero considerevole di militari. Le basi statunitensi all’estero rappresentano l’80 % delle basi straniere in tutto il mondo. È molto più di qualsiasi altro paese. Per esempio, la Russia conta su una ventina di installazioni militari permanenti all’estero, sia in paesi dell’ex URSS che in Siria, con un totale tra i 15.000 e i 20.000 soldati. La Cina ha solo una base militare permanente all’estero, a Gibuti, con 400 militari cinesi ufficialmente.

Gli Stati Uniti mantengono permanentemente oltre 250.000 militari fuori dal proprio territorio, dei quali oltre 50.000 si trovano in Giappone, 35.000 in Germania, 22.000 in Corea del Sud, 12.000 in Italia, 10.000 in Gran Bretagna, ecc. Dato che il personale ruota, questo rappresenta un volume molto maggiore. Le grandi imprese capitaliste degli Stati Uniti ne traggono enormi profitti, in particolare quelle del complesso militare-industriale, poiché forniscono il materiale militare e si occupano della sua manutenzione.

Trump mente al popolo statunitense cercando di fargli credere che Washington abbia finanziato la protezione degli alleati stranieri con il denaro dei contribuenti americani. Di fatto, se si vuole calcolare il costo netto della presenza statunitense all’estero, bisogna tener conto di ciò che realmente spendono gli Stati Uniti all’estero in termini di presenza militare in personale, funzionamento e armamento. Di fatto, molti paesi pagano parte della presenza statunitense nel loro territorio. Il Giappone finanzia il 70 % della presenza statunitense (o l’occupazione statunitense del suo territorio), la Germania si fa carico del 20-30 %, l’Italia del 30-40 % e la Gran Bretagna paga tra il 20 e il 25 %. È anche fondamentale tenere conto degli acquisti di armamento a imprese statunitensi realizzati dai paesi in cui sono presenti le truppe degli Stati Uniti. Secondo l’Istituto Internazionale di Studi per la Pace di Stoccolma (SIPRI), il 64 % delle importazioni di armamento degli alleati europei proviene dagli Stati Uniti per il periodo 2020-2024.

In ogni caso, la spesa militare statunitense all’estero serve direttamente ai propri interessi e non rappresenta alcuna forma di generosità o solidarietà. Le aggressioni o gli interventi militari degli Stati Uniti in tutto il mondo sono stati molteplici e sono sempre stati al servizio degli interessi delle sue grandi imprese private e della classe capitalista americana. Questi interventi sono serviti per rovesciare o tentare di rovesciare governi progressisti (Cuba, Santo Domingo, Vietnam, Grenada, ecc.) o che sono diventati scomodi, come quello di Saddam Hussein in Iraq o dei talebani in Afghanistan. Gli interventi militari degli Stati Uniti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sono responsabili di milioni di morti. Hanno permesso agli Stati Uniti di prendere il controllo di territori particolarmente ricchi in materie prime, in particolare in petrolio.

Contretemps: Al tempo stesso, come è possibile che Trump si presenti come un pacificatore?

Eric Toussaint: Effettivamente, Trump si presenta come il presidente della pace e vale la pena partire dal passaggio del suo testo in cui enumera i suoi presunti successi per confrontare i fatti con le sue menzogne.

“Il presidente Trump ha consolidato il suo lascito come presidente della pace. Oltre al notevole successo ottenuto durante il suo primo mandato con i storici accordi di Abramo, il presidente Trump ha sfruttato il suo talento come negoziatore per garantire una pace senza precedenti in otto conflitti in tutto il mondo durante gli ultimi otto mesi del suo secondo mandato. Ha negoziato la pace tra Cambogia e Thailandia, Kosovo e Serbia, la Repubblica Democratica del Congo e Ruanda, Pakistan e India, Israele e Iran, Egitto ed Etiopia, Armenia e Azerbaigian, e ha messo fine alla guerra a Gaza con il ritorno di tutti gli ostaggi vivi alle loro famiglie.”

In realtà, grazie a Washington, gli accordi di Abramo del 2020 permisero al governo neofascista di Netanyahu di rafforzare la sua posizione internazionale mediante la normalizzazione delle sue relazioni con diversi Stati arabi: gli Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan e Marocco. Ciò permise a Israele di rafforzare il regime di apartheid e di opprimere ancora di più il popolo palestino prima di passare alla fase di pulizia etnica e genocidio.

