di Paula Klachko *
Tratto da Revista Conciencias, pensare la trasformazione, n. 11, Infp – Istituto Nacionale di Formazióne Política del Morena – Movimiento de Regeneración Nacional.
La formazione politica dei militanti popolari ha un aspetto pratico e un aspetto teorico, dialettica e indissolubilmente intrecciati. È nella prassi quotidiana in ogni fronte di lotta, mediata dalla riflessione collettiva precedente (pianificazione) e successiva (bilanciata), così come nell’apprendimento delle esperienze precedenti, che si concretizza ciò che definiamo formazione politica. La teoria rivoluzionaria scaturisce da tale prassi, ma, a sua volta, la teoria “si converte in una forza materiale quando si afferma nelle masse”.
Come disse il grande leader e teorico rivoluzionario Vladimir. I. Lenin, non può esserci movimento rivoluzionario senza teoria rivoluzionaria. Ma come già spiegavano Marx ed Engels nel Manifesto del Partito Comunista: Le tesi teoriche dei rivoluzionari “non si basano affatto su idee,nei principi forgiati o scoperti da alcun redentore dell’umanità. Sono l’espressione complessiva delle condizioni reali di una lotta di classe esistente, di un movimento storico che si sta sviluppando sotto i nostri occhi”. In questo stesso senso, Engels faceva riferimento alle tre direzioni della lotta concertate e correlate tra loro: teorica, politica ed economico-pratica (resistenza ai capitalisti).5 La lotta teorica, a sua volta, va di pari passo con la costruzione di una coscienza critica delle masse popolari.
Così, il processo storico di formazione delle classi sociali, in cui la classe lavoratrice acquisisce con il lavoro la consapevolezza che può (e deve) smettere di essere un attributo del capitale per diventare una classe per se stessa, è anche il processo di conoscenza e comprensione della situazione in cui si vive e di come trasformarla, rimuovendo i veli sedimentati da un lungo tempo dalla cosmovisione egemonica della classe dominante contro cui si combatte. La borghesia, nella sua conformazione storica come classe in lotta contro i vecchi regimi, è ritornata una classe dominante, pero’ anche egemonica; consolidata questa non solo attraverso l’accumulo di capitale, ma anche intellettuale. Con questo, riesce a convincere la maggioranza – non senza violenza o, meglio detto, in base alla violenta espropriazione dei mezzi di produzione e di sussistenza – che il suo modo di vivere e di intendere il mondo è il migliore e il più conveniente, che il suo interesse conviene all’insieme delle società europee, ma anche, attraverso la loro espansione coloniale o imperialista, delle periferie del capitalismo. La sua narrativa storica basata sulla legittimazione di tale espansione si diffonde, attraverso gli apparati ideologici dello Stato borghese, nei corpi individuali e sociali. La nostra sfida è combattere la giustificazione ideologica di tale dominio e contribuire ad accrescere una accumulazione teorica popolare e rivoluzionaria che non sia interrotta dai privilegiata che pretendono tagliare I fili della memoria storica. Da questo punto di vista, la cosmovisione borghese naturalizzata della società capitalista appare come profondamente ingiusta, diventata gia’in una delle radici fondamentali della dignità umana, poiché legittima e abilita
il riprodursi della brutale concentrazione della ricchezza e del suo rovescio della medaglia: l’abbandono e la miseria delle masse. Una visione che si trasforma in pratica fascista nei momenti di crisi economica e politica del capitalismo, come quello che stiamo vivendo attualmente in questa fase di transizione geopolitica verso un mondo pluripolare e multicentrico (come lo definiva Hugo Chávez). Il Neofascismo imperialista (protezionista) che si osserva nella potenza del Nord America come centro capitalista in declino e il neofascismo coloniale (neoliberale) praticato dai suoi vassalli del Sud. Le due sono forme politiche che rivestono la nuova fase del capitalismo imperialista in cui altre forme di sfruttamento si consolidano e approfondiscono quelle precedenti. L’aspirazione del nostro tempo (al di là delle ore di lavoro), attraverso le nuove tecnologie di controllo e produzione che tutti abbiamo a portata di mano, avanza nella reale sussunzione al capitale attraverso la crescente espropriazione della nostra capacità intellettuale e spirituale. Per questo, formarci politicamente contribuisce a contrastare questa logica di subordinazione e mette al riparo la nostra capacità umana e collettiva di ribellarci. È perciò che è dovere della militanza denaturalizzare e comprendere il mondo per trasformarlo; conoscere i complessi scenari in cui svolgiamo la nostra azione militante implica gerarchizzare le istanze di formazione politica che ci permettono di comprendere le nuove condizioni di riproduzione del capitale in cui si sviluppano le nostre vite e le nostre lotte, nonché sistematizzare e imparare dalle esperienze passate per tessere l’accumulazione necessaria. Così, come ci insegnava Antonio Gramsci, “per agire in qualsiasi situazione è necessario intraprendere un’analisi che rimandi alle relazioni di forza internazionali, sociali – oggettive, politiche e militari.
