Superare le barriere concettuali per realizzare un’alternativa socialista a un ordine globale capitalista in agonia

Superare le barriere concettuali per realizzare un’alternativa socialista a un ordine globale capitalista in agonia

di Charles Posa McFadden

Il capitalismo oligarchico, guidato dagli Usa, minaccia la sopravvivenza umana con guerra ed ecocidio. Cina e Russia offrono un contrappeso e un modello di sviluppo alternativo, ma non bastano. La transizione a una civiltà socialista sostenibile richiede di sfatare tre miti: 1) che le guerre attuali siano interimperialiste, 2) che la lotta di classe non sia cambiata, 3) che il socialismo significhi solo pianificazione centralizzata. Serve una nuova ampia alleanza di tutti gli sfruttati, dentro e fuori il “centro” imperialista, basata sulla solidarietà di classe e sull’espansione dei beni comuni. L’obiettivo è un potere popolare che subordini il capitale alla democrazia economica e alla riproduzione della vita.

L’umanità si trova oggi di fronte a un nemico altamente centralizzato: un’oligarchia capitalista già responsabile di genocidio ed ecocidio su scala globale, capace, se non fermata, di porre fine alla vita umana e alla maggior parte della vita sulla Terra. Il governo degli Stati Uniti, le istituzioni finanziarie, militari e culturali e le alleanze che attualmente controlla a livello nazionale e internazionale, insieme ai suoi Stati vassalli e fantoccio, costituiscono ciò che potrebbe essere meglio definito come un fuorilegge internazionale, uno Stato canaglia, il centro contemporaneo di un assalto fascista contro la ragione, la giustizia, la democrazia, la pace e un rapporto sostenibile dell’umanità con la biosfera che sostiene l’esistenza umana. A contrapporsi a questo nemico c’è l’emergere di una cooperazione economica, culturale e politica tra i Paesi in via di sviluppo, in prima linea tra cui la Repubblica Popolare Cinese e la Federazione Russa. Questi due Stati, insieme, sono già più potenti economicamente e militarmente del loro nemico. Impegnati per la loro stessa sopravvivenza, e offrendo opportunità commerciali alternative a tutti gli altri Stati che lottano per la propria sovranità e sviluppo – siano capitalisti o socialisti – essi rappresentano un baluardo storico a favore della sopravvivenza e del continuo sviluppo dell’umanità. Da soli, tuttavia, questo sviluppo storico non può assicurare all’umanità una transizione sopravvivibile verso una civiltà globale più pacifica, giusta, democratica e sostenibile. Il suo nemico morente, ora mortalmente ferito, rimane capace di distruggere l’umanità e, potenzialmente, tutta la vita sulla Terra.

La resistenza interna nelle viscere della bestia, inclusi i suoi Stati imperialisti vassalli, offre speranza e incoraggiamento al resto dell’umanità. In ultima analisi, però, l’essenziale, salvifica resistenza delle classi sfruttate e oppresse all’interno degli Stati imperialisti contro i loro signori oligarchici capitalisti ormai fascisti non è, di per sé, sufficiente. Questa resistenza avrà bisogno di una forza organizzativa molto maggiore di quella attualmente visibile per assicurare una transizione globale sopravvivibile verso una civiltà ecologicamente sostenibile.

Tra le barriere rimanenti per l’essenziale transizione dal capitalismo, in particolare all’interno dei Paesi imperialisti centrali, vi sono i fraintendimenti promossi dall’oligarchia capitalista, ormai fascista, per distogliere l’attenzione pubblica da un’organizzazione efficace e dalla solidarietà globale. Si sostiene qui che tra questi fraintendimenti vi siano i seguenti:

  1. La guerra del XXI secolo è la conseguenza della lotta interimperialista.
  2. Nulla di fondamentale deve cambiare nell’organizzazione e nei metodi della lotta di classe rispetto al ventesimo secolo.
  3. Il socialismo si basa sulla supervisione centralizzata dell’attività economica.

L’origine di questi fraintendimenti non è difficile da identificare. Il più grave dei presenti fraintendimenti è emerso dai tentativi di applicare al presente le strategie che guidarono con successo le prime rivoluzioni socialiste, la resistenza globale alla prima ondata di fascismo e la prima ondata di lotte di liberazione contro il neocolonialismo del XX secolo. L’assalto largamente riuscito della classe capitalista dalla conclusione della Seconda Guerra Mondiale a oggi contro il marxismo, inclusa la sua influenza filosofica e scientifica, ha portato al fallimento nell’ultimo mezzo secolo nell’applicare questi strumenti intellettuali per identificare e contrastare le strategie in continua evoluzione dell’oligarchia capitalista.