Mentre il governo neofascista di Netanyahu sta perpetrando un genocidio contro il popolo palestino iniziato alla fine del 2023 con l’appoggio totale di Washington (iniziò sotto l’amministrazione Biden), Trump ha la sfrontatezza di affermare di aver realizzato la pace a Gaza.
Per quanto riguarda gli altri accordi di pace che Trump avrebbe realizzato, sappiamo che non si è stabilita la pace né tra Thailandia e Cambogia, né tra la Repubblica Democratica del Congo e Ruanda nella regione dei Grandi Laghi, né tra Israele e Iran… Sappiamo anche che l’India non accetta il ruolo che Trump si attribuisce nella fine provvisoria del conflitto tra India e Pakistan nel maggio 2025. E non si può parlare propriamente di pace tra Egitto ed Etiopia, poiché non vi era alcun conflitto armato tra questi due paesi.

E in questo passaggio, Trump non menziona le parti del mondo in cui è direttamente responsabile di aggressioni, come è il caso dello Yemen, del Venezuela o della Nigeria… Infine, tace sulla guerra tra Ucraina e Russia, nonostante avesse promesso che, se fosse stato eletto, avrebbe realizzato la pace in un tempo record.

Contretemps: Qual è la posizione di Trump sulla globalizzazione e il libero scambio?

Eric Toussaint: Trump, dall’introduzione, critica le amministrazioni precedenti e ciò che lui definisce “le élite della politica estera statunitense”, che “hanno fatto scommesse estremamente imprudenti e distruttive sulla globalizzazione e il cosiddetto ‘libero scambio’, il che ha eroso la classe media e la base industriale su cui si sostiene la preminenza economica e militare statunitense” (NSS 2025, p. 1).

Se Trump è così protezionista e aggressivo in materia di dazi, è perché l’economia degli Stati Uniti ha perso enormemente in competitività e perché, sia sul mercato mondiale che su quello interno, le industrie locali non sono più capaci di fronteggiare la concorrenza dei prodotti cinesi e di altri paesi. La Cina conta su vantaggi competitivi strutturali, in particolare vantaggi decisivi in materia di costi (dovuti in parte al fatto che i salari cinesi sono inferiori a quelli statunitensi) e di scala. In alcuni settori chiave, ha acquisito un vantaggio tecnologico parziale o settoriale (per esempio, i veicoli elettrici). Questi vantaggi le permettono di praticare prezzi inferiori a quelli dei produttori statunitensi. La Cina ne esce vincitrice nei suoi scambi commerciali con gli Stati Uniti, poiché può collocare i suoi prodotti a prezzi inferiori a quelli dei prodotti equivalenti fabbricati negli Stati Uniti. Questo è il caso di ambiti come i veicoli elettrici, i pannelli solari, il materiale informatico, ecc.

L’OMC si trova paralizzata come conseguenza dell’azione del presidente Trump durante il suo primo mandato. Dal 2017, l’Amministrazione Trump si è rifiutata di nominare nuovi giudici per far parte dell’Organo d’Appello dell’OMC. Questo tipo di tribunale supremo del commercio internazionale risolve le liti tra Stati una volta che una prima sessione ha emesso sentenza. Dato che questo organo è bloccato dal 2017, l’OMC si trova incapacitata a funzionare.

Da parte sua, la Cina è diventata una fervente sostenitrice del libero scambio, dei trattati di libero scambio, delle norme dell’OMC e della libera concorrenza, mentre gli Stati Uniti, seguiti dall’UE, dal Regno Unito e dal Canada, si sono fatti sempre più protezionisti e utilizzano i dazi doganali per rincarare i prodotti cinesi e di altri concorrenti.

Contretemps: Che posizione adotta Trump rispetto alla crisi ecologica?

Eric Toussaint: Mentre la crisi ecologica e la sua dimensione climatica acquisiscono proporzioni sempre più catastrofiche, Trump, come altri governi di estrema destra, si rifiuta recisamente di riconoscerla.

Nel documento che stiamo analizzando si può leggere: “Rifiutiamo le disastrose ideologie del ‘cambiamento climatico’ e delle ‘emissioni nette zero’ che tanto hanno danneggiato l’Europa, minacciano gli Stati Uniti e sovvenzionano i nostri avversari” (NSS 2025, p. 14).