Se vogliamo cambiare le condizioni di vita della maggioranza, lottando per loro la direzione delle società che oggi è concentrata negli apparati statali (la trincea più avanzata della società civile capitalista) ma anche nei monopoli privati, noi militanti popolari dobbiamo approfondire l’arte di cogliere le dinamiche organico-strutturali della realtà (gli interessi di classe posti in gioco) attraverso dei movimenti congiunturali, senza cadere, come ammoniva Gramsci, in un eccesso di indottrinamento oppressivo che tutto spiega con formule di lotta di classe schematiche e semplificate, né in un volontarismo che pone la congiuntura e le traiettorie individuali come alberi che ci nascondono la foresta. Gli strumenti teorici adatti alla conoscenza delle realtà concrete ci permettono di unire il congiunturale all’organico, di tradurre lo strutturale attraverso l’occasionale, nella complessità con cui si sviluppa la lotta di classe, che si combatte e si osserva negli scontri sociali, che non si configurano in modo tale da mettere tutti quelli che stanno in basso contro tutti quelli che stanno in alto, ma si dispiega attraverso alleanze di diverse frazioni sociali di diverse classi sociali , il cui carattere di classe sarà dato dalla fazione che guida l’alleanza.
Le lezioni della storia
Imparare dalle esperienze passate, dai successi e dagli errori, dai metodi di lotta, dalle tattiche e strategie, ci aiuta a rafforzare la sicurezza nel percorso intrapreso, che ci conferisce la forza morale basata nella giustizia delle nostre cause. Le teorie rivoluzionarie sono il nostro bagaglio di strumenti forgiato dalle esperienze popolari in diversi periodi storici.
Così, tessere i fili della memoria storica è parte essenziale del lavoro militante. Agire come anelli che uniscono le lotte del passato, di adesso e delle generazioni future è un aspetto fondamentale dei processi di formazione politica delle militanze popolari. Questa storia ribelle di chi sta in basso è l’argilla con cui modelliamo il presente, è materia prima per l’azione politica, ma è anche necessario concepirci come pulegge di trasmissione verso le nuove generazioni di quadri politici. Dal campo popolare è importante proporci di contribuire all’accumulo di conoscenza sia per trarne insegnamenti, sia per disputare il senso della storia e consolidare una nuova cosmovisione basata su valori umani e fondata su radici profonde che legano le lotte per l’emancipazione di ogni epoca. Questo ci rafforza e consolida il nostro cammino. Ci mostra che non siamo soli, né partiamo da zero in ogni fase della lotta. Siamo continuità di una moltitudine di fatti, processi e soggetti che c spianano la strada. Così come impariamo e apprendiamo dalle esperienze passate per capire di quale soggetto facciamo parte, contro cosa e chi lottiamo e quale società vogliamo costruire, le lezioni della storia ci mostrano le metodologie e gli strumenti di lotta e organizzazione sviluppati in funzione di determinate tattiche e strategie progettate in diversi periodi della lotta di classe che, nella Nostra America, assume un carattere antiimperialista e che ha saputo aggregare le lotte indianiste, ecosocialiste e antipatriarcali.
Forme di lotta e di organizzazione che non sono mai ricette terminate, ma che vengono messe alla prova in ogni ciclo storico e politico.
È parte indispensabile del confronto smascherare e denunciare i meccanismi di oppressione e sfruttamento che si rinnovano continuamente, ed è importante proporci di sistematizzare le riflessioni e le lezioni che ci offrono le lotte del nostro tempo storico. Mao Tse-tung raccomandava che «coloro che hanno esperienza nel lavoro pratico devono studiare la teoria e leggere la coscienza; solo così potranno sistematizzare e sintetizzare le loro esperienze per elevarle al livello della teoria, ed eviteranno di prendere le loro esperienze parziali per verità universali, così come cadere nell’errore dell’empirismo». E’ importante sentirci parte di un processo storico, con i suoi periodi e momenti, i cicli di flusso e riflusso della lotta di classe, attraversato da diverse forme di oppressione che finiscono per rafforzare la base su cui poggia il sistema capitalista: i rapporti sociali di produzione basati sullo sfruttamento del tempo di vita e di lavoro delle maggioranze. E nel caso dei nostri paesi situati alla periferia del capitale, con l’impronta antimperialista come contraddizione principale che contiene quella fondamentale , che è disperata classe.
