Contro Vannacci

Contro Vannacci

di Federazione provinciale Pcup Roma

 

Contro Vannacci, senza rincorrerlo: lavoro, sicurezza e socialismo

Il Campo Largo non ha speranza, Meloni lo assorbirà

Come si argina il fenomeno Vannacci e la melma nera montante?

Alla luce di quanto avvenuto in Sassonia con la schiacciante vittoria dell’estrema destra di AFD, il fenomeno Vannacci non va né sottovalutato né affrontato sul terreno della semplice demonizzazione. Se vogliamo realmente contrastarlo, dobbiamo capire perché una parte crescente dell’elettorato trovi nelle sue parole una risposta, per quanto regressiva, alle proprie paure e alle proprie aspirazioni.

Futuro Nazionale ha presentato un programma che, nella nostra lettura, si fonda su tre assi ideologici: razzismo, omofobia e misoginia. Una triade che si traduce nell’attacco ai diritti delle donne, delle persone LGBTQ+, degli immigrati e, più in generale, delle minoranze.

Il target politico dell’ex generale appare altrettanto evidente: uomini, conservatori cattolici, anziani, famiglie delle periferie popolari e tutti coloro che percepiscono l’immigrazione come una minaccia, il Gay Pride come un elemento estraneo o fastidioso e l’evoluzione dei costumi come una perdita dei propri riferimenti tradizionali.

Ma sarebbe un errore fermarsi qui.

Nel suo programma Vannacci si richiama alla Dottrina sociale della Chiesa e costruisce una parte della propria concezione morale anche attorno al magistero di Benedetto XVI. Un riferimento che, sul piano storico e politico, non può essere separato dalle drammatiche vicende degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica e dagli scandali che hanno segnato profondamente il pontificato di Benedetto XVI.

Parallelamente, sul terreno economico emerge una concezione che appare fortemente liberista e anti-interventista: la lotta alla burocrazia diventa uno strumento per ridurre le funzioni di controllo dello Stato, mentre l’idea di una fiscalità sempre meno progressiva si colloca agli antipodi del principio costituzionale secondo cui chi ha di più deve contribuire in misura maggiore.

Ed è proprio qui che si trova una delle contraddizioni fondamentali del fenomeno Vannacci.

Vannacci è davvero un’anomalia italiana?

La risposta, a nostro giudizio, è no.

Vannacci è anche il prodotto di una lunga storia politica e culturale italiana.

L’Italia unita ha conosciuto la Destra storica, il trasformismo e l’esperienza giolittiana; ha attraversato vent’anni di dittatura fascista; è stata monarchia fino al 1946 e, nel secondo dopoguerra, ha vissuto per decenni l’egemonia della Democrazia Cristiana.

Nel 1994 Silvio Berlusconi riportò nell’area di governo il post-fascismo di Fini e la Lega Nord di Bossi. Ma soprattutto, per tutta la storia repubblicana, è sopravvissuto un partito che rivendicava esplicitamente la continuità con la tradizione politica del fascismo: il Movimento Sociale Italiano.

La svolta di Fiuggi trasformò l’MSI in Alleanza Nazionale, che arrivò a percentuali elettorali molto significative. Oggi gli eredi di quella tradizione occupano le più alte cariche dello Stato: Ignazio La Russa è presidente del Senato e Giorgia Meloni, cresciuta nella giovanile del MSI, è presidente del Consiglio.

Dunque il fenomeno Vannacci non nasce nel vuoto.

È figlio anche di un’Italia che conserva una forte componente conservatrice, cattolica, patriarcale e identitaria.

La sua forza consiste proprio nell’avere individuato temi che una parte del popolo sente realmente.

E questo è il punto che il Partito Comunista di Unità Popolare e le forze di alternativa non possono permettersi di ignorare.

1) Il terreno sul quale Vannacci è più vulnerabile

La domanda da porre non è soltanto: cosa pensa Vannacci dei diritti civili?

La domanda decisiva è: cosa propone Vannacci sulla vita materiale delle persone?

Cosa propone sulla giustizia sociale? Sul precariato? Sui salari? Sulla sanità pubblica? Sulla scuola? Sulla casa? Sulla tassazione dei grandi patrimoni? Sulla redistribuzione della ricchezza?