Trump non usa mezzi termini e afferma di volere”Ristabilire il dominio energetico statunitense (petrolio, gas, carbone ed energia nucleare) e rilocalizzare la produzione di componenti energetici chiave è una priorità strategica assoluta. Un’energia economica e abbondante permetterà di creare posti di lavoro ben remunerati negli Stati Uniti, ridurre i costi per i consumatori e le imprese americane, stimolare la reindustrializzazione e mantenere il nostro vantaggio in tecnologie d’avanguardia come l’intelligenza artificiale.
L’aumento delle nostre esportazioni nette di energia rafforzerà anche le nostre relazioni con i nostri alleati, limitando al contempo l’influenza dei nostri avversari, proteggerà la nostra capacità di difendere le nostre coste e, se necessario, ci permetterà di proiettare il nostro potere” (NSS 2025, p. 14).

La politica dell’amministrazione Trump, che abbandonò l’Accordo di Parigi e boicottò la COP30 tenutasi in Brasile nel novembre 2025, aggraverà la crisi ecologica aumentando l’estrazione e la produzione di energie fossili.

Contretemps: Nella NSS 2025, Trump si riferisce ai diritti umani?

Eric Toussaint: Nella NSS 2025 non c’è alcun riferimento alla promozione o al rispetto dei diritti umani. Già era così nella NSS 2017 del primo mandato di Trump.

Nel documento non compare né una sola volta l’espressione diritti umani, né una sola volta protezione sociale, né la minima traccia delle parole diritti sociali. Gli autori di questo documento strategico hanno eliminato deliberatamente e completamente questi concetti dal documento strategico.

È evidente che, in modo sistematico, i diversi governi degli Stati Uniti, sia democratici che repubblicani, hanno utilizzato il pretesto della promozione dei diritti umani per realizzare azioni che calpestavano i diritti umani e violavano la Carta delle Nazioni Unite. Va notato che nella NSS 2015 pubblicata dall’amministrazione di Barack Obama, i diritti umani apparivano 9 volte e nella NSS 2022 di Joe Biden apparivano 20 volte.

Nelle sue critiche alla Cina o alla Russia, Trump non utilizza più la retorica ipocrita dei diritti umani. Nel caso degli Stati Uniti, Trump si riferisce unicamente a “i diritti naturali dei suoi cittadini, doni di Dio” (NSS 2025, p. 3). Nello stesso senso, più avanti nel documento, afferma che “tutti gli esseri umani possiedono diritti naturali uguali conferiti da Dio” (NSS 2025, p. 9). E nel caso delle monarchie dittatoriali del Golfo, non si parla più di democratizzazione, ma si afferma che “ciò richiederà di abbandonare la sperimentazione errata degli Stati Uniti di spingere queste nazioni, in particolare le monarchie del Golfo, ad abbandonare le loro tradizioni e forme storiche di governo” (NSS 2025 , p. 28).

In sintesi, la novità con Trump è l’abbandono puro e semplice della retorica sulla promozione dei diritti umani, il rispetto del diritto internazionale e i trattati internazionali in materia di diritti umani…

Ciò è coerente con gli attacchi che la NSS 2025 contiene contro le istituzioni dell’ONU…

Già a pagina 2 della NSS 2025, Trump denuncia le amministrazioni precedenti che “vincolavano la politica statunitense a una rete di istituzioni internazionali, alcune delle quali sono animate da un antiamericanismo puro e semplice e molte da un transnazionalismo che cerca esplicitamente di dissolvere la sovranità degli Stati.”

Sebbene non siano nominate in questo documento, sappiamo che Trump attacca regolarmente nei suoi discorsi all’ONU l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’UNESCO, l’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi), l’OCHA (Ufficio di Coordinamento degli Affari Umanitari dell’ONU), l’UNHCR (Alto Commissariato per i Rifugiati), l’UNICEF (Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia), la FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura), il Programma Alimentare Mondiale (PAM), l’Alto Commissario per i Diritti Umani (OHCHR), la Corte Penale Internazionale (CPI), la Corte di Giustizia dell’Aia, ecc. Inoltre, ha deciso che gli Stati Uniti si ritirino da diverse di queste istituzioni, tagliasse il loro finanziamento e/o smettesse di riconoscere la loro competenza. Il 7 gennaio 2026, Trump ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti da 66 organizzazioni internazionali, tra cui 31 organizzazioni dell’ONU (3) (Fonte: Casa Bianca).