La classe dominante è interessata alla storia, anche se distorta, e mette in campo tutte le sue forze per spezzare, recidere o pervertire il nostro accumulo (apprendimento dall’esperienza) di conoscenze teoriche e storiche. La classe privilegiata ricorre costantemente ai suoi miti di origine, alle sue fonti, ai suoi racconti e alle sue narrazioni, mentre cerca di convincerci che le nostre armi teoriche sono obsolete, superate, che sono pezzi da museo. Ebbene, siamo noi stessi, nei nostri processi di lotta, a rivedere, rivendicare e utilizzare gli insegnamenti storici e teorici, e a ripensare la storia alla luce delle sfide attuali.
Come ha espresso molto chiaramente il grande intellettuale, giornalista e rivoluzionario argentino Rodolfo Walsh, morto in combattimento contro l’ultima dittatura civile-militare il 24 marzo 1977: «Le nostre classi dominanti hanno sempre cercato di impedire ai lavoratori di avere una storia, una dottrina, degli eroi o dei martiri. Ogni lotta deve ricominciare da capo, separata dalle lotte precedenti. L’esperienza collettiva va perduta, le lezioni vengono dimenticate. La storia appare così come proprietà privata i cui proprietari sono i proprietari di tutte le cose”.
La disputa per la memoria e il senso storico
Nella disputa sul significato storico, anche interessa alle classi dominanti nascondere che la violenza è stata la levatrice del loro dominio, quello che nasce grondante sangue e fango da tutti i propri pori.
Alla violenta spoliazione dei mezzi di produzione e di sussistenza, si deve aggiungere, secondo Silvia Federici, il controllo sui corpi femminili attraverso la violenza patriarcale, in gran parte istituita dalla Santa Inquisizione della Chiesa cattolica che mirava a disciplinare le donne come mezzo per distruggere le forme di vita comunitaria e espropriarle delle conoscenze riproduttive, relegando e subordinando le donne al lavoro domestico gratuito. Oggi che contestiamo quella forma borghese di organizzazione della vita che è la famiglia monogamica, sotto la quale continuano a nascondersi violenze, riprendiamo la tesi di Friedrich Engels che già nel 1884 indicava la famiglia come istituzione economica funzionale allo sviluppo capitalista, in cui la donna somma diverse giornate lavorative. Alle ore di lavoro salariato mal pagate si aggiungono quelle non retribuite nelle funzioni riproduttive domestiche, oltre a diventare schiave dell’uomo. Per questo Engels affermava che l’emancipazione delle donne sarà possibile solo con l’abolizione del capitalismo; di modo che non è casuale che, in pieno secolo XXI, il neofascismo decadente intenta appoggiarsi ai valori retrogradi, subordinando le donne ai lavori domestici, per disarticolare uno dei movimenti con maggior forza degli ultimi anni, quello del femminismo popolare. Adesso bene, in Argentina, durante il governo di Javier Milei, possiamo vedere ‘esempi importanti della lotta per la memoria. Uno di questi e’ la visione reazionaria e indulgente dell’invasione genocida e saccheggiatrice dell’Europa in l’America (Abya Yala), prospettiva di legittimazione dello sterminio che da poco,
grazie alla lotta dei nostri popoli originari , avevamo iniziato a smantellare. Questo mette in evidenza la disputa per la storia che è in gioco tutti i giorni: il presidente argentino, così servile nei confronti dei grandi gruppi economici locali e transnazionali, ha preso le difese dell’ispanismo con aspirazioni franchiste e ha ribattezzato ufficialmente il 12 ottobre come “Día de la raza” (Giorno della razza), in cui con l’arrivo di Cristoforo Colombo in America si aprì una nuova era di progresso e civiltà nel nuovo mondo. Che sana invidia proviamo nei confronti di Andrés Manuel López Obrador, che durante la sua presidenza, ha chiesto giustamente al Regno di Spagna e al Vaticano di chiedere perdono per i crimini commessi a partire da quell’invasione; richiesta che, tra l’altro, papa Francesco ha accolto con umiltà, mentre sia il governo spagnolo di Pedro Sánchez che il re Felipe Vi si sono rifiutati con rabbia di soddisfare.
Un altro esempio viene dalla reazione conservatrice del anarcocapitalismo argentino, questa volta attraverso dei contenuti della televisione pubblica. Si tratta della perversione del contenuto di un meraviglioso personaggio animato per bambini, creato con la trasformazione progressista che ha tratto il Kirchnerismo e che, in quel momento, fu accusato di voler privare l’infanzia di una visione critica. E’ Zamba, un personaggio che viaggiava nel tempo per incontrarsi con episodi della storia argentina, raccontati in chiave revisionista popolare. Zamba, originariamente dalla carnagione scura, ora è più chiaro e non si dedica più alla storia ma al turismo. D’altra parte, nel palinsesto del canale televisivo statale per bambini è stata inserita la serie di cartoni animati Turtle Twins, incentrata sulla lotta contro il comunismo, il socialismo, defenestra Cuba rivendicando l'”epoca d’oro” del dittatore Fulgencio Batista e lo stesso lo fa con il Venezuela. E’ una crociata per la battaglia culturale dai contenuti liberfascisti. Secondo quanto riportato dal quotidiano conservatore La Nación: la fiction mostra due fratelli che viaggiano nel tempo e imparano concetti come la libertà individuale, il mercato e la proprietà privata insieme a figure come Adam Smith, Ludwig von Mises e lo stesso Friedman, (…) promuove valori di stampo conservatore e critica apertamente lo Stato, le tasse e il marxismo.