E ancora: quale modello economico propone? Quale ruolo assegna allo Stato? Quale rapporto immagina tra capitale e lavoro?

È su questo terreno che bisogna sfidarlo.

Perché dietro la retorica identitaria rischia di nascondersi una ricetta economica vecchia quanto la destra contemporanea: più mercato, meno Stato; più privatizzazioni, meno welfare; meno controlli pubblici e minore progressività fiscale.

Il riferimento storico più estremo di questo paradigma è rappresentato dal Cile di Augusto Pinochet ( un altro generale) e dalle politiche economiche associate ai Chicago Boys, che divennero successivamente un punto di riferimento internazionale per le correnti neoliberali e conservatrici di Reagan e Thatcher.

Non basta quindi dire che Vannacci è pericoloso.

Bisogna dimostrare perché lo è e, soprattutto, quale alternativa concreta possiamo offrire.

2) Smettere di giocare nella sua metà campo

Questo è l’errore che specialmente sinistra rischia continuamente di commettere: accettare l’agenda dell’avversario e limitarsi a reagire.

Vannacci parla di identità, immigrazione, sicurezza, famiglia e diritti civili. La sinistra risponde esclusivamente sugli stessi temi, spesso attraverso la demonizzazione personale dell’avversario: critiche sul reddito personale di Vannacci, sulla sua vita matrimoniale, fascismo manifesto e così via.

È una strategia inefficace.

Lo abbiamo già visto con Berlusconi. Per anni una parte della sinistra e dell’antagonismo politico ha concentrato la propria opposizione sul dileggio del personaggio, sulla caricatura e sulla demonizzazione, invece di costruire un’alternativa sociale capace di contendere il consenso popolare al berlusconismo.

Il risultato fu l’opposto di quello sperato: Berlusconi riuscì a trasformare l’attacco personale in uno strumento di legittimazione politica.

Con Vannacci non dobbiamo ripetere lo stesso errore.

Non dobbiamo scegliere il terreno sul quale lui è più forte. Dobbiamo costringerlo a combattere sul terreno sul quale è più debole.

E quel terreno è la questione sociale: lavoro, sanità pubblica, scuola e giustizia sociale. Su questi temi troviamo un vuoto enorme nel programma di Vannacci.

3) La nostra alternativa

A differenza di Vannacci, noi dobbiamo avere una posizione chiara sull’intero modello di società.

Non possiamo balbettare sull’Europa, sulla NATO, sulla guerra, sulla sanità, sul lavoro, sulla scuola, sulla tassazione, sull’ambiente.

La nostra agenda deve essere riconoscibile:

* fuori l’Italia dalla NATO;
* fuori l’Italia dall’UE;
* fuori l’Italia dall’euro;
* rottura dei rapporti con Israele;
* interruzione del sostegno militare all’Ucraina;
* riapertura del dialogo politico ed economico con la Russia;
* massicci investimenti nella sanità pubblica;
* rafforzamento della sanità territoriale e di prossimità;
* piano nazionale di edilizia popolare;
* lotta al precariato;
* salario minimo netto di 12 euro l’ora;
* introduzione di una tassa patrimoniale;
* reintroduzione di una misura universale di sostegno al reddito;
* diversificazione delle fonti energetiche, compreso il ricorso al gas e al petrolio russo in presenza delle necessarie condizioni politiche ed economiche;
* sviluppo del nucleare di quarta generazione;
* investimenti nella ricerca e nelle energie rinnovabili;
* nazionalizzazione dei settori strategici;
* nazionalizzazione degli stabilimenti ILVA ed Electrolux;
* nazionalizzazione dell’industria automobilistica;
* estensione dell’IMU agli immobili della Chiesa cattolica;
* massicci investimenti nella scuola e nella ricerca;
* pensioni minime a 1.000 euro.

Il principio può essere sintetizzato in una formula semplice:

più Stato e meno mercato; più sovranità economica e politica; più diritti sociali; più pianificazione democratica dell’economia.

Ma nemmeno questo è sufficiente.

4) Sicurezza e immigrazione: il tabù che la sinistra deve rompere

C’è un altro terreno sul quale Vannacci va sfidato: legalità, sicurezza pubblica e immigrazione.

Ignorare questi temi sarebbe un errore politico.