Va notato anche che nella NSS 2025 non si fa alcun riferimento ai diritti dei popoli all’autodeterminazione né ai diritti dei popoli di esercitare la loro sovranità sulle risorse naturali dei loro territori, poiché questi diritti universali, presenti in diversi trattati delle Nazioni Unite, contraddicono direttamente la politica internazionale di Trump.

Contretemps: Per quanto riguarda i diritti umani, qual è la posizione di Trump sui diritti dei migranti?

Eric Toussaint: Come ci si poteva aspettare, l’amministrazione adotta una posizione totalmente reazionaria in materia di migrazione, che contraddice completamente lo spirito della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948.

“Vogliamo un controllo totale sulle nostre frontiere, sul nostro sistema di immigrazione e sulle reti di trasporto attraverso le quali le persone entrano nel nostro paese, sia legalmente che illegalmente. Vogliamo un mondo in cui la migrazione non sia semplicemente ‘ordinata’, ma un mondo in cui i paesi sovrani collaborino per fermare, invece di facilitare, i flussi migratori destabilizzanti, ed esercitino un controllo totale sulle persone che ammettono o no” (NSS 2025 , p. 3).

“L’era delle migrazioni di massa è finita: chi ammette un paese nel suo territorio, in quale numero e da dove, definirà inevitabilmente il suo futuro. Ogni paese che si consideri sovrano ha il diritto e il dovere di definire il suo futuro. Da sempre, le nazioni sovrane hanno proibito le migrazioni incontrollate e solo in rare occasioni hanno concesso la cittadinanza, e questo sempre a condizione che gli stranieri soddisfacessero criteri molto esigenti. L’esperienza dell’Occidente negli ultimi decenni conferma questa saggezza ancestrale. In molti paesi, le migrazioni di massa hanno messo alla prova le risorse nazionali, hanno aumentato la violenza e la criminalità, hanno indebolito la coesione sociale, hanno perturbato il mercato del lavoro e hanno compromesso la sicurezza nazionale. L’era delle migrazioni di massa deve arrivare alla sua fine” (NSS 2025, p. 11).

La brutale politica neofascista di Trump contro le persone migranti e rifugiate ha raggiunto proporzioni catastrofiche. Nel corso del 2025, le autorità statunitensi hanno realizzato retate e detenzioni di massa che hanno portato, secondo dichiarazioni dell’amministrazione Trump, a oltre 2,5 milioni di partenze (incluse deportazioni e partenze volontarie) e a un aumento molto importante delle detenzioni e dei processi penali per reati di immigrazione illegale con l’obiettivo di creare un clima di paura, persino di terrore, tra la popolazione immigrante. In termini di espulsioni pure e semplici, alcune fonti indicano una cifra superiore a 600.000 (Fonte: https://cis.org/Arthur/DHS-600000-Deportations-Inauguration-Day). Trump utilizza termini razzisti e disumanizzanti verso i migranti, simili a quelli che utilizzano i ministri del governo neofascista di Netanyahu verso i palestinesi.

Durante una riunione del suo gabinetto, Trump ha attaccato la comunità somala (specialmente in Minnesota) con parole molto dure: “Andiamo sulla cattiva strada se continuiamo ad accogliere spazzatura nel nostro paese. Ilhan Omar è spazzatura, nient’altro che spazzatura. Sono gente che non fa altro che lamentarsi… Non li vogliamo nel nostro paese.” (https://www.theguardian.com/us-news/2025/dec/07/trump-immigration-ice )

Bisogna sapere che Ilhan Omar, nata a Mogadiscio (Somalia), è una politica statunitense, membro del Partito Democratico e rappresentante del Minnesota al Congresso degli Stati Uniti dalle elezioni federali del 6 novembre 2018.

Gli agenti dell’agenzia federale di Immigrazione e Controllo Doganale (ICE) utilizzano metodi di detenzione molto violenti durante le retate nei luoghi di lavoro, nel trasporto pubblico o anche vicino a luoghi considerati sensibili (scuole, chiese, ospedali). Il 7 gennaio 2026, un agente dell’ICE ha ucciso una donna che non rappresentava alcun pericolo a Minneapolis.

Da diversi mesi, l’ICE realizza detenzioni di massa in alcune città. Le condizioni di incarcerazione sono terribili e, spesso, deliberatamente inumane al fine di provocare paura e terrore. Tuttavia, è stato dimostrato che la grande maggioranza degli stranieri incarcerati dall’ICE non avevano precedenti penali (Fonte: https://www.theglobalstatistics.com/ice-detention-statistics/ ).