Questi sono gli eroi proposti ai bambini in tempi di Javier Milei, a cui si aggiunge Julio Argentino Roca, due volte presidente dell’Argentina (1880-1886 e 1898-1904), che guidò «la seconda campagna nel deserto per generare la nostra espansione territoriale», secondo quanto riportato dal canale televisivo per bambini. È l’idolo del presidente Milei che, copiando la formula Maga (make América great again) di Donald Trump, dice di voler rendere grande l’Argentina come lo era presumibilmente sotto le presidenze di Argentino Roca, genocida che finì per organizzare lo Stato nazionale in funzione dell’espansione degli interessi dell’oligarchia terriera della Pampa, alleata al capitale inglese. Un’Argentina che per i “condannati della terra” significava fame, sovraffollamento, salari bassissimi, repressione e riduzione in schiavitù di donne e bambini catturati nella “conquista del deserto” o condotti nei campi di concentramento per essere distribuiti nelle fabbriche. Come nel caso del porfiriato messicano e di tutte le oligarchie terriere, minerarie o schiaviste delle nostre repubbliche frammentate, dalla sovrastruttura dello Stato hanno generarono una rapida e violenta accumulazione originaria, finendo per espropriare alle masse dei loro mezzi di produzione e sussistenza, proletarizzandole e disciplinandole sotto un modello di Stato autoritario sostenuto dalla sistematica frode elettorale che ha permesso la successione del potere tra le famiglie delle élite. È stata la via oligarchica dipendente dallo sviluppo capitalista scelta da queste classi dominanti all’interno e subordinate all’esterno, che ha perpetuato la struttura dipendente ereditata dalla colonia, e ora formattata per soddisfare i propri interessi e i molti ristretti interessi di classe. Come vediamo, alla classe dominante interessa molto la storia, però una visione di questa che gli permetta di elaborare i propri privilegi e diseguaglianze. Per questo , nel momento di consolidare i nostri Stati indipendenti, hanno elaborato grandi narrazioni per dare adito alla loro egemonia (alleanza tra oligarchi proprietari terrieri o borghesia intermedia o acquirente e il monopolio straniero statunitense o britannico), poiché aveva bisogno di formare identità nazionali che sino ad allora non esistevano.
In questo contesto,era importante stabilire una storia ufficiale che presentasse una origine della patria in linea con gli interessi di tali oligarchie, così sono stati immortalati nel bronzo o nel marmo grandi statue nelle città dell’America Latina per mostrare gli antenati dell’indipendenza, ( quasi solo uomini tra l’altro, perpetuando l’oblio delle eroine) solo come capi politici e militari, e spogliandoli dei loro progetti politici emancipatori e senza alcuna relazione con il popolo che formava gli eserciti che hanno comandado, autentici eserciti popolari di liberazione formati da schiavi neri in lotta per la loro liberta’, in cerca dei propri diritti, zambos, indios, pardos, mulatti e tutta questa etnia di popolazione che avevano elaborato le amministrazioni coloniali per stabilire una divisione razziale del lavoro in queste terre.
Davanti a questo, la costruzione e la ricostruzione della nostra storia da una prospettiva ribelle, che è in costante disputa, va di pari passo con la dinamica della lotta di classe. Nei momenti di ascesa delle masse, di emergenza di soggetti storici popolari che contendono il potere, è allora che le organizzazioni e i riferimenti popolari recuperano dalla storia le lezioni necessarie. Il sentirci parte di quella continuità di lotte la cui esperienza si accumula nei diversi momenti storici e che non cesserà finché non avremo modificato in modo stabile e duraturo le nostre società artificialmente sottosviluppate, periferiche e dipendenti” ci rafforza. Di modo che non è casuale che sia durante i periodi di ascesa rivoluzionaria che sono emersi i revisionismi storici che riprendono le teorie critiche che attingono al materialismo storico. Come, ad esempio, il revisionismo storico della decade 1960 e 1970, grazie al quale si sono criticati i dettami ufficiali dei regimi ologarchici; o bene, le teorie della dipendenza che hanno discusso le concezioni della modernizzazione e dello sviluppo.