Le periferie italiane vivono problemi reali: degrado urbano, criminalità, sfruttamento, lavoro nero, marginalità sociale e difficoltà di integrazione. In alcune realtà la criminalità organizzata è riuscita persino a sostituirsi allo Stato nell’offerta di protezione, servizi e reddito, costruendo un vero e proprio sistema nel sistema.

Non dobbiamo lasciare questi problemi alla destra.

Essere comunisti, per noi del Partito Comunista di Unità Popolare, significa difendere anche il diritto delle classi popolari a vivere in quartieri sicuri, avere servizi efficienti e non essere ostaggio della criminalità.

Per questo serve una politica migratoria sostenibile, che combini accoglienza, integrazione, controllo delle frontiere e contrasto deciso all’illegalità.

Chi delinque deve essere perseguito con fermezza. Per gli stranieri destinatari di un provvedimento di espulsione devono essere garantiti rimpatri effettivi e rapidi, nel rispetto della legge e delle garanzie fondamentali.

Non possiamo accogliere tutti indiscriminatamente: le risorse economiche e sociali sono limitate. I flussi migratori devono essere governati e regolamentati.

Questo significa rafforzare il controllo delle frontiere marittime, contrastare i trafficanti, favorire la cooperazione con i Paesi di origine e transito e intervenire sulle cause economiche e geopolitiche che alimentano i flussi.

E significa soprattutto combattere con una forza nuova la criminalità organizzata, italiana e transnazionale.

5) Una nuova politica estera

A questa strategia deve corrispondere una radicale revisione della politica estera italiana.

Ritiro dei contingenti militari italiani dalle missioni all’estero.

Fine del sostegno militare all’Ucraina.

Reindirizzamento delle risorse verso la sanità, la scuola, la sicurezza delle periferie, il controllo delle frontiere e la lotta alla criminalità organizzata.

Una politica di questo tipo dovrebbe richiamarsi alla migliore tradizione civile italiana, quella di Peppino Impastato, Pio La Torre, Cesare Terranova, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Carlo Alberto dalla Chiesa: uomini che hanno pagato con la vita la scelta di combattere la criminalità organizzata e difendere lo Stato di diritto.

6) La vera sfida

È questa la frontiera sulla quale dobbiamo sfidare le destre meloniane e vannacciane.

Non possiamo difendere i diritti civili abbandonando i diritti sociali.

E non possiamo difendere i diritti sociali lasciando alla destra il monopolio della sicurezza, della legalità e dell’immigrazione.

Le due battaglie devono stare insieme.

Per troppo tempo, sulla sicurezza pubblica, una parte della sinistra ha balbettato. È stata incerta, contraddittoria, incapace di parlare alle periferie e ai lavoratori.

Questo spazio è stato occupato dalla destra.

Ora dobbiamo riprendercelo.

La vera risposta a Vannacci non è il silenzio.

Non è la censura.

Non è il dileggio.

Non è neppure un antifascismo rituale, buono per le passerelle ma incapace di incidere sulla realtà materiale delle persone.

La risposta è un’alternativa di sistema. Il Campo Largo non può attaccare Vannacci perché troppo compromesso : attaccare Futuro Nazionale su temi economici e sociali varrebbe a dire mettere in discussione il mondo cattolico e il liberismo, cosa che il PD specialmente per sua stessa natura non vuole fare. La Destra tenterà di ricucire con Vannacci, il quale sta assolvendo ad un ruolo di rete di recupero di una destra identitaria delusa dall’eccessiva istituzionalizzazione dei figli dell’MSI.

La vera alternativa è progetto socialista capace di parlare contemporaneamente di lavoro e sicurezza, di salari e legalità, di sanità e immigrazione, di scuola e diritti civili, di indipendenza nazionale e politica estera.

Perché il modo migliore per sconfiggere una destra identitaria non è rincorrerla sui suoi slogan.

È costruire una società nella quale quelle paure non possano più essere utilizzate contro gli ultimi.

Questa è la nuova lotta di liberazione.

Questa è la nostra visione: chiara, netta, socialista.

Una visione che Vannacci e Meloni non potranno mai offrire e che non potrà mai offrire il Campo Largo.

Noi non ci accontentiamo di aggiustare la società, noi siamo per la Rivoluzione. Non serve un cambio, serve una rivoluzione.

W l’Italia libera, forte e socialista.

Non un passo indietro.

 

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