1. Le guerre contemporanee sono il risultato della rivalità interimperialista?

Nei secoli precedenti il XX, la rivalità tra Stati-nazione capitalisti, fino a includere la guerra, era caratterizzata dalla competizione tra agenzie commerciali mercantili sponsorizzate dagli Stati-nazione, come la Hudson’s Bay Company e la Compagnia delle Indie Orientali, sostenute dalla Gran Bretagna, e corrispondenti compagnie mercantili sostenute da Stati-nazione capitalisti concorrenti, che spesso portavano alla guerra per il bottino del saccheggio imperiale. Ma l’esame dello stesso problema fatto da Lenin all’inizio del XX secolo (V. I. Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, 1917) rivelò che la forma contemporanea di imperialismo era allora caratterizzata dall’emergere di corporazioni monopolistiche, soprattutto finanziarie, situate nei Paesi industrialmente sviluppati, in competizione per il saccheggio dei Paesi ex colonizzati e altrimenti meno sviluppati attraverso investimenti finanziari diretti, con il trasferimento verso i loro Paesi d’origine (quindi imperialisti) di parte dei profitti aziendali risultanti.

Prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, Lenin aveva invano sostenuto all’interno del movimento socialdemocratico la preservazione della solidarietà internazionale della classe operaia contro il suo coinvolgimento nella guerra interimperialista. Inizialmente una minoranza ma, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, una frazione maggioritaria dei partiti socialdemocratici di destra sostenne la partecipazione delle frazioni della classe operaia che rappresentavano nel conflitto interimperialista. La morte e la distruzione della Prima Guerra Mondiale, però, ebbero un esito positivo e duraturo: la rimozione della Russia dal mondo capitalista e dalla sua guerra interimperialista. La Rivoluzione sovietica del novembre 1917 fu il risultato del trasferimento del controllo politico sulla Russia all’Unione dei Soviet dalla Duma russa (l’organo legislativo basato sulla proprietà privata capitalista creato dalla rivoluzione del 1905 contro la monarchia feudale russa).

Nella lingua russa, la parola “soviet” significa consiglio. Durante la disastrosa partecipazione della Russia alla Prima Guerra Mondiale, la protezione e la resistenza al governo russo presero la forma dell’organizzazione locale di contadini, soldati e operai in consigli per la propria autodifesa (Soviet). Per sviluppare e proporre legislazione alla Duma russa per porre fine alla partecipazione russa alla Prima Guerra Mondiale e raggiungere i rispettivi obiettivi economici (terra, pace e pane), fu formata un’unione di deputati eletti dai vari Soviet. All’inizio del 1917 la Duma russa non solo rimase insensibile alle richieste dell’Unione dei Soviet dei deputati contadini, soldati e operai, inclusa la fine della partecipazione russa alla Prima Guerra Mondiale, ma stava rapidamente perdendo la sua autorità tra il popolo, in particolare nei maggiori centri abitati di San Pietroburgo e Mosca. La Rivoluzione russa avvenne in un momento di bassa autorità e volontà di governo della Duma. Fu realizzata e istituzionalizzata con la dichiarazione dell’Unione dei Soviet, sostenuta dalla forza armata, del trasferimento di tutto il potere politico dalla Duma all’Unione dei Soviet, allora guidata da V. I. Lenin, il leader eletto dei bolscevichi, la fazione maggioritaria del Partito Socialdemocratico Operaio Russo.

Di fronte, fin dalla sua vittoria iniziale, all’intervento sia dell’opposizione armata straniera che interna, la Russia rivoluzionaria fu costretta a confrontarsi con questa opposizione su due fronti: l’autodifesa armata e la riorganizzazione sociale dell’attività economica. Il sostegno atteso da rivoluzioni riuscite nei vicini più sviluppati della Russia non si materializzò, risultando in una prolungata guerra civile, che entro il 1921 incluse una difesa vittoriosa contro i nemici interni della rivoluzione e l’intervento straniero, ma anche il fallimento dei tentativi rivoluzionari nei suoi principali partner commerciali, principalmente la Germania, di instaurare un governo rivoluzionario duraturo nei loro Paesi. Lasciata senza partner commerciali affidabili, la Russia rivoluzionaria fu costretta a superare la propria arretratezza economica in un periodo sufficientemente breve per difendersi da un’ulteriore, attesa ondata di intervento capitalista straniero.