Ma recentemente, Hugo Chávez apri’ il cammino per ridisegnare, alla luce delle sfide del presente, il bolivarismo profondo come corrente liberatrice che attraversa la nostra storia dalla indipendenza formale. Da quei momenti, di fronte alle prime pretese imperialistiche degli Stati Uniti, la dicotomia tra monroismo e bolivarismo si è affermata come contraddizione principale e permanente delle Americhe. Sino ai giorni nostri, la dottrina Monroe ,del 1823 continua ad essere utilizzata per giustificare la vocazione egemonica sulla nostra regione contro gli attuali progetti di emancipazione, così, mentre AMLO assumeva la presidenza del Messico nel 2018, con un progetto di autodeterminazione e giustizia sociale, Trump annunciava la validità di tale dottrina nell’assemblea generale di quell’anno all’ONU. D’altra parte, la spada di Bolivar cammina per l’America Latina, come si canta spesso nelle mobilitazioni.
popolari, affermandosi nel presente della Rivoluzione Bolivariana del Venezuela. È per questo che contro di essa puntano tutti i cannoni del centro imperialista in declino e l’estrema destra si veste da neofascista come braccio servile del nord per porre fine a quell’esempio emancipatorio e riprendere il controllo della sua colonia petrolifera perduta da quando Chávez è diventato presidente nel 1999.
In questi giorni (settembre 2025) il Venezuela è minacciato da una flotta di navi da guerra statunitensi e da un sottomarino a propulsione nucleare carichi di 1200 missili e 4500 marines, per cui il suo popolo e il suo governo hanno annunciato – e non per scelta, parafrasando Marx, che oltre all’arma della critica sono disposti a difendere la loro sovranità con la critica delle armi.
La teoria rivoluzionaria come cassa di strumenti per l’azione
Riprendiamo le parole del leader rivoluzionario Lenin, che nel suo testo “La malattia infantile del ‘sinistra’ nel comunismo” ci avvertiva :che la teoria rivoluzionaria non è (…) un dogma “, ma “si forma in maniera definitiva in stretta relazione con la esperienza pratica di un movimento veramente di massa e veramente rivoluzionario”. I vari leader rivoluzionari hanno ripetutamente affermato che la teoria rivoluzionaria, il materialismo storico, non deve essere presa come un dogma, ma come una guida all’azione, all’analisi concreta di situazioni concrete.
Ad esempio, coloro che hanno cercato di trasferire lo schema di sviluppo storico dei modi di produzione, che Marx ha delineato basando i suoi studi sull’Europa, ad altre latitudini come se fosse una ricetta lineare e rigida, sono caduti in un riduzionismo innocuo e inoffensivo, che sterilizza l’arma della critica.
I leader più importanti combattevano, e continuano a farlo, l’infantilismo di certe sinistre che vogliono forzare i fatti affinché si adattino alla teoria, e quindi nessun processo di trasformazione in carne e ossa si adatta ai loro manuali della buona rivoluzione. E’ solo un dogmatismo o dottrinarismo che antepone i principi alla lettura storica e all’analisi dei rapporti di forza per delineare tattiche e strategie in ogni momento.
Tuttavia , neanche l’indispensabile analisi della situazione si realizza per limitarci a ciò che tale correlazione di forze “permette”, bensì, al contrario, per prenderla come punto di partenza per la sua trasformazione. Ci permette di misurare il grado di realismo delle nostre strategie, nonché di stimare il grado di omogeneità, autocoscienza e organizzazione raggiunto dai vari gruppi sociali. Ma Gramsci ci metteva in guardia: “L’osservazione più importante da fare riguardo a qualsiasi analisi concreta delle correlazioni di forza è la seguente: tali analisi non possono e non devono essere fini a se stesse (a meno che non si stia scrivendo un capitolo di storia passata), ma acquisiscono significato solo se servono a giustificare un’attività pratica, un’iniziativa della volontà. Le analisi mostrano quali sono i punti di minore resistenza a cui possono essere applicate con maggiore efficacia le forze della volontà, suggeriscono le operazioni tattiche immediate, indicano come si possa impostare al meglio una campagna di agitazione politica, quale linguaggio sarà meglio compreso dalle masse, ecc.”.
Sottolineando al contempo che: “L’elemento decisivo di ogni situazione è la forza permanentemente organizzata e predisposta da molto tempo prima, che può essere lanciata in avanti quando si ritiene che una situazione sia favorevole (e sarà favorevole solo nella misura in cui esiste una forza di questo tipo ed è piena di ardore combattivo); per questo il compito essenziale consiste nell’occuparsi sistematicamente e pazientemente di formare, sviluppare, omogeneizzare sempre più e rendere sempre più compatta e consapevole di sé quella forza”.
È chiaro che la strategia consiste nell’organizzare in modo permanente una forza sociale politica in grado di orientare il rapporto di forze verso la realizzazione degli interessi delle maggioranze popolari, senza settarismi né dogmatismi.
Il purismo pedante di alcune frange della sinistra le conduce alla sterilità nella lotta per il potere, oppure all’autoisolamento, all’estinzione o all’onanismo politico, mentre la realtà della lotta di classe continua implacabile.