Va notato, a modo di confronto, che tra il 1° ottobre 2023 e il 30 settembre 2024, durante il mandato di Joe Biden, 271.484 persone furono deportate dal Servizio di Immigrazione e Controllo Doganale (ICE), una cifra che aumentò considerevolmente dall’inizio del mandato di Biden. Durante il mandato completo di Biden (2021-2024): secondo l’ICE, si produssero 545.252 deportazioni ufficiali. Va notato anche che durante i due mandati di Barack Obama il numero di espulsioni fu molto elevato: 2.749.706 espulsioni in 8 anni (2009-2016), il che significa una media di 942 al giorno. Durante il primo mandato di B. Obama (2009-2012), la media fu di 1088 al giorno; durante il secondo (2013-2016), la media giornaliera scese a 794. Il sito web factchequeado.com ha pubblicato un riassunto dettagliato delle espulsioni realizzate dalle diverse amministrazioni che si sono succedute al potere a Washington dal 1993.

Contretemps: È vero che la NSS 2025 riprende di fatto la teoria complottistica e di estrema destra della guerra civilizzatrice?

Eric Toussaint: Questo documento di Trump ha un contenuto chiaramente di estrema destra. Trump adotta in esso, senza riferirsi esplicitamente ad essa, la teoria della sostituzione etnica, che è una tesi complottistica di estrema destra. Negli Stati Uniti, si tratta della teoria del genocidio bianco (4). In un’altra forma, è anche la tesi di Steve Bannon, uno dei principali architetti ideologici del trumpismo, in particolare nella sua dimensione nazionalista, autoritaria e di estrema destra. Steve Bannon parla soprattutto di “guerra civilizzatrice”, di “distruzione dell’Occidente”, di “immigrazione di massa come arma politica” e denuncia le “élite globaliste che tradiscono i popoli”.

La teoria della sostituzione etnica si è messa di moda grazie a figure politiche francesi come Éric Zemmour. Secondo la teoria della sostituzione etnica, le popolazioni europee sarebbero sostituite progressivamente da popolazioni non europee (spesso musulmane), a causa dell’immigrazione, delle differenze nella natalità e delle politiche applicate (volontariamente o no) dalle élite politiche, economiche e mediatiche. Questa teoria parla di un rimpiazzo culturale, civilizzatore e demografico, che attribuisce principalmente all’immigrazione extraeuropea e all’islam, e presenta questo fenomeno come una minaccia esistenziale per l’identità, la cultura e la civiltà europee.

Questo è ciò che raccoglie il documento di Trump pubblicato dalla Casa Bianca il 4 dicembre 2025.
In relazione all’Europa, il documento di Trump dichiara: “Vogliamo sostenere i nostri alleati nella preservazione della libertà e della sicurezza dell’Europa, al tempo stesso che ristabiliamo la fiducia civilizzatrice dell’Europa e la sua identità occidentale” (NSS 2025 , p. 5).

Trump afferma che il declino economico dell’Europa: “viene eclissato dalla prospettiva reale e più oscura di una scomparsa civilizzatrice. Tra le grandi sfide che l’Europa affronta ci sono le attività dell’Unione Europea e di altre istanze transnazionali che minano la libertà politica [Trump e la sua amministrazione si riferiscono alle politiche che restringono l’azione dei partiti di estrema destra e la loro propaganda razzista o anti-immigrante, E. T.], le politiche migratorie che trasformano il continente e generano conflitti, (…), il collasso del tasso di natalità, così come la perdita delle identità nazionali e della fiducia in se stessi” (NSS 2025 , p. 25).

In sintesi, in questi due passaggi si trovano gli argomenti chiave della teoria complottistica di estrema destra della sostituzione etnica e della guerra civilizzatrice.

L’appoggio prestato ai partiti di estrema destra si spiega nel seguente passaggio: “Gli Stati Uniti incoraggiano i loro alleati politici in Europa a promuovere questo rinnovamento, e la crescente influenza dei partiti patriottici europei è, infatti, motivo di grande ottimismo” (NSS 2025, p. 26).

Contretemps: Che politica viene applicata per quanto riguarda la promozione del diritto alla diversità (in materia di razza, genere, origine, ecc.)?