Le conseguenze della Prima Guerra Mondiale non inclusero solo la rivoluzione in Russia e i tentativi rivoluzionari della classe operaia organizzata nei Paesi in cui quella guerra fu combattuta, ma anche la subordinazione politica ed economica dei Paesi capitalisti sconfitti nella Prima Guerra Mondiale ai Paesi capitalisti che li avevano sconfitti. La competizione tra loro, proprio come nel periodo precedente la Prima Guerra Mondiale, verteva principalmente sulle opportunità di colonizzazione dei Paesi meno sviluppati, necessari come fonte continua di accumulazione primaria di risorse capitalistiche (ricchezza materiale e finanziaria) da parte delle ormai imperialiste classi capitaliste dei Paesi più industrializzati. Questa competizione per il controllo di colonie e mercati e una reciproca antipatia della classe capitalista di tutto il mondo capitalista industrializzato verso la Russia rivoluzionaria, portarono allo scoppio e ai risultati della Seconda Guerra Mondiale, una guerra combattuta per una ridivisione del bottino dell’imperialismo, inclusa la sconfitta e il controllo capitalista straniero sulle risorse della Russia rivoluzionaria e degli Stati-nazione che nel frattempo si erano alleati con essa nell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (Urss).

I risultati della Seconda Guerra Mondiale inclusero (1) avanzamenti rivoluzionari all’interno di quei territori che erano stati inizialmente conquistati dall’asse nazi-fascista ma successivamente liberati dal controllo fascista dall’Armata Rossa (dell’Urss) e dalle forze partigiane interne, (2) concessioni alla classe operaia all’interno dei restanti Paesi imperialisti per scongiurare vittorie rivoluzionarie della classe operaia in patria, e (3) un rinnovamento delle lotte anticoloniali nel mondo colonizzato, inclusa la liberazione di molti di questi Paesi dal controllo coloniale, soprattutto l’India e la Cina, quest’ultima con un governo guidato dai comunisti.

Ma nulla sta fermo. Nella scia della Seconda Guerra Mondiale, la classe capitalista all’interno dei Paesi imperialisti rimbalzò rapidamente per consolidare e rafforzare il suo controllo politico, incluso il lancio di una Guerra Fredda contro tutti coloro che cercavano un futuro oltre il capitalismo e le sue ambizioni imperialiste. In questo contesto, quei Paesi imperialisti che sfuggirono alla distruzione fisica e morale della Seconda Guerra Mondiale presero l’iniziativa, inclusa l’istituzione di organizzazioni internazionali sotto il loro effettivo controllo. Queste includevano (1) l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord, come alleanza militare imperialista, (2) le Nazioni Unite, su cui mantenne il potere di veto contro un’azione comune efficace che potesse minare l’imperialismo, e, nel tempo, (3) la creazione del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, e altre agenzie e accordi di “libero” scambio, assicurando in ultima analisi la supremazia del dollaro Usa sul commercio globale. Per rimuovere ulteriormente i popoli d’Europa dal controllo politico sui propri destini, fu creata anche l’Unione europea, un organismo costituzionalmente sotto il controllo di una commissione non eletta (finanziaria).

Ma questi successi dell’imperialismo a guida Usa non furono mai il gioco finale, ma piuttosto il lavoro preparatorio per minare e riconquistare i territori liberati dal controllo capitalista. La forza primaria nella riorganizzazione delle relazioni economiche e politiche internazionali era il timore di un’altra guerra mondiale, una in cui sarebbero state usate armi nucleari. In questo contesto, furono realizzate le prime cosiddette rivoluzioni colorate, organizzate principalmente dalla Central Intelligence Agency degli Stati Uniti e dalle sue agenzie alleate degli altri Stati imperialisti. Queste inclusero la fine del governo del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (che collassò) e dei Paesi alleati in Europa. Il risultato fu un mondo unipolare, guidato e effettivamente controllato dall’imperialismo a guida Usa, con la sua estesa rete di basi militari e agenzie internazionali impegnate nell’egemonia del dollaro Usa.

Forse ironicamente, la Repubblica Popolare Cinese (Rpc) fu in parte e temporaneamente risparmiata, avendo raggiunto uno sviluppo notevole basato in parte su accordi tra la Rpc e gli Usa su investimenti congiunti in Cina da parte di corporazioni capitaliste straniere in collaborazione con entità cinesi (pubbliche e private). Questi accordi includevano la ritenzione da parte della Rpc del 51% dei profitti dagli investimenti stranieri, sostenendo il rapido sviluppo industriale e sociale della Cina. Da parte sua, la Rpc assicurò un’espansione dell’offerta di lavoro a basso costo, principalmente da lavoratori che rimasero legati alle comuni rurali che beneficiavano della tecnologia resa disponibile dallo sviluppo industriale aiutato dall’estero. Gli investitori stranieri ottennero tassi di profitto ben superiori a quelli possibili dalla manodopera più costosa nei loro Paesi d’origine. Il risultato fu un livello di trasferimento di ricchezza dalla Cina all’Occidente che, almeno temporaneamente, fu sufficiente ad assicurare un livello di accumulazione di capitale necessario per il mantenimento del capitalismo come sistema economico vitale.

