La crisi relativa degli Usa e i nostri compiti

La crisi relativa degli Usa e i nostri compiti

di Alessandro Pascale

A 250 anni dalla propria nascita, gli USA vivono una profonda crisi, tale da metterne in discussione la funzione di direzione del sistema capitalistico internazionale conquistata nel Novecento.

La propaganda occidentale non vede nemmeno questa crisi, e continua a presentare gli USA come il modello definitivo di sviluppo; letture superficiali di stampo idealista attribuiscono invece la crisi esclusivamente ai governi degli ultimi anni. Riteniamo invece che la crisi attuale riguardi le contraddizioni strutturali del capitalismo statunitense e dell’intero ordine unipolare costruito dopo la fine dell’Unione Sovietica.

La forza degli Stati Uniti è stata il risultato di precise condizioni storiche. Lo sviluppo industriale tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, l’enorme disponibilità di risorse naturali, l’assenza di guerre combattute sul proprio territorio, il ruolo assunto durante e dopo le due guerre mondiali e la costruzione del sistema di Bretton Woods hanno consentito a Washington di assumere la guida dell’intero blocco capitalistico occidentale, scontrandosi con un’URSS forte militarmente ma non sufficientemente sviluppata per reggere la concorrenza occidentale. Il dollaro è così divenuto la moneta di riferimento del commercio internazionale, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale hanno consolidato l’ordine economico del dopoguerra, la NATO ha garantito il controllo militare dello spazio euro-atlantico mentre attraverso le operazioni segrete della CIA si è impedita una reale decolonizzazione asservendo i Paesi del Sud globale.

L’egemonia statunitense non si è fondata solo sulla superiorità economica e militare, ma anche sulla straordinaria influenza culturale ottenuta attraverso il sistema universitario, il sistema mass-mediatico, il controllo di Hollywood, il peso delle fondazioni private, l’industria tecnologica e, più recentemente, le piattaforme digitali. Per decenni gli USA sono riusciti a presentare il proprio modello sociale come l’approdo naturale dello sviluppo umano, facendo coincidere nel senso comune maggioritario gli interessi della propria borghesia con quelli dell’intera comunità internazionale.

Con il crollo dell’URSS questa convinzione raggiunse il suo punto più alto. Si diffuse l’idea che il capitalismo e la sua sovrastruttura avessero definitivamente sconfitto ogni alternativa storica e che il XXI sarebbe stato il “secolo americano” e della “fine della storia”. Iniziava così l’epoca del totalitarismo “liberale” e di un pensiero unico di cui oggi intravediamo anche in Occidente la crisi.

A seguito della globalizzazione neoliberista, negli ultimi 50 anni il capitalismo statunitense ha infatti modificato la propria struttura, creando i presupposti per il proprio declino. La finanziarizzazione dell’economia ha assunto un peso crescente rispetto alla produzione industriale. Ampi settori manifatturieri sono stati delocalizzati verso Paesi con costi del lavoro inferiori, mentre il capitale si è concentrato nelle attività speculative e finanziarie. Intere aree industriali degli Stati Uniti hanno conosciuto un lungo processo di declino produttivo, accompagnato da precarizzazione del lavoro, impoverimento della classe operaia e crescente polarizzazione sociale.

A questa trasformazione si sono aggiunti altri fattori di instabilità: l’aumento del debito pubblico (oggi superiore a 39 mila miliardi di dollari), la concentrazione della ricchezza in una ristretta élite economica (l’1% più ricco possiede oltre il 30% della ricchezza nazionale, mentre il 50% più povero controlla appena il 2,5%), la crisi della mobilità sociale e la perdita di credibilità del cosiddetto “sogno americano”. Il sistema politico ne ha risentito, mostrando crescenti difficoltà nel mantenere il consenso interno, specie dopo la grande crisi capitalistica del 2007-08. La radicalizzazione dello scontro tra i ceti dirigenti riflette le crescenti difficoltà nel definire una strategia condivisa per conservare la propria leadership mondiale.

Questa crisi, tuttavia, non deve essere interpretata come un imminente collasso: gli USA conservano un’importante superiorità militare, un enorme potenziale tecno-scientifico e un ruolo centrale nei mercati finanziari internazionali. Ciò che appare in discussione non è la loro esistenza come grande potenza, ma la capacità di continuare a esercitare un’egemonia indiscussa nel quadro dell’attuale transizione verso un assetto internazionale multipolare. Negli ultimi vent’anni la netta ascesa della Cina socialista, il recupero della Russia, il rafforzamento di numerosi Paesi del Sud globale e la nascita di nuove forme di cooperazione internazionale hanno ridotto la capacità degli Stati Uniti di imporre unilateralmente la propria volontà.

Il multipolarismo non coincide con il socialismo, né rappresenta il superamento del capitalismo. Esso indica piuttosto un sistema internazionale caratterizzato dalla presenza di più centri di potere, nel quale cresce lo spazio di autonomia dei Paesi che rifiutano la subordinazione politica, economica e militare all’Occidente. L’espansione dei BRICS e di altre piattaforme di cooperazione internazionale costituisce una delle manifestazioni più evidenti di questa trasformazione.