Seguendo Lenin, intendiamo l’insieme delle teorie che fanno parte delle correnti del pensiero critico come gli strumenti metodologici fondamentali che ci permettono conoscere la realta’ per poter attuare. Per loro concepiamo come fonte originale la lettura acuta e critica di Marx e Engeks rispetto alla logica, conformazione storica e filosofica del capitalismo;Ma abbiamo anche attinto dalle idee emerse con ogni ondata rivoluzionaria verificatasi in ogni angolo del mondo, e in particolare dai fertili dibattiti che hanno avuto luogo nella nostra America.
Per noi non sono formule preconfezionate o soluzioni prefabbricate applicabili a qualsiasi situazione in modo astorico; siamo coscienti che non possiamo permetterci letture meccaniche che ci portano solo all’immobilismo o all’autocompiacimento delle coscienze senza modificare la realtà. Lo dicevano già Carlos José Mariategui: «Né calco né copia, ma creazione eroica», e Simón Rodriguez: «O inventiamo o sbagliamo». Ma ciò che possiamo e dobbiamo fare è trarre insegnamento dalla storia con il fine di camminare con solide radici inserite nelle esperienze del nostro popolo.
Gli strumenti teorico-metodologici del materialismo storico ci aiutano a comprendere e ad agire in modo chirurgico sulla realtà che vogliamo trasformare, e in questo percorso dobbiamo combattere teoricamente e filosoficamente contro i nemici dei popoli, poiché è in gioco la
concezione del mondo, dell’umanità, della società, della Umanità della comunità , dell’individuo , della società e di tutte le forme di vita.
I quadri intellettuali delle classi dominanti ci plasmano nella concezione liberale dell’individuo isolato, questa monade descritta da Marx su cui è stato costruito l’uomo borghese, soggetto della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789. Una monade ripiegata su se stessa, in cui i diritti di uno (così con la o, perché il capitalismo prende e rida’ significato al patriarcato) terminano dove iniziano i diritti dell’altro, pensando alla libertà come una questione di competenza individuale.
In cambio noi rivoluzionari popolari, sappiamo che la libertà si costruisce nella comunità, e che il regno della libertà inizia dove finisce il lavoro determinato dalla necessità. Per questo alla legge del più forte e del salvarsi chi può dobbiamo opporre i valori della comunità, della solidarietà, della fratellanza, del lavoro e dello studio militante creativo e collettivo per dar vita a una nuova umanità. In ultima analisi, si tratta di comprendere come operano le molteplici oppressioni che contribuiscono a rafforzare e approfondire la disumanizzazione necessaria per riprodurre l’accumulazione ampliata e concentrata del capitale, sottraendoci ore di vita-lavoro e utilizzando poi il prodotto dell’intelletto collettivo per sottometterci ulteriormente. Seguendo gli insegnamenti del grande pedagogo popolare Paulo Freire, possiamo affermare che il più grande successo del sistema è che i poveri si sentano responsabili della loro situazione, quindi la naturalizzazione e l’estensione dello sfruttamento attraverso la cattura delle nostre soggettività sorvegliate in modo diretto e onnipresente. Il panoptico di Michel Foucault è nelle nostre mani: gli smartphone. Anche se la garanzia del potere del capitale rimane militare.
L’importanza della formazione in tempi di trasformazione sociale
Una delle lezioni che ci lascia la storia recente del ciclo progressista nella Nostra America è che il miglioramento della qualità della vita delle maggioranze deve andare di pari passo con la formazione
di massa. È necessario che ogni esigenza soddisfatta e ogni diritto conquistato siano accompagnati da un lavoro pedagogico che colleghi le circostanze individuali con la pratica e le decisioni collettive che le hanno rese possibili, nonché con il contesto geopolitico e storico che le abilita o le limita. In questo senso, è necessario cercare i mezzi che possano generare consapevolezza sugli sforzi, le lotte e le decisioni politiche che, nel loro insieme e scaturite dalle richieste sociali, costituiscono le politiche dello Stato messicano guidato oggi da Claudia Sheinbaum. Esse hanno portato alla democratizzazione della vita politica, economica e culturale di una nazione diversificata e meravigliosa che era stata sommersa da decenni tragici di neoliberismo, di guerra e di morte.