Sfortunatamente per il capitalismo centrato sugli Usa, né il suo investimento in Cina né in patria gli assicurano una vitalità a lungo termine. La sua licenza sociale di possedere e governare dipende dalla sua capacità di fornire alla gente i beni e i servizi di cui ha bisogno. Ma i capitalisti sono motivati, invece, a investire nella produzione di questi beni e servizi solo quando il risultato atteso è un aumento della loro ricchezza accumulata (ciò che Marx definì plusvalore, cioè valore maggiore del costo dell’investimento per soddisfare i bisogni esistenziali delle persone, incluso sia il costo della loro riproduzione sociale che il costo della riproduzione dei mezzi di produzione necessari). Il confronto tra il rapido sviluppo della Cina nel soddisfare i bisogni del suo popolo e il fallimento della classe dominante e del governo degli Stati Uniti nel fare altrettanto illustra la natura fondamentale del mondo in cui viviamo ora. Invece di povertà, insicurezza e guerra, il requisito di sempre meno lavoro umano per la produzione e distribuzione di beni e servizi prodotti industrialmente dovrebbe rendere più tempo disponibile per il tempo libero, l’arte, la scienza, l’apprendimento e l’invenzione, uno sviluppo che preannuncia enormi benefici per le persone, ma non per la classe capitalista. Essa sta affrontando la fine del suo ruolo storico. È diventata un ostacolo al futuro sviluppo umano, e di fronte a ciò, i suoi rappresentanti sono diventati una minaccia all’esistenza umana.

Dobbiamo chiederci, ad esempio, se le giustificazioni offerte dai governi occidentali per gli investimenti pubblici nella preparazione e conduzione di guerre per procura contro Russia, Cina e altri Paesi Brics siano valide. La Russia e la Cina, ad esempio, sono Paesi imperialisti? Sono impegnate nel furto di risorse dagli Stati Uniti? Dagli altri Paesi industrialmente sviluppati? Dagli altri Paesi in via di sviluppo?

Alti livelli di investimento pubblico nel benessere umano sono caratteristici di entrambi i Paesi. In Russia, un Paese a guida capitalista con una memoria socialista, questo le assicura la sopravvivenza – inclusa una forza militare evidentemente capace di respingere l’intero mondo imperialista (rappresentato militarmente dalla Nato). La Cina, con un governo guidato dal Partito Comunista, è un’economia ibrida (inclusi alti livelli di investimento pubblico, così come investimenti capitalistici sotto controllo pubblico). Il suo continuo sviluppo e partecipazione in una civiltà ecologicamente sostenibile è possibile solo nel contesto del suo impegno per l’uguaglianza e quindi per la cooperazione con tutti gli altri Paesi.

Quegli economisti marxisti che hanno analizzato se Cina o Russia oggi beneficino di un trasferimento netto di ricchezza dai loro partner commerciali, hanno concluso che nessun tale trasferimento sta avvenendo; ma la Cina rimane una fonte di trasferimento netto di ricchezza verso i Paesi imperialisti. Al momento attuale, la proporzione della crescita cinese che è ridotta dal trasferimento esterno di ricchezza è in declino. Non sarebbe significativamente danneggiata se tutti gli investimenti diretti capitalisti stranieri terminassero. Ma il mondo capitalista sarebbe in una crisi più profonda. (Per maggiori dettagli su Cina e Russia nell’economia globale del XXI secolo, vedi capitolo 4 di Guglielmo Carchedi e Michael Roberts, Capitalism in the Twenty-first Century: Through the Prism of Value, Pluto Press, 2023)

Evidentemente, le guerre contemporanee del XXI secolo con implicazioni globali non sono principalmente tra Paesi imperialisti, data la relativa potenza economica e militare dell’imperialismo Usa rispetto a, diciamo, quella di Giappone, Regno Unito, Germania e Francia. Questa conclusione è esemplificata dalla guerra in Ucraina, iniziata con un cambio di regime nel 2014, sponsorizzato dall’imperialismo Usa, con ulteriore aiuto sotto forma di armi e aiuti finanziari dai Paesi Nato, ora costituenti una collezione di Stati vassalli Usa che fanno la guerra, e confermata dall’ulteriore guerra regionale sul continuo spostamento genocida del popolo palestinese da parte di Israele, con l’imperialismo Usa ora principale sostenitore finanziario e militare di Israele e partecipante congiunto con Israele negli sforzi di cambio di regime contro quei governi nella regione che sostengono la resistenza palestinese.

