di Laura Baldelli
Il documentario di Liliana Cavani del 1965 restituì voci e volti alle protagoniste della Resistenza rompendo la narrazione maschile, una pagina di libertà ed emancipazione spontanea di donne di tutte le classi sociali partita dal basso. La guerra partigiana fu la premessa di un riscatto femminile mai completamente compiuto. Un film per capire anche le mortificanti trasformazioni della nostra società dei consumi.
Liliana Cavani è una regista che ha segnato la storia del cinema italiano e internazionale in tempi difficilissimi per le donne, ha firmato film scomodi, sfidando la censura, iniziando il percorso di giovane regista nella Rai di Bernabei, firmando una serie di memorabili documentari d’inchiesta; uno dei suoi lavori più importanti è il documentario La donna nella Resistenza, realizzato a vent’anni dalla Liberazione nel 1965: un’opera recuperabile nelle teche della Rai che va assolutamente rivisto perché custodisce la nostra Memoria e, ancora oggi, è un punto di riferimento imprescindibile per le tematiche affrontate.
Il documentario fu anche una svolta epocale perché, dopo un lungo periodo di “sobrietà”, la Rai rendeva omaggio alla Resistenza, con molto ritardo rispetto al cinema e alla letteratura; il documentario, però, ebbe una scarsa circolazione, anche l’Anpi non fece niente per divulgarlo: la guerra partigiana doveva rimanere una cosa tra uomini.
La donna nella Resistenza fu una vera inchiesta mandata in onda sul secondo canale proprio il 9 maggio 1965, una data non scelta a caso, nel programma Prima pagina, i cui curatori della rubrica erano Brando Giordani ed Ezio Zefferi; girato in 16 mm, il formato usato per le riprese esterne dei telegiornali, è un reportage di circa 47 minuti composto da interviste alle donne partigiane di tutta Italia, a cura di Francescopaolo Glorioso, giornalista della carta stampata, autore televisivo e partigiano, con la voce narrante fuori campo di Riccardo Cucciolla. La Cavani ha il merito di aver dato voce alle donne in un contesto storico e sociale, in cui la memoria della Resistenza era ancora legata soprattutto al ruolo degli uomini, e restituisce loro una dignità storica troppo spesso ignorata o marginalizzata.
Infatti, a vent’anni dalla fine della guerra, il film ha anticipato il dibattito storiografico del ruolo delle donne nella lotta partigiana, che fino a quel momento non aveva interessato nessuno; dare “voce e corpo” ad alcune delle protagoniste rappresentò un esempio di storia orale: erano staffette, combattenti, dirigenti politiche, spaziando dalla contadina all’intellettuale, all’operaia sindacalizzata, dalla fervente cattolica alla militante comunista. Con la Resistenza la donna diventò protagonista di un avvenimento storico a fianco degli uomini, accettando la guerra, anche con le sue regole di violenza, partecipando responsabilmente e il conflitto non risparmiò loro alcuna violenza.
In montagna parteciparono a tutte le azioni delle formazioni partigiane e proprio lì le donne scoprirono un’altra dimensione di sé: quando fu necessario presero il controllo della situazione, conducendo azioni e guidando una formazione; infatti, oltre cinquecento furono le donne a cui furono affidati compiti di comando anche militare.
Il contributo delle donne alla Resistenza era rimasto invisibile a causa delle convenzioni sociali del tempo che le relegavano a ruoli subalterni, le interviste alle partigiane della Cavani mettono in luce anche queste difficoltà e sfide che affrontarono, per questo è importante fornire anche dati della presenza femminile nelle file della Resistenza: furono 70.000 le donne coinvolte nella Resistenza, 35.000 presero parte attiva nelle azioni, 4.563 furono arrestate, 3.000 deportate nei campi di prigionia o di concentramento, 623 vennero fucilate, in 19 ricevettero una medaglia d’oro. E nessuno, fino a quel momento nell’indifferenza generale, s’era preso la briga di ascoltarle e, ancora oggi, è un punto di riferimento fondamentale per evidenziare l’importante contributo portato dalle donne alla lotta contro il fascismo e l’occupazione nazista, offrendo una preziosa documentazione sulla condizione di emarginazione delle donne nel dopoguerra, tematiche fino a quel momento ignorate dal dibattito pubblico.
Il documentario apre con le struggenti e strazianti lettere d’addio delle donne condannate a morte dai nazi-fascisti, mentre scorrono le immagini delle giovani martiri per la libertà: sono rivolte ai mariti, ai fratelli, alle madri, ai figli: lettere piene di dignità e coraggio, prive di retorica, di donne preoccupate di non far soffrire i propri cari, che omettono le indicibili sofferenze, le umiliazioni subite dai nazisti e dai vigliacchi fascisti sempre forti con i deboli e deboli con i forti. Tutte speravano e volevano che il loro sacrificio non fosse stato invano e la Cavani cita Thomas Mann da La montagna incantata: “Tutto ciò sarebbe stato invano, inutile, sciupato il loro sogno e la loro morte? No, non può essere. Non c’è stata idea per cui gli uomini abbiano combattuto e sofferto con cuore puro e abbiano dato la vita che sia andata distrutta”.
Nelle indimenticabili interviste emerge come le donne affrontarono, tra il 1940 e il 1945, uno dei periodi dei più dolorosi: figli e mariti al fronte, a casa razionamento e bombardamenti, ma con l’8 settembre anche la loro rassegnazione si trasformò, parteciparono attivamente alla lotta di Liberazione e presero coscienza del loro ruolo nella nuova società italiana.