Eric Toussaint: Trump si è sforzato di eliminare le politiche denominate DEI (Diversità, Equità, Inclusione), e ha messo in pratica questo orientamento mediante la promulgazione di vari decreti (vedi, in particolare: https://www.whitehouse.gov/fact-sheets/2025/03/fact-sheet-president-donald-j-trump-removes-dei-from-the-foreign-service/ ) e lo ripete nel documento strategico pubblicato ai primi di dicembre 2025, affermando di applicare politiche che: “Ristabiliscono una cultura di competenza, eradicando le pratiche denominate ‘DEI’ e altre pratiche discriminatorie e anticompetitive che degradano le nostre istituzioni” (NSS 2025, p. 6).

Le pratiche DEI che ha eliminato l’amministrazione Trump possono includere quote, politiche preferenziali, priorità di assunzione o promozione concesse a gruppi “sottorappresentati”, programmi di “inclusione” o formazione in materia di diversità, ecc. Trump ha proibito nell’assunzione, nella promozione, nella selezione o nella permanenza nei servizi pubblici (inclusi l’esercito, il corpo diplomatico, ecc.) qualsiasi considerazione di razza, genere, origine o qualsiasi forma di preferenza basata su questi criteri.

Trump lo riafferma molto chiaramente in relazione alle forze armate: “Abbiamo eliminato l’ideologia radicale di genere e la follia del wokismo dalle nostre forze armate e abbiamo iniziato a rafforzare il nostro esercito con un investimento di mille miliardi di dollari” (Introduzione firmata da Donald Trump, NSS 2025).

Contretemps: In sintesi, quale politica annuncia Trump nelle diverse grandi regioni del pianeta?

Eric Toussaint: L’amministrazione Trump afferma la sua volontà di dominazione totale sull’emisfero occidentale (cioè l’America dalla Patagonia a sud fino al Canada e alla Groenlandia a nord), dove realizza operazioni militari aggressive, cominciando dall’attaccare il Venezuela, ricco di petrolio. La NSS 2025 afferma quanto segue rispetto all’emisfero occidentale: “Impedirà che i nostri competitori non emisferici dispieghino forze o altre capacità minacciose, o possiedano o controllino attivi strategici vitali, nel nostro emisfero. Questo corollario di Trump alla dottrina Monroe è di senso comune e rappresenta una possibile restaurazione del potere e delle priorità statunitensi, in consonanza con gli interessi di sicurezza degli Stati Uniti” (NSS 2025, p. 15).

Per quanto riguarda la Cina, il documento strategico del 2025 segna una nuova tappa: non si limita più a constatare la rivalità, ma segnala esplicitamente l’errore storico delle élite statunitensi che favorirono l’ascesa della Cina. Ora si presenta non solo come un concorrente, ma come una minaccia diretta per l’economia, la coesione sociale, le catene di approvvigionamento, la sicurezza nazionale e persino la stabilità culturale degli Stati Uniti. Il conflitto si estende così a tutte le sfere economiche, tecnologiche, ideologiche e sociali, senza assumere formalmente un’opzione militare diretta. Trump decide di aumentare la propria presenza, la propria forza militare e i propri interessi economici nella regione Indo-Pacifico (5), dove si confronta con la Cina.

Per quanto riguarda l’Europa, Trump decide di appoggiare fermamente i partiti di estrema destra, alcuni dei quali sono già al potere (Italia e Ungheria, per esempio), ed esige che i governi europei si comportino come vassalli docili di Washington, in particolare aumentando considerevolmente le loro spese militari, il che avvantaggia direttamente l’industria bellica statunitense. In questo senso, nella NSS 2025 (p.26) si trova la seguente frase sull’Europa: “Vogliamo lavorare con paesi allineati che desiderano recuperare la loro antica grandezza”. La scelta del termine “allineati” non ha bisogno di commenti.

Per quanto riguarda il Medio Oriente, Trump afferma che questa regione ha meno importanza che in passato e che rispetterà i regimi politici vigenti nelle monarchie dittatoriali del Golfo.

Per quanto riguarda la Russia, Trump è a favore di condividere l’influenza se Mosca non prende iniziative fuori da un perimetro che include alcuni degli ex paesi membri dell’URSS, tra cui l’Ucraina. Trump cerca di convincere la Russia a prendere le distanze dalla Cina.