2. Cosa, se qualcosa, deve cambiare nell’organizzazione e nei metodi della lotta di classe rispetto a quelli del ventesimo secolo?

Nel Manifesto del Partito Comunista, concentrandosi sulla lotta di classe tra i proprietari capitalisti dei mezzi di produzione e i lavoratori industrializzati che essi impiegavano, Karl Marx e Frederick Engels identificarono la lotta di classe come la caratteristica fondamentale della storia umana. Questa visione fu modestamente corretta in una nota a piè di pagina al Manifesto da Frederick Engels verso la fine della sua vita, traendo dalla ricerca riportata nel suo lavoro successivo, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, un contributo essenziale alle successive lotte di classe. Sfortunatamente, la sua correzione al Manifesto fu troppo tarda e troppo oscura per risparmiare a generazioni di rivoluzionari della classe operaia di formare le alleanze di cui avevano bisogno per porre fine al capitalismo. Oggi, quando la maggior parte della classe operaia, specialmente nei principali Paesi capitalisti, è composta da lavoratori dei servizi, una maggioranza dei quali sono donne, e i più sfruttati e oppressi sono le madri single, un’analisi di classe aggiornata è evidentemente essenziale se la lotta rivoluzionaria deve avere successo.

Seguendo le orme del lavoro di Engels, la conoscenza dell’evoluzione storica delle relazioni sociali umane risale ora al lungo periodo prima che fossero creati i documenti scritti. Questa conoscenza storica più recentemente acquisita è il prodotto della confluenza di paleolinguistica, archeologia e paleoantropologia. Il risultato primario di questa ricerca è il riconoscimento che fondamentale per l’esistenza umana è la cooperazione sociale, che la società di classe iniziò abbastanza innocentemente nella forma di capitanati eletti o ereditari, liberi dalla partecipazione egualitaria nella caccia e raccolta per assumere i ruoli organizzativi di condivisione dei surplus temporanei di cibo, di conduzione di servizi che altrimenti non sarebbero disponibili, e del passaggio organizzato di generazione in generazione di beni durevoli, non facilmente riproducibili. La prima forma di schiavitù – e la più duratura – probabilmente emerse dall’esistenza di società patrilocali. Nelle società patrilocali, l’evitare le malattie conseguenti alla riproduzione incestuosa significava lo spostamento delle femmine, delegate a trovare partner maschili in comunità vicine o più remote in cambio di doti pagate alle loro famiglie.

L’assenza di evidenza di guerra in resti umani più antichi suggerisce che in una data regione geograficamente isolata la guerra basata su guerrieri-schiavi venne più tardi. La formazione di società basate sugli schiavi in grado di costruire piramidi monumentali arrivò sul palcoscenico storico ancora più tardi. Sul loro lascito, o in luoghi remoti da quella forma di organizzazione sociale, emersero comunemente società feudali basate sulla proprietà terriera ereditaria. L’ultima forma di schiavitù, cioè la schiavitù salariata, è la storicamente più recente a raggiungere il dominio globale e indubbiamente l’ultima a caratterizzare la civiltà umana. Il capitalismo come sistema assimila e subordina tutte le forme precedenti di relazioni di classe e potrebbe solo esistere e sopravvivere finché coloro che sfrutta ricevono i beni e servizi gratuiti forniti dalle famiglie e comunità in cui vivono.

In relazione al giorno d’oggi, ci sono almeno due conclusioni essenziali da trarre da questo racconto storico dell’evoluzione delle società umane: (1) la forza rivoluzionaria per porre fine al capitalismo comprende la cooperazione e l’alleanza tra i rappresentanti di tutte le forme di sfruttamento e oppressione che caratterizzano il capitalismo, e (2) la risoluzione della contraddizione tra appropriazione privata e produzione sociale dei beni e servizi di cui l’umanità ha bisogno avviene attraverso la lotta per espandere i beni comuni a spese della proprietà privata e del controllo sui mezzi sociali di produzione di questi beni e servizi. Corollari di queste due conclusioni includono il riconoscimento che (a) coloro la cui cultura comunitaria è più recente (generalmente, le prime nazioni dei Paesi sfruttati dal colonialismo e dall’imperialismo) hanno un ruolo essenziale da svolgere nella lotta per un rapporto ecologicamente sostenibile dell’umanità con il resto della natura e (b) che coloro impegnati nella riproduzione sessuale e nell’allevamento dell’umanità condividono con la classe operaia il compito rivoluzionario di andare oltre il capitalismo, siano essi impegnati in lavoro retribuito o meno.