Il documentario offre una varietà dei ritratti che vanno oltre la consueta immagine della staffetta partigiana e rendono giustizia alla parte svolta dalle donne nel comando delle azioni con grande coraggio.
Dalle interviste affiora il vissuto di queste donne, le loro esperienze dirette, le motivazioni che le spinsero a scegliere di diventare combattenti, vicende raccontate con sobrietà, senza retorica: una scelta da fare come tante altre, perché era ora di dire basta ai soprusi, agli inganni, alle diseguaglianze, alla morte che aveva portato il ventennio fascista. Una ribellione trasversale: contadine, operaie, sindacaliste, borghesi, intellettuali politicizzate, partita dal basso, una rivolta di popolo, che scaturì dalle più indifese perché, nonostante la società patriarcale e fascista, la menzognera propaganda, ancora le persone sapevano ascoltare le proprie emozioni e riconoscere i propri sentimenti, sapevano indignarsi e ribellarsi. Ci stupisce la coerenza e la chiarezza di linguaggio sia tra operaie sindacalizzate che le contadine, come tra le più colte, racconti che hanno una grande consapevolezza che trovano parole efficaci.
Oggi, nessuno parla più così nella terribile regressione del linguaggio.
Quelle che furono imprigionate non hanno raccontato fino in fondo quelle profonde ferite nel corpo e nell’animo, ma rivelano una grande capacità emotiva di rielaborazione di traumi indicibili e indelebili: dignità e coraggio come se fosse normalità, non pensavano affatto di diventare eroine, perché ancora si aveva pudore per il dolore mentre oggi invece si lo si spettacolarizza per il profitto.
Le donne intervistate sono: Germana Boldrini, che guidò l’attacco di Porta Lame nella battaglia di liberazione di Bologna, aveva scelto la Resistenza perché suo padre Ubaldo, perseguitato politico, era stato fucilato; Norma Barbolini aveva il ruolo di capitano nelle montagne del bolognese e, grazie a lei, le donne montanare aiutarono i partigiani; Adriana Locatelli, torturata per 8 giorni, perse i denti, ma è fiera nel suo racconto per non essersi piegata; Gilda La Rocca con infinita dignità racconta della sua disperazione durante l’arresto e gli interrogatori, perché il coraggio ha i suoi limiti, tanto da desiderare la morte tentando di gettarsi dalla finestra, ma non parlò, ma non riusciva, ancora dopo vent’anni, a mettere delle parole sulle torture subite; Marcella Ficca Monaco era la moglie del medico di Regina Coeli e con queste motivazioni fu insignita della medaglia d’argento al valor militare: “L’8 Settembre 1943 si gettava con tutte le sue forze nella lotta contro il nemico, partecipando a rischiose operazioni. Sorpresa durante il trasporto di armi riusciva a fuggire alla cattura e a portare in salvo tutto il prezioso materiale destinato ai compagni che combattevano. Si prodigava nell’assistenza morale e materiale dei detenuti politici senza distinzione di tendenza e di partito. Effettuava e portava a compimento il piano di evasione di sette esponenti del movimento di resistenza, fra cui Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, comandando personalmente il gruppo di partigiani destinato a metterlo in esecuzione. La sua casa, abitava con il marito dr. Alfredo Monaco, medico del carcere, dentro Regina Coeli, fu sede di Comandi partigiani e asilo ai compagni ricercati e feriti. Avendo ricoverato un capo partigiano, Peppino Gracceva, capo della Organizzazione militare clandestina, gravemente ferito riusciva a sottrarlo, incurante del rischio cui si esponeva, alle ricerche delle SS tedesche che avevano circondato la sua abitazione”. Ma non solo: salvò bambini ebrei crescendoli in casa; per Anna Maria Enriques parla la madre, anche lei arrestata con la figlia, che la vide per l’ultima volta, per gentile concessione di una suora, andare verso il patibolo fiera e serena. La madre, nell’intervista, ancora riusciva a stento a raccontare quell’immenso dolore; Maria Montuoro era siciliana e partì dalla sua isola per partecipare alla Resistenza in Lombardia, per liberare il suo Paese dai nazisti, fu arrestata e detenuta nel carcere di San Vittore; in seguito, insieme al fratello Alfonso, fu deportata a Ravensbruck. Alfonso non tornerà mai più dal lager. Trasferita a Siemensstadt, lavorò in una fabbrica di armi dove, insieme ad altre donne, si adoperò per sabotare la produzione di ordigni mortali all’ultimo collaudo in modo da immetterli difettosi sul campo di battaglia; Tosca Bucarelli era comunista, entrò nei Gap e partecipò a molte azioni rischiosissime con grande coraggio che dimostrò anche quando fu arrestata e torturata, ma non rivelò nulla; mentre aspettava di essere uccisa o deportata, il 9 luglio 1944, i Gap, guidati da Elio Chianesi e Bruno Fanciullacci, con una delle azioni più ardite e famose della Resistenza fiorentina, la liberarono insieme ad altre sedici antifasciste.
Alcune di loro hanno riflettuto sulla loro forza di saper resistere, affermando che quella forza può farci guardare e giudicare gli altri con cinismo, ma in nessuna di loro era emerso l’odio, bensì la volontà per un mondo diverso.
Donne straordinarie da cui c’è ancora molto da imparare. La guerra partigiana fu la premessa di un riscatto femminile mai completamente compiuto e oggi, ottant’anni dopo, il bilancio è desolante.

Immagini: foto di pubblico dominio tratte dalla rete internet; in copertina staffette partigiane, nel testo Liliana Cavani







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