Il fatto di promuovere, come si è fatto in Messico, il protagonismo e l’impegno popolare nei compiti assunti dalla comunità (dalla sua pianificazione, esecuzione e bilancio di esperienze), genera gradi di coscienza delle possibilità, difficoltà e ostacoli, così come intendere le necessità della difesa del governo che rende possibili queste pratiche solidali e il miglioramento delle condizioni di vita di fronte agli attacchi certi di una classe privilegiata risentita per il fatto di dover riconoscere i diritti. Si tratta di comprendere l’importanza di detenere la guida della macchina statale, di uno Stato in transizione per e dalla maggioranza; però senza perdere di vista un altro insegnamento che ci viene dalle esperienze dei governi popolari del XXI secolo, in cui talvolta i movimenti popolari si sono istituzionalizzati eccessivamente, trascurando la costruzione politica sui fronti di massa e la mobilitazione nelle strade, che si ripercuote nella capacità di affrontare i potenti nemici dei progetti nazionali, ma per esercitare pressione sui propri governi affinché non si discostassero dal programma concordato. La lotta di classe non può essere costretta nei binari istituzionali.
Infine, se c’è qualcosa da imparare dalla destra è di non fare concessioni teoriche eclettiche che ci conducano alla stagnazione e all’autocensura.
Negli anni ’90, l’unilateralismo geopolitico della fazione vincitrice della guerra fredda ha voluto seppellire le teorie e il pensiero critico per offuscare la visione della lotta di classe, nasconderla e, con essa, anche la stessa classe operaia. Ieri come oggi, molti intellettuali un tempo di sinistra si sono prestati a questa operazione. Andre Gorz con il suo “Addio al Proletariato” è stato il prototipo di questo fenomeno. Si trattava di negare l’esistenza delle classi sociali, della lotta di classe e, in particolare, della classe operaia sia in senso strutturale che come soggetto storico, anche se le politiche neoliberiste di brutale concentrazione della ricchezza non hanno fatto altro che ampliare (in senso stretto) la classe di persone che possono vivere solo vendendo la propria forza lavoro fisica o intellettuale in cambio di un salario: come sottolineavano Marx ed Engels, settori della piccola e media borghesia stanno cadendo nelle file proletarie.
Tuttavia, diverse correnti della sinistra accademica hanno abbracciato questo discorso e hanno tentato stratagemmi pseudo-teorici per spostare la contraddizione fondamentale che spiega la separazione delle classi sociali nelle società capitalistiche – la proprietà privata dei mezzi di produzione nelle mani di minoranze che sfruttano la forza lavoro delle maggioranze appropriandosi sempre più del loro tempo – verso contraddizioni di tipo identitario.
Sebbene ogni movimento di pensiero e azione debba essere diretto contro tutte le forme di oppressione, non si può perdere di vista il fatto che il nucleo centrale che genera profonde disuguaglianze e ingiustizie sociali: sono i rapporti sociali di produzione basati sullo sfruttamento; .
una dell’estrazione di plusvalore su scala sempre più planetaria e che è segnata da dispute geopolitiche, e che ricorre a molteplici forme di oppressione per consolidare la disumanizzazione e l’alienazione necessarie alla riproduzione allargata del capitale.
A questa operazione di decentramento della contraddizione fondamentale, quella della classe, e principale, la lotta antiimperialista, hanno contribuito sia una parte della scuola decoloniale, sia gli autonomisti e i socialdemocratici. Da diversi approcci hanno contribuito al disarmo morale che questo percorso pseudo-teorico ha causato nelle masse popolari, negando loro la possibilità di essere protagonisti della vita e della lotta. Sono state le tesi autonomiste a sostenere che si potesse “cambiare il mondo senza prendere il potere” (Holloway) e che l’imperialismo non esistesse più (Negri e Hard), instillando nei movimenti popolari emergenti di grande portata l’idea di abbandonare la lotta per il potere dello Stato e, con ciò, a ripiegare sui propri territori per costruire belle esperienze comunitarie ma senza alcun impatto sulle grandi maggioranze popolari che continuavano a (soprav)vivere in realtà nazionali sommersi dalla tragedia del capitalismo neoliberista imperialista.
Quel presunto consenso neoliberista ha avuto in Messico uno dei suoi momenti salienti di rottura quando, nel gennaio 1994, l’EZLN ha fatto la sua comparsa sulla scena pubblica, mentre gli intellettuali organici del potere del capitale scrivevano dell’utopia disarmata. Tuttavia, fu il Messico uno degli epicentri di quelle teorie autonomiste che ci disarmarono moralmente, convincendo diversi movimenti popolari, tra cui lo stesso neozapatismo, dell’inutilità di prendere il potere dello Stato. Ciò nonostante, in tutta la regione fiorirono resistenze che sfuggirono a questi tentativi di neutralizzazione politica e riuscirono a confrontarsi con il potere reale dalla teoria alla pratica, dimostrando che era necessario il potere dello Stato per trasformare la vita delle maggioranze. Stati in transizione verso altre forme sociali di organizzazione che abbiamo sperimentato e continuiamo a sperimentare nella nostra America e che, come tutti i processi rivoluzionari della storia, non possono svilupparsi in pace perché le classi privilegiate non lo consentono.