Come già sostenuto qui, il capitalismo come sistema sociale è ora dominato da una singola, oligarchia capitalista globale centrata sugli Usa. Il suo nucleo è oggi evidentemente capace di ignorare il diritto del resto dell’umanità di esistere; in quella misura è sociopatico. L’isolamento e la sconfitta di questo nucleo, ormai sociopatico, dell’oligarchia capitalista è il compito condiviso di tutta l’umanità. L’alternativa rischia la fine dell’umanità attraverso la guerra nucleare o la catastrofe ecologica.

Mentre l’evitare la guerra nucleare lascia poco spazio all’impazienza in questo compito, c’è anche poco spazio rimasto per la russofobia e la sinofobia all’interno dei Paesi imperialisti centrali. Le false narrazioni dell’oligarchia capitalista e dei suoi Stati fantoccio devono essere contrastate efficacemente. La Federazione Russa, attingendo dalla sua storia socialista, inclusa la solidarietà internazionale con gli oppressi e gli sfruttati, oggi non solo sta difendendo la propria sovranità, ma sta sconfiggendo la forza militare combinata degli Usa e dei suoi alleati Nato. Da parte sua, la Repubblica Popolare Cinese, in stretta partnership economica con la Federazione Russa, è ora la principale forza economica del mondo, offrendo relazioni commerciali alternative e reciprocamente vantaggiose a tutti gli altri Paesi.

Perdendo nella sua guerra economica e militare contro il resto dell’umanità, l’oligarchia capitalista residente negli Stati Uniti sta cercando di recuperare le sue perdite raddoppiando lo sfruttamento sulla classe operaia all’interno dei suoi confini. Ancora peggio viene inflitto o pianificato contro coloro che vivono nei suoi Stati imperialisti alleati. Un caso di “non c’è amore tra ladri”. Ora, chiaramente, non è il momento di essere deviati verso la partecipazione in lotte interimperialiste tra la classe dirigente dell’imperialismo Usa e quelle dei suoi Stati imperialisti vassalli (come Canada, UK, Germania, Francia e Giappone), se non per approfittare delle evidenti debolezze nel governo capitalista oligarchico che queste lotte interne tra ladri rivelano. Gli interessi della classe operaia sono meglio serviti oggi come in passato dalla solidarietà interna e internazionale tra tutti coloro sfruttati e oppressi dal capitale.

La solidarietà interna è raggiunta quando i vari contingenti della classe operaia mettono da parte le loro differenze e mettono i loro interessi comuni al primo posto. Le differenze possono essere risolte con la discussione e il consenso. Gli obiettivi comuni possono essere raggiunti con una lotta comune risoluta e principista. Tra i molti esempi recenti ci sono quelli che uniscono gli interessi dei lavoratori sanitari con gli interessi che hanno in comune con quelli bisognosi di migliore assistenza sanitaria. Lo stesso vale per l’educazione, l’alloggio, i trasporti, la comunicazione, la migrazione, l’intrattenimento e la miriade di altre questioni che affliggono la vita della classe operaia, incluso, specialmente, il raggiungimento di un mondo in pace e un ambiente naturale che sostenga la salute.

Questioni divisive sui salari, ad esempio, devono essere evitate. Una base principista per l’unità della classe operaia è l’azione in supporto del principio socialista di “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo il suo lavoro”. Questo significa una focalizzazione per i lavoratori mal pagati sull’eliminazione dei livelli di reddito di povertà (inclusa la piena occupazione e tassi salariali che insieme pongano fine alla povertà). Significa anche che una focalizzazione per i lavoratori relativamente ben pagati sia, ad esempio, sulla riduzione delle ore lavorative e/o su maggiori investimenti dei datori di lavoro nel soddisfare i bisogni della comunità. Tali obiettivi del movimento operaio si applicano ugualmente sia che l’impiego sia privato o “pubblico”. Questi obiettivi supportano intrinsecamente una solidarietà di classe operaia principista.

Le cause dei risultati negativi per la vita della classe operaia all’interno dei Paesi imperialisti centrali e alleati capitalisti non sono difficili da trovare. Queste includono il crescente controllo sul governo da parte dell’oligarchia capitalista, evidente nelle politiche fiscali, nell’offerta di moneta e nei sussidi alla classe capitalista a spese dei servizi pubblici per la classe operaia. Per porre fine a questi risultati, il capitalismo stesso deve essere superato dal socialismo. Questo può essere raggiunto solo quando la ricchezza accumulata e il conseguente potere della classe capitalista sono eguagliati dall’azione determinata di una classe operaia cosciente di classe alleata con quelle sezioni del popolo anche ostacolate nel sano sviluppo dal nucleo oligarchico della classe capitalista. I guadagni non possono essere limitati a quelli che possono prontamente essere cancellati dall’azione del governo capitalista. È necessaria un’azione politica efficace da parte del lavoro organizzato in ogni Paese a guida capitalista, inclusa, se necessario, un’azione di sciopero sulla scala geografica del governo che deve essere costretto ad allineare la sua politica e pratica con l’interesse della classe operaia.