Per quanto riguarda l’Africa, Trump le dedica molto poco spazio e la considera unicamente come un continente da cui estrarre materie prime e in cui proteggere gli interessi degli Stati Uniti. Si tratta di “sfruttare le abbondanti risorse naturali e il potenziale economico latente dell’Africa” (NSS 2025, p. 29).

Contretemps: Qual è la conclusione generale della tua analisi?

Eric Toussaint: La dottrina di politica internazionale resa pubblica dalla Casa Bianca ai primi di dicembre 2025 non costituisce un semplice cambiamento congiunturale nella politica estera degli Stati Uniti, ma il risultato coerente di un processo iniziato oltre un quarto di secolo fa nel quadro della nuova guerra fredda. Questo documento segna una radicalizzazione qualitativa: ora assume senza veli una logica di dominazione imperiale, di ricorso sistematico alla forza e di rifiuto esplicito del diritto internazionale, delle istituzioni multilaterali e dei diritti umani universali. Sotto Donald Trump, questo orientamento acquista una forma ideologica inedita per il suo carattere apertamente predatorio, violento, reazionario, autoritario e neofascista.

Mentre le amministrazioni precedenti combinavano l’esercizio della violenza imperialista con una retorica liberale e umanitaria profondamente ipocrita, l’amministrazione Trump rompe con questa facciata. I diritti umani, i diritti sociali, la protezione dei migranti, l’autodeterminazione dei popoli e persino il minimo riferimento al multilateralismo scompaiono completamente dal discorso strategico ufficiale. Sono sostituiti da una visione del mondo basata sui “diritti naturali conferiti da Dio”, la sovranità assoluta degli Stati dominanti, la gerarchia delle civiltà e la legittimazione della coercizione militare permanente.

Questa dottrina si iscrive in un contesto di crisi strutturale del capitalismo mondiale, marcato da una lunga depressione, una competenza esacerbata tra le grandi potenze e l’incapacità delle antiche potenze imperialiste del G7 di mantenere la loro egemonia economica. Davanti al declino relativo degli Stati Uniti, Washington opta deliberatamente per una fuga in avanti militarista e una politica protezionista brutale. La Cina viene segnalata come il principale avversario, non perché metta in discussione il capitalismo mondiale, ma proprio perché si è integrata con successo in esso, sfidando la supremazia economica, tecnologica e geopolitica degli Stati Uniti. La Russia, potenza imperialista di secondo ordine, serve da contrappunto e giustificazione per una militarizzazione accelerata dell’Europa sotto la tutela della NATO, ma non viene più considerata un nemico.

La NSS 2025 rivela anche una profonda convergenza tra l’imperialismo esterno e l’autoritarismo interno. La denuncia della globalizzazione liberale non va accompagnata da un progetto di emancipazione sociale, ma da un nazionalismo economico aggressivo, un’offensiva contro i migranti, l’adozione implicita delle teorie complottistiche del “grande rimpiazzo” e una guerra ideologica contro le politiche di uguaglianza, diversità e inclusione.

Il dominio militare, la depredazione economica, il produttivismo fossile e la negazione del cambiamento climatico formano un tutto coerente, al servizio degli interessi del complesso militare-industriale e della classe capitalista statunitense.

Infine, lungi dall’essere un pacificatore, Trump appare come l’artefice di un mondo più instabile, più violento e più disuguale, in cui la forza prevale sul diritto e la guerra diventa uno strumento abituale per gestire la crisi del capitalismo. In questo senso, la nuova dottrina di politica internazionale degli Stati Uniti non solo minaccia i popoli direttamente colpiti dall’imperialismo americano —in Palestina, America Latina, Africa o Asia—, ma costituisce un pericolo importante per tutta l’umanità. Aumenta il rischio di conflitti internazionali importanti, persino di una conflagrazione mondiale, in un contesto in cui la crisi ecologica già rende il futuro profondamente incerto. Davanti a questa deriva neofascista alla guida della prima potenza militare mondiale, la sfida per le forze progressiste, antimilitariste, antifasciste, antirazziste, femministe e internazionaliste è, più che mai, ricostruire solidarietà transnazionali, opporsi a tutte le forme di imperialismo e difendere un progetto radicalmente alternativo basato sulla pace, l’uguaglianza di diritti, la giustizia sociale, i diritti dei popoli e la preservazione delle condizioni stesse della vita sulla Terra.