L’imperialismo intende affossare con ogni mezzo queste esperienze. Nel XX secolo ha fatto ricorso alla guerra controinsurrezionale con il terrorismo di Stato sistematicamente applicato contro i propri popoli. Sulla base delle dottrine della sicurezza nazionale e della scuola delle Americhe, ha addestrato le forze armate affinché fungessero da braccio armato delle oligarchie nella loro ricerca di disciplina sociale e disarticolazione politica dei vari progetti popolari attraverso la tortura, lo sterminio e le sparizioni forzate di massa. Nel XXI secolo puntano contro le esperienze nazionali che sono riuscite a contendere il potere dello Stato e a tracciare un proprio percorso di emancipazione e sovranità. Per l’imperialismo, il suo obiettivo è sconfiggerle e farle fallire e per farlo sviluppano una guerra integrale, ibrida, multidimensionale, di quarta e quinta generazione, che, pur mantenendo le tattiche di attacco e avendo in aiuto la forza militare, ha come scenario principale la mente (guerra cognitiva) e la vita quotidiana delle persone (blocco economico). La sconfitta, ma anche il fallimento, servono alle classi dominanti per gridare che altre forme di organizzazione sociale alternative al capitalismo non funzionano, soprattutto quelle che rientrano nell’ampio campo del socialismo. Per questo, si intensificano i blocchi infernali e completi contro il Venezuela e Cuba – che con tanta dignità AML e Claudia hanno criticato più volte – per far soffrire la popolazione soffocando la vita quotidiana delle maggioranze. Questi popoli attaccati sbandierano la loro forza morale sostenuta dalla formazione politica. È così possibile discernere lo sforzo sociale e politico condiviso dai popoli e dai governi che costruiscono con dignità il loro presente, rispetto a quell’altro destino coloniale di sconfitta e fallimento che le classi privilegiate, protette da Washington, vogliono imporre. È la guerra che desideriamo noi popoli quando vogliamo emanciparci.
Conclusioni
Di fronte a scenari di polarizzazione asimmetrica in cui la destra si radicalizza, si riafferma l’importanza della formazione politica in tutte le sue dimensioni. Nutrirci dell’esperienza storica, consolidarci nelle radici teoriche della liberazione sociale e nazionale e dotarci degli strumenti per delineare nuovi orizzonti diventa un compito urgente. Così come l’idea del socialismo del XXI secolo e quelle del Buen Vivir ci hanno unito all’inizio di questo secolo, oggi in Messico la Quarta Trasformazione ci unisce, ci lega alla storia; ma dobbiamo anche essere in grado di reinventare una formula che ci unisca più ampiamente ai popoli dell’America Latina e dei Caraibi con l’umanità intera: con i popoli ribelli del mondo, quelli che si ribellano contro il genocidio in Palestina e quelli che si ribellano contro le vestigia coloniali nell’Africa ardente.
Per dirla con le parole di Che Guevara, la militanza deve essere un ingranaggio, un catalizzatore, un esempio di coscienza rivoluzionaria e di entusiasmo combattivo, deve essere l’elemento consapevole che smantella il predominio dell’ideologia borghese che, come spiegava Lenin, «è, per la sua origine, molto più antica dell’ideologia socialista (…) la sua elaborazione è più completa e (…) possiede mezzi di diffusione incomparabilmente maggiori». La lotta è la scuola e nella formazione politica dobbiamo vaccinarci contro la “guerra fredda culturale” delle socialdemocrazie (officina di riparazione del capitalismo, come diceva Pablo Guadarrama) e dei loro accademici inondati dai dollari delle fondazioni europee e statunitensi.
È necessario riprendere lo studio e il dibattito collettivo tra i diversi orientamenti del campo popolare, nazionale e latinoamericano della teoria rivoluzionaria, del socialismo e delle sue tesi originarie, senza settarismi, con spirito aperto ma allo stesso tempo senza ambiguità, né discorsi doppi né mezze misure.
La formazione politica è l’arma morale, l’intelletto collettivo per combattere la guerra cognitiva contro la dittatura degli algoritmi e la loro cosmovisione coloniale e imperiale. Dall’intellettualità militante e organica, invitiamo a contestare l’espropriazione dell’intelletto collettivo cristallizzato nell’intelligenza artificiale. L’antimperialismo, l’anticapitalismo e l’autodeterminazione costituiscono gli assi trasversali della critica di tutte le forme di dominio e oppressione. La ribellione popolare è l’argilla con cui forgeremo il presente e il futuro degni di essere vissuti con orgoglio di classe, di patria e di Patria Grande.
* Paula Klachko
Lic. en Sociología UBA
Dra. en Historia UNLP
Prof. UNDAV-UNPAZ
Coord. Cap. Argentina Redh (Red de Intelectuales, Artistas y Movimientos Sociales en Defensa de la Humanidad)
Traduzione di Roberto Casella







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