Naturalmente, non tutti tra la popolazione guadagnano un reddito dal lavoro, sebbene la stragrande maggioranza dipenda dal reddito pagato al lavoro impiegato, incluse le pensioni legate al lavoro. Inoltre, le stime del valore della fornitura non retribuita di beni e servizi agli altri arrivano fino all’80% del Pil mondiale (pagina 71 di William I. Robinson, Epochal Crisis: The Exhaustion of Global Capitalism, Cambridge University Press, 2025, un’opera che contiene dati e analisi aggiornati estesi sul capitalismo globale). Certamente, qualsiasi resoconto scientifico completo dell’attività economica considererebbe i contributi del lavoro non retribuito. Mentre Marx trattava il lavoro non retribuito come un regalo gratuito alla classe capitalista, potrebbe alternativamente essere riconosciuto come la continuazione nel giorno d’oggi del modo di produzione comunale, ora subordinato politicamente al modo capitalista. Il corollario di tale riconoscimento è che il raggiungimento del socialismo corrisponde alla subordinazione del capitalismo a un governo della classe operaia (cioè maggioritario). L’obiettivo del comunismo, allora, corrisponde all’espansione dei beni comuni per includere tutta l’attività economica (tutto il lavoro umano) e tutte le risorse naturali attinte dall’umanità per il proprio beneficio e riproduzione), proprio come la privatizzazione corrisponde a una riduzione dei beni comuni, cioè un furto.

Evidentemente, l’analisi di classe contemporanea e, quindi, la lotta di classe non possono essere ridotte a una relazione tra coloro che lavorano per salari e stipendi e i loro datori di lavoro diretti, sebbene questi lavoratori, quando organizzati, abbiano la maggiore capacità di disturbare e contribuire al superamento del capitalismo. Una solidarietà più ampia di classe operaia e popolare è necessaria per raggiungere il socialismo (cioè, la subordinazione dell’attività capitalistica al governo popolare) e, in ultima analisi, il comunismo (cioè, la proprietà comune dei mezzi di produzione, ponendo fine all’esistenza del capitalismo e di tutte le forme di sfruttamento, inclusa l’usura, il patriarcato e ogni altro vestigio del feudalesimo e della schiavitù). Perché una tale transizione avvenga, è necessario un alto livello di solidarietà popolare e azione comune, inclusa la solidarietà della classe operaia attraverso l’intera catena globale di produzione capitalista, e includendo sia coloro impegnati nel lavoro retribuito, in tutte le sue forme diverse, che il lavoro non retribuito, a casa e nella comunità, e includendo coloro che lavorano nelle forze di sicurezza al servizio dell’oligarchia capitalista, tutto ciò al fine di effettuare una transizione che eviti il ricorso da parte della parte sociopatica dell’oligarchia capitalista al suicidio nucleare.

Dovrebbe essere evidente che quando la maggioranza politica della già maggioritaria classe operaia è convinta della necessità della rivoluzione, il nucleo sempre più piccolo di capitalisti oligarchici, quando abbandonato dalla maggior parte, se non da tutto il loro personale di sicurezza e amministrativo, non avrebbe più una forza capace di negare al popolo politicamente organizzato e cosciente di classe la propria sovranità e il diritto all’autogoverno democratico, senza padroni capitalisti. Evitare la violenza successiva dall’oligarchia capitalista spodestata richiederebbe allora, e solo allora, non più del loro isolamento e rimozione dalla vita politica ed economica.

3. La supervisione centralizzata della produzione è una caratteristica definente del socialismo?

La governance politica ed economica all’interno dei principali Paesi capitalisti è oggi centralizzata nelle mani di un numero infinitesimamente piccolo di oligarchi capitalisti, che è la ragione per cui la civiltà umana è ora nel pericolo più profondo di estinzione nella storia della società divisa in classi. La lotta per la sopravvivenza umana, quindi, presenta la lotta per la democrazia politica ed economica, in una forma capace di liberare l’umanità dall’esistenza di questa oligarchia capitalista.

Dato che non ci può essere un vuoto tra un sistema sociale esistente e quello che lo sostituisce, un partito rivoluzionario deve vincere il sostegno e l’adesione popolare per il raggiungimento di una forma alternativa di relazioni economiche e una corrispondente cultura. La natura di una tale transizione dipende dalle condizioni e circostanze specifiche del Paese che fa tale transizione.