Intervista inviata da E. Toussaint a viento sur

________________

* Éric Toussaint è uno storico, economista e attivista belga nato nel 1954, figura di spicco del movimento altermondialista e uno dei maggiori analisti contemporanei del debito pubblico, delle istituzioni finanziarie internazionali e delle crisi del capitalismo globale. [N.d.T]

NOTE

1 Estratto di un’intervista a Gilbert Achcar su Contretemps riguardo al suo libro e al significato dell’espressione guerra fredda: “In sostanza, una guerra fredda è una situazione in cui un paese si mantiene in stato di preparazione alla guerra senza essere (ancora) coinvolto in una guerra calda. In altre parole, fu la corsa agli armamenti a permettere che la guerra fredda si chiamasse così. Dalla fine degli anni ’90, ho spiegato come gli Stati Uniti decisero di mantenere un livello di spesa militare basato sullo scenario di una guerra simultanea contro la Russia e la Cina. Questa decisione era legata ad altre misure provocatorie di Washington, il che mi portò a collocare nel 1999 l’inizio di ciò che chiamai la nuova Guerra Fredda”.

2 Analizzato da autori come Lenin, Rudolf Hilferding e Rosa Luxemburgo all’inizio del XX secolo e aggiornato nella seconda metà del XX secolo da Ernest Mandel, Samir Amin, Paul Sweezy e Paul Baran.

3 Dipartimento degli Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite, ECOSOC — Commissione Economica per l’Africa, ECOSOC — Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi, ECOSOC — Commissione Economica e Sociale per l’Asia e il Pacifico, ECOSOC — Commissione Economica e Sociale per l’Asia Occidentale, Commissione di Diritto Internazionale, Meccanismo Residuo per i Tribunali Penali Internazionali, Centro del Commercio Internazionale, Ufficio del Consigliere Speciale per l’Africa, Ufficio del Rappresentante Speciale del Segretario Generale per la questione dei bambini e dei conflitti armati, Ufficio del Rappresentante Speciale del Segretario Generale sulla violenza sessuale nei conflitti, Ufficio del Rappresentante Speciale del Segretario Generale sulla violenza contro i bambini, Commissione per il Consolidamento della Pace, Fondo per il Consolidamento della Pace, Forum Permanente per le Persone di Ascendenza Africana, Alleanza delle Nazioni Unite tra Civiltà, Programma di Collaborazione delle Nazioni Unite per la Riduzione delle Emissioni dovute alla Deforestazione e alla Degradazione Forestale nei Paesi in via di Sviluppo, Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD), Fondo delle Nazioni Unite per la Democrazia, Energia delle Nazioni Unite, Entità delle Nazioni Unite per l’Uguaglianza di Genere e l’Empowerment delle Donne (ONU Donne), Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), Programma delle Nazioni Unite per gli Insediamenti Umani (ONU-Habitat), Istituto delle Nazioni Unite per la Formazione Professionale e le Ricerche (UNITAR), ONU Oceani, Fondo per la Popolazione delle Nazioni Unite (UNFPA), Registro delle Armi Convenzionali delle Nazioni Unite, Junta di Coordinamento dei Capi Esecutivi del Sistema delle Nazioni Unite, Scuola Superiore del Personale del Sistema delle Nazioni Unite, ONU Acqua, Università delle Nazioni Unite (Fonte: Casa Bianca)

4 Peraltro, Trump non esita ad accusare il Governo sudafricano di praticare un genocidio contro i bianchi.

5 Nella NSS 2025, l’Indo-Pacifico corrisponde approssimativamente a un arco continuo che, da ovest a est, comprende la costa orientale dell’Africa, l’oceano Indiano, i punti di passaggio chiave: lo stretto di Hormuz, Bab el-Mandeb, lo stretto di Malacca, l’Asia meridionale (con l’India come asse), il sudest asiatico (ASEAN), il mar Cinese meridionale, Taiwan, la penisola coreana e il Giappone. A ciò si aggiungono, a sud e a est, l’Australia, gli arcipelaghi e gli Stati insulari del Pacifico. Questo spazio si estende fino alla costa pacifica degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti dispiegano un gran numero di soldati nell’Indo-Pacifico, distribuiti in 66 basi militari permanenti, a cui vanno aggiunte diverse decine di installazioni militari meno importanti (vedi il sito web ufficiale del Congresso degli Stati Uniti).

Traduzione di Vincenzo Paglione

Immagini: fotografie di pubblico dominio, tratte dalla rete internet

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