La principale contraddizione internazionale della fase attuale non è quindi la generica contrapposizione tra “democrazie” e “autocrazie” ma l’alternativa tra un ordine unipolare e un sistema multipolare fondato su rapporti più equilibrati.

Proprio la difficoltà di mantenere il predominio economico e politico contribuisce a spiegare la crescente militarizzazione delle relazioni internazionali. Quando una potenza non riesce più a dirigere con il soft power, ricorre alla forza: guerre per procura, sanzioni economiche, pressione diplomatica, destabilizzazione politica e rafforzamento degli apparati militari.

In questo quadro assume particolare rilievo il ruolo dell’Europa. Molti continuano a sperare che l’Unione Europea possa trasformarsi in un soggetto geopolitico autonomo rispetto agli Stati Uniti. È un errore: si ignorano non solo la genesi statunitense – che ha favorito la volutamente parziale integrazione europea – ma anche gli avvenimenti degli ultimi anni, che mostrano una crescente integrazione tra le strategie dell’UE e quelle della NATO. L’aumento delle spese militari, il riarmo, la subordinazione delle politiche economiche e industriali alle esigenze della competizione geopolitica e il pieno allineamento alle principali scelte strategiche di Washington confermano come l’UE continui a rappresentare una delle strutture fondamentali dell’imperialismo occidentale guidato dagli USA.

Fin dal 1947, anno del fatidico viaggio di De Gasperi a Washington, l’Italia occupa una posizione significativa in questo sistema. La presenza di numerose basi militari statunitensi e della NATO, il ruolo strategico del nostro Paese nel Mediterraneo e la progressiva perdita di autonomia nelle principali scelte economiche e di politica estera testimoniano una condizione di subordinazione che limita profondamente la sovranità nazionale. Che l’Italia sia una potenza imperialista “secondaria” e subalterna agli USA, o sia piuttosto una semi-colonia sottomessa, è una questione che ci appare scolastica: il dato essenziale è che le élite borghesi italiane hanno accettato di cedere parte essenziale della sovranità nazionale e popolare per opportunismo personale e in funzione anticomunista e antioperaia. L’Italia ci appare quindi come una potenza borghese che, al pari delle altre potenze europee, è controllata da ristrette élite borghesi integrate in una serie di reti e coordinamenti controllati in ultima istanza dall’establishment statunitense.

Comprendere questo significa anche evitare una lettura semplicistica del funzionamento del potere negli Stati Uniti. Le grandi scelte strategiche non dipendono esclusivamente dall’alternanza tra democratici e repubblicani, ma sono il risultato dell’azione congiunta di apparati permanenti dello Stato, del complesso militare-industriale, del potere finanziario e degli organismi dell’intelligence. Le competizioni elettorali possono modificare le tattiche attraverso cui viene perseguita la strategia, ma storicamente non ne hanno mai cambiato gli obiettivi fondamentali.

La continuità della strategia statunitense, al di là dell’alternanza dei governi, si spiega quindi con il ruolo svolto da una rete di organismi internazionali attraverso cui le élite occidentali coordinano le proprie politiche. Se non vogliamo parlare di un “governo mondiale” occulto, si tratta quantomeno di sedi nelle quali interessi economici, finanziari, politici e militari convergono nella definizione di orientamenti comuni.

Il primo di questi strumenti è la NATO, che dopo la fine della Guerra fredda, anziché sciogliersi, ha esteso il proprio raggio d’azione, intervenendo ben oltre l’area euro-atlantica, come reso evidente dalle guerre contro la Jugoslavia, l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, dall’accerchiamento della Russia e dal crescente coinvolgimento nell’Indo-Pacifico.

Accanto alla dimensione militare opera quella economica e finanziaria: il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e il ruolo internazionale del dollaro hanno costituito i pilastri dell’ordine economico costruito dopo la Seconda guerra mondiale. Attraverso prestiti condizionati, politiche di aggiustamento strutturale, privatizzazioni, liberalizzazioni, queste istituzioni e i loro “sicari dell’economia” (cit. John Perkins) hanno favorito l’integrazione subordinata del Sud globale nella globalizzazione capitalistica, contribuendo a consolidare l’egemonia occidentale e un sistematico saccheggio perpetrato dalle multinazionali. Su questo punto è importante l’azione dei BRICS, che promuovono la nascita di nuove istituzioni finanziarie internazionali rendendo possibile il progressivo aumento degli scambi commerciali in valute nazionali, colpendo al cuore il ruolo dominante del dollaro e delle istituzioni economiche dominate dall’Occidente.

Accanto agli organismi ufficiali esistono poi sedi di coordinamento meno conosciute ma non meno influenti. Il Council of Foreign Affairs, il Club Bilderberg, la Commissione Trilaterale, il World Economic Forum di Davos e numerosi altri think tank internazionali costituiscono luoghi di confronto tra esponenti del grande capitale, dirigenti politici, vertici militari, manager delle principali multinazionali, banchieri, giornalisti e accademici. In questi contesti si costruiscono reti di relazione che contribuiscono a rafforzare la coesione della borghesia transnazionale e si anticipano le direttrici strategiche che vengono poi implementate dai governi.