Come accade, le prime rivoluzioni socialiste di successo nei Paesi più popolati avvennero in Russia (1917) e Cina (1949), ciascuna, in queste rispettive date, appena emersa dal feudalesimo. I loro governi rivoluzionari guidati dalla classe operaia furono possibili solo attraverso l’alleanza dei rivoluzionari della minoritaria classe operaia, largamente situati nelle maggiori città, con i rivoluzionari dei contadini rurali e i soldati principalmente tratti da questi ultimi. La supervisione centralizzata della produzione e dello scambio aveva senso in quelle circostanze. Si ruppe, tuttavia, quando la scala della produzione industriale si espanse. La Repubblica Popolare Cinese fece la transizione a una supervisione più decentralizzata della produzione in tempo per prevenire il successo controrivoluzionario. L’Unione Sovietica no.

Più appropriato per il socialismo all’interno di Paesi tecnologicamente avanzati sarebbe una governance nella forma di piani sviluppati democraticamente attraverso discussioni a livello nazionale e adozione democratica, lasciando l’implementazione all’iniziativa regionale e locale, e il coordinamento a corpi rappresentativi al livello necessario. Le unità politico-economiche centrali sarebbero le più piccole collaborative di lavoro, rappresentate dai loro delegati eletti a livelli più alti all’interno della catena associata di produzione e distribuzione, sia locale, provinciale, nazionale o internazionale. La competizione non-profit per raggiungere i più alti livelli di qualità, produttività del lavoro e sostenibilità ecologica sarebbe l’alternativa logica e certamente preferibile alla produzione guidata dal profitto privato (capitalismo).

La transizione socialista all’interno del nucleo imperialista richiederebbe come suo primo atto i seguenti pezzi di legislazione:

– Espropriazione della ricchezza capitalista (mezzi di produzione sociale) posseduta o altrimenti controllata dall’oligarchia capitalista.

– La trasformazione della proprietà privata sui mezzi di comunicazione ed educazione in una gestione democratica da parte dei loro dipendenti (escludendo proprietari e dirigenti fedeli all’oligarchia).

– La dissoluzione di tutte le agenzie militari e di sicurezza e la loro sostituzione con agenzie corrispondenti impegnate nella transizione socialista.

– La trasformazione di tutte le istituzioni finanziarie private a scopo di lucro in istituzioni di proprietà pubblica e gestite democraticamente che servono lo sviluppo socialista (inclusa la protezione delle pensioni, dei risparmi e degli investimenti pensionistici della classe operaia, e i fondi di quelle, principalmente più piccole, attività impegnate a servire lo sviluppo socialista).

Per il background di questi argomenti e l’elaborazione di alcuni di essi, si consiglia la lettura dell’argomentazione fondativa di circa 80 pagine, Achieving an Ecological Civilization, scritta in collaborazione da Karen Howell McFadden e me (2021) o uno degli undici articoli che compongono quel lavoro, pubblicati nella homepage del nostro sito web, www.greensocialdemocracy.org, e i successivi brevi articoli linkati nella colonna di destra su quel sito web.

Con l’approfondimento delle crisi sociali ed ecologiche, Karen e io abbiamo rivolto la nostra attenzione lontano dalle preoccupazioni intellettuali che erano il pane quotidiano delle nostre carriere di insegnamento e ricerca (rispettivamente in letteratura e scienze naturali) e abbiamo iniziato, nel 2010, a ricercare e scrivere su questioni che queste crisi ponevano, condividendo i risultati sul nostro sito web e in articoli pubblicati peer-reviewed (revisione paritaria). Scrivendo questi argomenti, abbiamo attinto dalla lettura e dall’impegno politicamente rilevanti dei nostri decenni precedenti, incluse le lotte per la pace e la liberazione degli anni ’60 e ’70, e le mie visite di ricerca educativa in Unione Sovietica e Cuba socialista nella fine degli anni ’70 e per tutti gli anni ’80, fino al collasso dell’Unione Sovietica come primo Paese socialista del mondo.

Molte delle nostre ricerche e scritti iniziali affrontavano ciò che identificavamo come fraintendimenti comuni, inclusi alcuni che avevano influenzato il nostro precedente pensiero su come meglio affrontare le crisi sociali ed ecologiche che ora sfidano l’umanità. Gli ultimi due anni, tuttavia, hanno portato in più nitido rilievo i fraintendimenti critici che devono essere più chiaramente identificati e affrontati se l’umanità deve evitare il collasso della civiltà attraverso le conseguenze combinate e interrelate della guerra e del declino ecologico.

Traduzione di Ascanio Bernardeschi

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