Sarebbe però un errore attribuire a questi organismi una capacità di controllo assoluta. Le classi dominanti non sono un blocco perfettamente omogeneo. Al loro interno convivono interessi differenti e spesso contrapposti: capitale finanziario e capitale produttivo, multinazionali globali e settori industriali nazionali, strategie globaliste e orientamenti protezionisti. La crisi dell’egemonia statunitense attraversa anche queste strutture di coordinamento, rendendo sempre più difficile la definizione di una linea condivisa.

È questa crescente difficoltà a spiegare la crisi e l’instabilità della nostra epoca. L’Occidente mantiene ancora una netta superiorità in vari settori, ma incontra ostacoli sempre maggiori nel tradurre questa forza in una stabile direzione politica internazionale. La diffusione delle guerre per procura, delle sanzioni economiche, delle rivoluzioni colorate, delle campagne di pressione diplomatica e delle guerre commerciali non rappresenta solo una manifestazione della forza dell’imperialismo, ma anche della sua crescente difficoltà nel conservare un’egemonia che non è più indiscussa.

Per i comunisti questa analisi comporta alcune conseguenze fondamentali.

La prima è evitare ogni sottovalutazione dell’imperialismo occidentale. Il declino relativo degli Stati Uniti non significa che essi abbiano cessato di rappresentare il principale centro del capitalismo mondiale. Al contrario, proprio una potenza che vede restringersi il proprio margine di predominio può ricorrere con maggiore frequenza alla forza militare, alla pressione economica e all’ingerenza politica per imporre maggiore repressione e rallentare processi storici che non riesce più a controllare.

La seconda è evitare l’errore opposto: identificare il multipolarismo con il socialismo. L’emergere di nuovi poli di potere non elimina automaticamente i rapporti capitalistici, né sostituisce il compito storico del movimento comunista. Tuttavia, un sistema internazionale meno dominato da un’unica potenza apre maggiori possibilità di autodeterminazione per i popoli, riduce la capacità dell’imperialismo di intervenire unilateralmente e crea condizioni più favorevoli per lo sviluppo delle lotte sociali e antimperialiste.

Da queste premesse discendono alcuni compiti politici.

Anzitutto occorre rafforzare l’opposizione al riarmo, alla partecipazione dell’Italia alle strategie della NATO e al crescente coinvolgimento del nostro Paese nelle guerre dell’Occidente. La difesa della pace non può ridursi a un generico pacifismo, ma deve tradursi nella lotta contro le cause economiche e politiche delle guerre attuali, riconoscendo il ruolo centrale dell’imperialismo nella loro genesi.

In secondo luogo bisogna rilanciare la battaglia per il recupero della sovranità nazionale e popolare. Le questioni della sovranità e di un modo adeguato di intendere il patriottismo non sono di destra e non appartengono alla tradizione del nazionalismo borghese, ma rappresentano condizioni indispensabile affinché le classi lavoratrici possano incidere sulle grandi scelte del Paese. Senza una concreta indipendenza rispetto alle strutture e alle organizzazioni dell’imperialismo occidentale a guida statunitense, qualsiasi prospettiva di trasformazione sociale è utopia.

Per ottenere questo obiettivo si può e si deve costruire il più vasto fronte sociale e politico che ponga anzitutto il tema dell’uscita unilaterale dell’Italia dalla NATO e dall’UE: occorre da questo punto di vista costruire un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale che unisca non solo comunisti, ma anche socialisti, sinceri democratici, liberali, cattolici… non solo italiani, ma anche extracomunitari privi di permesso di soggiorno; non solo lavoratori, ma anche ceto medio e piccola imprenditoria… Ci vuole insomma l’unità del popolo rimasto sano di questo Paese nella lotta contro il fascismo della nostra epoca: quel totalitarismo “liberale” che trova ancora il suo perno negli USA.

Infine, la fase storica impone un compito che riguarda direttamente il movimento comunista italiano: è urgente superare la frammentazione che ha caratterizzato i marxisti negli ultimi decenni. L’unità è una necessità pratica imposta dalla Terza guerra mondiale in atto.

I 250 anni degli Stati Uniti segnano dunque non la fine, ma un netto ridimensionamento degli USA, a favore di un ordine mondiale più complesso, caratterizzato dall’emergere di nuovi protagonisti e nuove contraddizioni. Non cediamo né al trionfalismo né alla passiva attesa. Il compito dei comunisti non è aspettare speranzosi, ma organizzare i lavoratori, rafforzare il fronte antimperialista e ricostruire un Partito all’altezza delle sfide del nostro tempo. È con questo spirito che il Tavolo Permanente dei Comunisti assume un’importanza che va oltre il confronto teorico tra organizzazioni. Nella fase di crescente crisi dell’imperialismo occidentale, lavorare all’unità dei comunisti significa accelerare la costruzione dello strumento politico necessario per affrontare le sfide della nuova epoca che si sta aprendo.

Immagine: illustrazione di pubblico dominio tratta dalla rete internet

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